L’INCERTO FUTURO DEL PERÙ

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Fonte Immagine: The Economist

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla crisi ucraina, il Perù sta attraversando uno dei momenti più delicati della sua storia: il Presidente Castillo, eletto da meno di un anno, deve infatti destreggiarsi tra un processo di impeachment, la possibile scarcerazione dell’ex autocrate Alberto Fujimori, e una crisi ambientale senza precedenti. L’economia peruviana, per ora ancora in crescita, attende gli sviluppi politici: una crisi di governo potrebbe infatti portare a una profonda recessione, cancellando gli avanzamenti degli ultimi anni.

L’amministrazione del Presidente Castillo, eletta nel Luglio dello scorso anno e dipinta alternativamente come l’ultima speranza dei Peruviani “trascurati” dallo stato (popolazioni indigene, rurali o indigenti) o come una pericolosa setta di stampo Marxista, sta attraversando un momento estremamente complicato: nell’arco di pochi mesi, ben quattro primi ministri (con relativi gabinetti di governo) si sono succeduti alla guida del paese – l’ultimo dei quali ha offerto le sue dimissioni dopo appena sette giorni a seguito di uno scandalo per violenza domestica – segnalando una preoccupante precarietà in un paese già estremamente diviso a livello politico. 

Nell’ambito delle nuove scelte del Presidente per alcuni importanti ministeri si intravedono però un certo pragmatismo ed una ammirevole ricerca del compromesso. A capo degli stessi sono stati infatti posti esponenti moderati della coalizione che ha portato Castillo a vincere le elezioni, mentre figure più polarizzanti come Guido Bellido, Primo Ministro tra Luglio e Ottobre 2021 ed esponente radicale del partito Marxista Perù Libre, sono state lasciate ai margini

Queste misure conciliatorie, ad ogni modo, non sembrano aver convito gli oppositori, prima tra tutte Keiko Fujimori, la candidata alla presidenza sconfitta da Castillo. Un procedimento di impeachment al Presidente voluto dalla stessa Fujimori e dal suo partito ha infatti raggiunto il quorum necessario per essere messo in atto: Castillo dovrà presentarsi davanti ai legislatori il 28 Marzo per rispondere e difendersi da importanti accuse di corruzione – la stessa colpa che ha portato alle dimissioni di due suoi predecessori.  

La mozione, approvata con una maggioranza di 76 voti contro 41 il 15 Marzo, fa seguito ad un simile tentativo richiesto dei partiti di opposizione nel mese di Dicembre, che tuttavia non aveva avuto esito positivo. Al termine del processo, i due terzi dei membri del Congresso (87 voti) saranno necessari per condannare il Presiedente e rimuoverlo, ma il raggiungimento di tale super-maggioranza appare al momento improbabile. 

Anche qualora l’impeachment dovesse concludersi positivamente per Pedro Castillo, l’opposizione è stata galvanizzata da un’altra notizia: la Corte Costituzionale peruviana, con un controverso giudizio (4-3) confermato dal giudice Eloy Espinosa-Saldana, ha sostenuto la concessione del perdono presidenziale ad Alberto Fujimori, capovolgendo una decisione precedente che aveva intimato all’ all’ex Presidente-autocrate di rimanere in prigione fino al 2032

Il perdono era stato originariamente concesso da Pablo Kuczynski nel 2017, sulla base di una malattia cardiovascolare che le condizioni di prigionia avrebbero contribuito ad aggravare. Tale mossa era stata in realtà interpretata da molti come un gesto volto ad ingraziarsi gli alleati di Fujimori da parte di Kuczynski per evitare il suo stesso impeachment, ma le proteste che hanno fanno seguito all’annuncio lo hanno portato a rassegnare le sue dimissioni in soli tre mesi. 

Pedro Castillo, da parte sua, ha espresso il suo disappunto riguardo alla decisione, ma tanto lui quanto il suo attuale Primo Ministro hanno espresso la volontà di ottemperare alle disposizioni della Corte Costituzionale. 

Fujimori rimane una figura fortemente divisiva in Perù: dopo aver vinto un primo mandato presidenziale nel 1990 (sconfiggendo, sorprendentemente, il Premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa), ottiene infatti notevoli successi nel risanare rapidamente l’economia nazionale e nell’arrestare l’inflazione che nei primi anni ’90 stava portando il paese al collasso finanziario, ma la sua campagna contro il gruppo rivoluzionario “Sentiero Luminoso” rimane tutt’ora segnata da gravissimi abusi e violazioni dei diritti umani, tra i quali spiccano in particolare l’uccisione tramite plotone di esecuzione di un gruppo di contadini e la sterilizzazione forzata di molte donne indigene appartenenti a comunità indigenti ed isolate. 

Il tentativo fallito di corrompere membri del Congresso per modificare la Costituzione e procedere con un terzo mandato Presidenziale nel 2000 lo portano a fuggire in Giappone e poi in Cile, paese dal quale Fujimori sarà estradato nel 2005 in Perù e qui condannato

Il suo rilascio rischia di infiammare tensioni mai del tutto sopite, facendo precipitare il mondo politico peruviano in un’era ancora più caotica. 

Tuttavia, vi è almeno un altro problema che richiede l’attenzione immediata del Presidente Castillo: il 15 Gennaio scorso, a seguito dell’eruzione di un vulcano sottomarino nei pressi di Tonga, una serie di onde anomale hanno investito le tubature colleganti la petroliera italiana Mare Doricum con la raffineria La Pampilla, causandone la rottura e portando ad una imponente fuoriuscita di petrolio sulla costa peruviana.  

In quello che è stato definito il peggior disastro ambientale della storia peruviana, più di 106 km quadrati sono stati inondati di greggio, toccando 25 spiagge, due aree protette e centinaia di zone di pesca, vitali per il sostentamento delle popolazioni locali. 

La compagnia spagnola Repsol, proprietaria della raffineria in questione, è stata accusata dalle autorità peruviane di negligenza e di non aver comunicato tempestivamente del problema. I rappresentanti della Repsol, dal canto loro, incolpano la Mare Doricum, sostenendo che è stata l’imbarcazione a spostarsi in maniera incorretta durante l’operazione, causando la rottura della tubatura, e che il governo peruviano ha errato nel non rilasciare un’allerta per possibili tsunami, come invece è stato fatto dal Cile e dall’Ecuador. 

Nel mentre, più di 2000 pescatori lungo la costa Peruviana si trovano costretti a sospendere le loro normali attività, rinunciando a quella che spesso è l’unica fonte di sostentamento per le loro famiglie. Appare dunque imperativo per Castillo, che ha fatto dei bisogni dei meno fortunati il centro della sua campagna elettorale, dimostrarsi deciso e richiedere sostanziosi indennizzi per minimizzare il danno causato, eliminando la preoccupante aura di impunità che aleggia intorno alle multinazionali operanti nel paese – le quali sembrano essere sempre in grado di evitare le sanzioni che pur sono presenti nei codici legislativi peruviani. 

Nonostante questa moltitudine di problematiche di varia natura, vi è almeno un dato positivo per l’amministrazione Castillo: l’economia Peruviana è cresciuta del 13% (anche tenendo in considerazione il “rebound” dovuto al COVID-19, il taso di crescita rimane notevole), e la valuta nazionale – il Nuevo Sol – si è stabilizzata intorno ai consueti livelli rispetto al dollaro dopo essere vistosamente precitata ad Ottobre.  

Gli export di metalli e minerali, dei quali il Perù è ricco (soprattutto rame), possono fornire una base importante per promuovere lo sviluppo economico e la diversificazione, se investiti con attenzione, e le industrie legate al turismo sembrano pronte a diventare il nuovo settore trainante per la nazione. 

L’impeachment di Castillo può essere quindi l’elemento chiave in questo fragile equilibrio: i mercati internazionali saranno attenti ad ogni sviluppo, nella speranza che il paese ritrovi una certa stabilità politica e crei quindi delle condizioni favorevoli per una crescita economica sostenuta.  

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