GUERRA E CARO-ENERGIA: ERRORI PASSATI CHE FANNO MALE

Fonte Immagine: https://www.metanoitalia.it/2021/01/07/ultimato-il-gasdotto-tap/

Nel momento storico peggiore a livello energetico l’Europa scopre le proprie debolezze e rimpiange gli errori del passato, ma soprattutto dimostra quanto oggi siano importanti le relazioni internazionali.

La Guerra nel Donbas ha messo al centro dell’attenzione un problema di cui, forse, l’Europa non voleva rendersi conto fino in fondo: l’imprescindibile dipendenza energetica di alcuni Paesi, Italia compresa, dalle importazioni di gas russo. 

Questi Stati ora si trovano in difficoltà nel gestire importazioni e riserve di energia sempre più carenti e costose, fatto che comporta un aumento dei prezzi sia per i cittadini che per le industrie. A rendere ancora più drastico lo scenario, va considerato poi che l’aumento dei prezzi potrebbe addirittura diventare più severo a seconda delle sanzioni che saranno imposte dal Blocco Occidentale a Mosca nel prossimo futuro.

Con l’impossibilità tecnica di creare strutture in grado di fornire il fabbisogno energetico necessario in poco tempo, verosimilmente verranno siglati nuovi accordi commerciali e revisionati quelli vecchi, ma soprattutto usati fondi che invece sarebbero dovuti servire per la ripresa economica e per garantire, tra le altre cose, un futuro migliore ai giovani. 

La Russia e la mancanza di rinnovabili

Nel 1987, a un anno di distanza dal disastro di Chernobyl, il popolo italiano votò per non costruire centrali nucleari: una scelta che può essere lecita sotto alcuni punti di vista, ma allo stesso tempo legittimamente criticabile per quella che era l’analisi costi-benefici. La Francia, per citare come esempio una nazione confinante che al contrario scelse la via del nucleare, oggi è in grado di produrre quasi i due terzi del proprio fabbisogno elettrico. 

L’Italia optò per acquistare la quasi totalità dell’energia necessaria da partner stranieri, ma quello che oggi è più difficile da accettare è come in questi 35 anni non sia stata in grado di adottare altre forme di energia in grado di rendere il Paese più indipendente. Nel 2020, il 43% del gas necessario all’Italia è stato importato dalla Russia. Lo stesso presidente Draghi ha recentemente dichiarato che essersi basati su un rapporto di dipendenza così forte con Mosca ha rappresentato non solo una sottovalutazione del problema energetico, ma anche una sottovalutazione di politica estera. (qui l’intervento completo su youtube).

Quasi l’80% dei giacimenti di gas naturale del mondo si trova in sole dieci nazioni e di queste la Russia è quella con il maggior numero di riserve di gas naturale (circa 47,8 trilioni di metri cubi), prima di Iran (33.9) e Qatar (23.8). Gli Stati Uniti, primo Paese Occidentale, hanno 13.1 trilioni mentre l’Italia solo 45.7 miliardi (2021). La Russia vanta inoltre i due giacimenti di dimensioni maggiori a livello mondiale, Urengoy e Yamburg. 

Di conseguenza è facile capire perché il Paese di Putin sia il maggior esportatore del Pianeta, con 256 miliardi di metri cubi complessivi venduti all’anno. Nel 2021 l’Unione Europea ha importato dalla Russia 155 miliardi di metri cubi di gas naturale, pari a circa il 45% delle importazioni di gas dell’UE e quasi il 40% del suo consumo totale di gas.

Sull’altro lato della medaglia, ovvero quello delle energie rinnovabili, l’Italia è più avanti rispetto alla Francia, ma più indietro rispetto a Germania e Spagna. I tedeschi, per esempio, nel 2014 hanno lanciato l’Energiewende, un ambizioso progetto per passare in maniera massiccia all’uso delle rinnovabili anziché al carbone. A gravare ulteriormente c’è poi l’aspetto tasse: l’Italia ha la seconda più alta pressione fiscale sull’energia in Unione Europea, circa il 41%, contro il 19% e il 13% di Francia e Spagna, e questo genera prezzi al consumo tra i più elevati in Europa. Un apparente controsenso, visto che le misure di sostegno alle famiglie/imprese e abbassamento prezzi dell’attuale governo, qualora venissero confermate, porterebbero ad una spesa pari a circa l’1% del PIL.

Il vero problema dell’Europa: gli stoccaggi che non bastano

L’Italia, oltre ad essere il maggior importatore dell’Unione Europea (circa 70,9 miliardi di metri cubi, il doppio di quanto produce) è il primo Paese per stoccaggi, visto che immagazzina il 23,4% dell’attuale capacità europea. 

Il problema principale per i Paesi europei al momento è che queste riserve potrebbero non bastare. Allo scoppio della Guerra del Donbas la Commissione Europea ha tempestivamente presentato tramite la Comunicazione RePower EUuna serie di piani per svincolarsi quanto prima dal gas russo, a partire dal piano emergenziale Energy Compact che dovrebbe entrare in vigore entro fine marzo. Il commissario per l’Energia Kadri Simson spinge per portare gli Stati membri a riempire al 90% le riserve di gas entro il primo ottobre di ogni anno, circa il triplo della soglia attuale. 

In Italia il ministro della Transizione ecologica Roberto Cigolani, in un’intervista al TG1, ha approvato le strategie europee, sostenendo che l’Italia ha bisogno di diversificare i partner esportatori e di incrementare le fonti rinnovabili. Sul caro prezzi, invece, ha ribadito che l’Europa dovrebbe comportarsi come compratore unico, per aumentare il proprio potere contrattuale (qui l’intervento completo su RaiNews). Peccato, forse, essersene accorti solo a seguito dello scoppio di una guerra.

Come potrebbero cambiare le partnership

I primi tre Paesi con cui l’Italia ha cercato un dialogo sono Qatar, Algeria e Azerbaijan, con cui già da anni vigono accordi per le importazioni di gas liquefatto.

Al momento l’Italia importa dal Qatar mediorientali il 10% del proprio gas e il 14 febbraio, a Palazzo Chigi, c’è stato un incontro tra Draghi e il vice-primo ministro, Mohammed Al Thani per gettare le basi di un ampliamento della collaborazione energetica. 

Due settimane dopo (28 febbraio) è toccato al ministro Luigi Di Maio recarsi ad Algeri (nel 2020 l’Algeria è stato il secondo fornitore di gas dell’Italia -circa il 23% dell’import totale- grazie al gasdotto TransMed) mentre l’8 marzo c’è stato l’incontro tra Draghi e il presidente azero Ilham Aliyev. Il TAP è il gasdotto che collega l’Azerbaijan con l’Italia, facendo transitare circa il 10% di gas naturale.

Nel frattempo si cercano anche nuove vie diplomatiche: a inizio marzo Draghi ha intavolato una conversazione telefonica con Denis Sassou Nguesso, presidente della Repubblica del Congo, terra in cui è attiva l’ENI, che nel 2020 ha prodotto qui 18 milioni di barili di petrolio e condensati e 1,4 miliardi di metri cubi di gas e con cui si sta parlando da tempo di un progetto per gas liquefatto nel blocco Marine XII/ENI.

Un altro Paese ad aver attirato le sine europee è il Marocco, che punta ad arrivare all’80% di rinnovabili entro il 2050 (Strategia Energetica Nazionale del 2009). Il Paese è un po’ indietro nel raggiungere l’obiettivo, ma anche l’attuale presidente Aziz Akhennouch si sta mostrando determinato ad andare avanti, tanto che all’inizio del febbraio 2022 l’Unione Europea ha siglato con il Paese Nord Africano un accordo da 1,6 milioni di euro per supportare la transizione energetica e digitale del Paese all’interno del piano europeo Global Gateway, per il supporto di progetti d’aiuto e cooperazione tra Europa e partner.

La ricerca di questi accordi in un momento così delicato fa capire quanto sia importante coltivare rapporti geopolitici con altri Paesi.

La questione sociale italiana

In Italia il prezzo netto dell’elettricità è stato tra i più alti d’Europa e probabilmente il più alto nella storia della Nazione e ad accorgersene sono state soprattutto famiglie e imprese. Si è visto sia nel caro bollette che nell’aumento dei prezzi del carburante, instabile, e che ha toccato anche picchi di 2.5€/l, molti più di quanto successo l’anno scorso a seguito delle tensioni tra Paesi OPEC nei piani anti-Covid.

La domanda è ovviamente come gestire la situazione in attesa di intensificare lo sviluppo di energie rinnovabili o siglare nuovi accordi. Purtroppo la via più facile sembra quella di fare debito o usare i fondi PNRR provenienti dal post-pandemia per venire incontro a chi in difficoltà e poi bisognerà prepararsi a misure drastiche di razionamento, cosa avvenuta per esempio durante la guerra del Kippur del 1973 col petrolio.

Che il governo paia intenzionato a usare fondi sembra confermato dal numero uno di Confindustria Carlo Bonomi, che al Sole24Ore si è espresso sul rallentamento della produzione e sul fatto che bisognerà allungare temporalmente il PNRR e spostare gli obiettivi della transizione ecologica. Il grande rammarico, secondo chi vi scrive, è che quei fondi potevano essere investiti per il progresso, come per esempio i fondi (34,6 miliardi, fonte Sole24Ore) destinati dal PNRR al Ministero della Transizione Ecologica. 

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