LA TRADIZIONALE DEFINIZIONE DI MEDIO ORIENTE NECESSITA DI ESSERE SUPERATA

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Cos’è il Medio Oriente: uno spazio politico o un’area geografica? Una designazione arbitraria o un tentativo di sintesi? Analizziamo cosa si intende oggi per “Medio Oriente” e quali criteri possono essere utilizzati per ridefinire la forma di questo contenitore.

Premessa

Un primo obiettivo di questa riflessione è quello di “scomporre” il Medio Oriente nelle sue eterogeneità per ricomporlo in tre aeree distinte che tengano maggiormente conto della discontinuità marginalizzata. La necessità è quella di superare le incoerenze che questa definizione convenzionale conserva, mettendo in risalto caratteristiche regionali endemiche. Da qui, restituire una identità e una posizione distinta ai Paesi trattati, all’interno del panorama internazionale. 

Agli elementi geografici menzionati non si vuole attribuire un carattere politico, ma ragionare sulla possibilità che questi possano essere elementi validi di differenziazione. 

Pertanto, i nessi tra geografia e politica rappresentano un filo descrittivo che va ad intersecarsi e non un tentativo di commistione che sarebbe fallimentare. 

Origini dell’espressione “Medio Oriente”

L’espressione “Medio Oriente” venne coniata dall’Ammiraglio Alfred T. Mahan nel 1902 per indicare “la regione compresa tra la penisola araba e l’India che ha per centro il Golfo Persico”. 

In questo caso, lo statunitense la inserì all’interno di un discorso geo-strategico volto ad evidenziare la crucialità di alcune zone, mantenendo un (suo) relativismo politico – opportuno e legittimo data la finalità. Questa definizione, nonostante nel tempo abbia subito diverse accezioni politiche, è rimasta ancorata al relativismo geografico e culturale delle sue origini. 

Successivamente, il colonialismo occidentale e l’imperialismo britannico hanno contribuito a rafforzare l’idea di Medio Oriente, in primis, giudicato come “cortile di espansione” e, in secundis, come “massa geo-politica” caratterizzata da instabilità e crisi continue, nella quale esportare (vanamente) propri modelli politici.

L’approssimazione di questo concetto nell’ambiente politico statunitense degli anni ’80 fu evidenziata anche dal Washington Post, che denunciò: “la carenza di esperienza e di precisione degli USA a proposito di questa regione è talmente grande che vi è una incertezza permanente sul modo di nominarla: il Medio Oriente, il Grande Medio Oriente, l’Oceano Indiano, la zona del Golfo Persico. Tutto è stato tentato”. 

Non è un caso se l’agenzia del Dipartimento di Stato del governo federale, con la delega ai Paesi della cosiddetta area MENA, è denominata Bureau of Near Eastern Affairs.

Nell’opinione pubblica e negli osservatori meno attenti, tale concezione unitaria è stata alimentata sia dalla non conoscenza dell’eterogeneità dell’area, sia da storture stereotipate che ad Ovest venivano sintetizzate con “mondo arabo”. 

Inoltre, il paradosso politico che ne consegue consiste in un concetto di alterità insito nell’interpretazione del Medio Oriente, ossia come un qualcosa esterno alla sfera occidentale e così definito solo per una visione politica globale parzialmente limitata.

Il risultato è che è stato legittimato un costrutto che pecca di completezza e di osservazione, preferendo una convenzione strettamente politica e soggettiva. Basti pensare, ad esempio, alla distanza tra il Marocco e l’Afghanistan, di circa 7000 km; Poli estremamente distanti che, negli ambienti accademici e politici, sono stati riversati nel contenitore concettuale concernente il “Middle East Nord Africa” con una simbolica naturalezza.

Non è la prima volta che il relativismo culturale e politico produce dei contenitori concettuali che, se analizzati approfonditamente, palesano incoerenze o forti lacune costitutive. Un esempio simile è quello dato dal concetto di “Mediterraneo allargato”, che ha acquisito più o meno legittimità, dipendendo in larga parte da variabili di politica estera e da considerazioni soggettive dei decisori politici. 

L’area dell’Africa mediterranea

La prima area estraibile dal tradizionale concetto di Medio Oriente è quella del Nord Africa. Essa ha inizio sul versante atlantico del Marocco, per proseguire con l’Algeria, la Tunisia e la Libia, fino all’Egitto. Tutti i Paesi menzionati si affacciano sul Mediterraneo, il che ne costituisce la prima forma di omogeneità. Per tale motivo, si potrebbe definire questa area “Africa mediterranea”. 

Il secondo fattore di continuità è dato dalla professione religiosa, a maggioranza islamica sunnita, definendo così un blocco religioso compatto e spazialmente prolungato, che tende a mescolarsi con l’inizio della penisola arabica. 

Dal punto di vista geografico è possibile tracciare i confini liquidi dell’Africa mediterranea con l’Atlantico a ovest e il mar Rosso ad est, con il Mediterraneo quale anello di congiunzione. Per di più, la penisola del Sinai, che divide il confine terrestre tra Egitto e Israele, rappresenta un elemento naturale tra la zona mediterranea e l’inizio della penisola arabica, che segna un primo confine di scissione religiosa e culturale, dividendo uno dei più grandi Paesi arabi dallo Stato ebraico. Questo confine è stato il teatro di conflitto nella Guerra dei sei giorni del 1967 e nella guerra del Kippur nel 1973, che hanno coinvolto proprio Egitto e Israele. Un confine, tra l’altro, che ancora oggi vede infiltrazioni di fondamentalisti islamici che potrebbero minare la sicurezza interna degli Stati limitrofi.

I confini marittimi citati, corrispondono anche a due “porte di accesso” estremamente cruciali per la stabilità economico-politica dell’area: il canale di Suez e lo stretto di Gibilterra. Ciò implica lo sviluppo di interessi economici, per tutti i Paesi dell’Africa mediterranea, necessariamente interdipendenti.

L’area del Meso-oriente arabico

Tutta la penisola arabica, secondo questo costrutto, rappresenta un’altra faglia, continua ma distinta, dell’occidentale Middle East. Una forma di limite latitudinale viene definito a nord dalla Siria e dall’Iraq. Quest’ultimo condivide i monti Zagros al confine con l’Iran, che segnano la collisione tra la placca eurasiatica e la placca arabica e, per questa ragione, funzionali a tracciare un confine naturale tra la penisola arabica e l’area asiatica immediatamente successiva.

Come nel caso di Egitto e Israele, anche questo confine è stato uno scenario bellico durante la guerra tra Iraq e Iran tra il 1980 e il 1988. E soprattutto, anche questo conflitto ha rappresentato uno scontro tra sistemi diversi e rivali nella loro visione politica e religiosa.

Riprendendo ancora il concetto dei confini liquidi, questi sono oggettivamente definibili anche per la penisola arabica. Il mar Rosso a ovest, il Golfo Persico a est e il mar Arabico a sud. I primi due ne definiscono le cosiddette “ascelle”, come nell’ambiente marittimo vengono definiti l’Adriatico e l’alto Tirreno per l’Italia. 

Un riferimento dal carattere geopolitico è dato dalla posizione di tre choke points marittimi che vanno a delimitare il perimetro della penisola arabica: Hormuz, Bab el-Mandeb e Suez. Anche in questo caso, da questi tre punti strategici dipende una buona parte della stabilità regionale: economica, politica e interna. 

Nel cuore della penisola si trovano Paesi quali Yemen, Oman, EAU, Qatar, Bahrein, Kuwait, uniti da una importante omogeneità geografico-morfologica, con l’Arabia Saudita ad occupare gran parte del territorio. 

A “nord” vi è la fascia di mescolanza etnica, culturale e religiosa che abbraccia la presenza delle tre principali confessioni monoteiste, ossia l’area che oggi si definisce la “culla della civiltà”. Al suo interno, infatti, convivono diverse confessioni religiose come gli sciiti iracheni, i drusi e gli alauiti siriani, i cristiani libanesi di ogni derivazione e gli ebrei.

Volendo fare un parallelismo, se le “ascelle” della penisola arabica sono i mari, la penisola del Sinai e i monti Zagros vanno a “saldare” i confini terrestri di quello che si potrebbe chiamare “Meso-oriente arabico” o penisola meso-orientale.

Con il confine tra Iraq e Iran si conclude il “mondo arabo”, che alcune storture sopracitate hanno protratto fino all’Afghanistan, tenendo conto soltanto della confessione islamica.

L’area dell’Asia turco-iranica

Aldilà dei monti Zagros, l’Iran è il primo Paese della terza area che si potrebbe definire Asia turco-iranica. È il centro dello sciismo per eccellenza e il primo Paese non arabo che si trova lungo questo percorso di ridefinizione geografica-concettuale. Volutamente, in questo breve passaggio non si tiene conto di Israele per questioni metodologiche.

A partire dall’Iran si potrebbe considerare uno dei più importanti elementi di difformità di questa terza area di scissione, ossia le lingue. Questo elemento costituisce probabilmente la più evidente prova di distinzione rispetto alle altre due aree trattate finora.

Gli idiomi regionali sono tutti di matrice turco-iranica, seppur la religione principale dell’area continui ad essere l’Islam con tutte le sue differenze. 

Cercando di proporre una analisi ancor più lineare, si potrebbe dividere questa regione in due parti. Da un lato, una parte settentrionale caratterizzata da lingue turche a partire dall’Armenia, l’Azerbaijan, il Turkmenistan, l’Uzbekistan e il Kirghizistan. Dall’altro lato, un’area meridionale caratterizzata da lingue indo-europee e iraniche, comprendente l’Iran (persiano farsi), l’Afghanistan (pashtu e dari, o persiano afghano), il Pakistan (urdu) e il Tagikistan (tagico).

I confini geografici di questa regione sono rappresentati dall’inizio dell’entroterra continentale eurasiatico a nord, mentre ad est le catene montuose del Tien Shan e del Pamir tra Kirghizistan e Cina rappresentano l’ultimo grande blocco montuoso prima dell’Asia orientale e della sfera sinica. Il confine indo-pakistano va a completare questa cornice geografica con l’India che rappresenta un sub-cultura a sé stante. 

Un ultimo spunto di riflessione va fatto sull’influenza del mare – nella sua dimensione più vasta – nell’Asia turco-iranica. Questa fascia, infatti, risulta essere l’unica delle tre in cui – ad eccezione di Hormuz per l’Iran ­– il mare non è un elemento di congiunzione dei singoli interessi nazionali, né delle aree di influenza. Al contrario, è un elemento “sconosciuto” alla quasi totalità degli Stati evidenziati. 

Il Pakistan, per quanto stia lentamente intensificando la sua attenzione verso il mare, non è definibile un Paese a vocazione marittima. 

Le diverse interpretazioni

La metodologia adottata è stata la ricerca di elementi oggettivamente presenti, utilizzati come strumento di differenziazione, con la consapevolezza di descrivere un vasto territorio ricco di peculiarità e mai definitivamente scindibili. 

La natura dell’analisi è di tipo concettuale; pertanto, è stato trascurato volutamente l’aspetto prettamente politico, nell’intento di superare una definizione riduzionista e approssimativa. 

Tra gli obiettivi vi è anche quello di ridurre la chiave di lettura geopolitica, in questo caso ridotta ad uno strumento di sintesi e diventata un abuso terminologico distorsivo. 

L’analisi intende essere una base di partenza sulla quale interrogarsi, lasciando spazio aperto alla validità di diverse letture.

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