Il SUDAMERICA ED IL CONFLITTO UCRAINO: IL CASO DELLA BOLIVIA

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Le sanzioni economiche e le misure diplomatiche messe in atto dai governi occidentali hanno costretto anche i paesi latinoamericani a prendere posizione riguardo il conflitto in Ucraina. Se in pochi sono rimasti sorpresi dalle dichiarazioni di Cuba, Venezuela e Nicaragua, il caso dell’astensione della Bolivia può apparire più ambiguo. 

La recente invasione dell’Ucraina da parte delle forze di Vladimir Putin ha provocato una serie di reazioni senza precedenti da parte della comunità internazionale, ed ha portato molte nazioni a riconsiderare le loro alleanze, le loro priorità e in alcuni casi le loro stesse identità (basti citare l’incredibile inversione della Germania, che è passata dall’essere un paese fermamente orientato al pacifismo al dichiarare di voler spendere oltre 100 miliardi di Euro per ammodernare e rinforzare le sue forze armate nel quadro NATO) per far fronte a queste nuove circostanze. 

Nel contesto di questi cambiamenti in alcuni casi veramente epocali, la Russia appare sempre più isolata, mentre i round di sanzioni economiche imposte dai paesi del blocco occidentale (e da alcuni storici alleati, come il Giappone) si susseguono regolarmente e iniziano a danneggiare la già non brillante economia nazionale, poco diversificata e incentrata sullo sfruttamento di alcune materie prime chiave. 

Ma misure di natura economica, quali l’espulsione delle principali banche russe dal sistema di pagamento SWIFT (mossa senza precedenti che potrebbe rivelarsi devastante per le imprese russe, impossibilitate ad interfacciarsi con il mondo esterno) o il congelamento di fondi ed asset connessi ad entità vicine al Cremlino non sono l’unico strumento a disposizione di quei paesi che intendano opporsi all’attacco di Putin all’Ucraina. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunitasi per la prima volta da 30 anni a questa parte in una sessione di emergenza, ha infatti fornito l’opportunità di creare un vuoto diplomatico intorno al regime russo, con il passaggio di una risoluzione che offre una condanna netta delle azioni di Vladimir Putin, e ribadisce il supporto quasi unanime della comunità globale al popolo ed al governo Ucraino. 

Solo i rappresentanti di quattro paesi hanno votato contro la risoluzione, oltre ovviamente alla Federazione Russia stessa: tra questi fedelissimi figurano la Bielorussia, il cui Presidente Lukashenko è ormai quasi del tutto assoggettato alla volontà del suo vicino, la Siria e la Corea del Nord, due stati che sopravvivono ai margini della comunità internazionale, e l’Eritrea, un regime dittatoriale che da anni può essere trovato in fondo alle classifiche che trattano di libertà, diritti e democrazia.

Nessun paese latinoamericano ha votato esplicitamente in supporto di Putin e della sua invasione, nonostante i legami con il continente che la Federazione Russia ha ereditato dai tempi della Guerra Fredda, periodo durante il quale le nazioni del Sud America erano un vero e proprio campo di battaglia ideologico tra le superpotenze. In anni recenti, Mosca ha addirittura tentato con rinnovato vigore di mettere radici nella regione, tradizionalmente considerata come appartenente alla sfera di influenza di Washington, con una serie di accordi in aree strategiche con alcuni leader sudamericani, che sono stati interpretati come segnali del ritorno di Mosca al ruolo di attore veramente globale. 

A ben vedere, tuttavia, questi accordi risultano essere creazioni piuttosto effimere – nessuno degli investimenti congiunti nel settore petrolchimico messicano sembra essersi materializzato, ad esempio – e in molti sono concordi nell’affermare che la Russia non ha avuto successo nella sua missione di intaccare l’egemonia statunitense nell’emisfero occidentale, soprattutto a paragone con la Cina, che è invece riuscita a diventare un importante punto di riferimento per l’America Latina.  

Emblematico è stato in questo senso la fallimentare campagna vaccinale contro il COVID 19, promossa con grande pubblicità da Mosca nella speranza di dimostrare la supremazia del suo vaccino Sputnik e una elevata rapidità d’intervento russa a paragone con l’Occidente.

Il vaccino è stato in effetti distribuito in alcuni paesi della regione, ma nel complesso la strategia non sembra aver dato i frutti sperati: il Guatemala, ad esempio, ha cancellato l’accordo per la fornitura dello Sputnik dopo che la Russia ha consegnato solo 550.000 dosi delle 8 milioni promesse.

Come si sono posizionati, dunque, i paesi latinoamericani nei confronti di Vladimir Putin, in un forum ad alta visibilità come una sessione di emergenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite? 

La stragrande maggioranza ha votato in favore della risoluzione, ma ci sono state alcune astensioni importanti, prima tra tutte quella di Cuba. 

L’Havana è storicamente il partner di riferimento per Mosca nella regione, la spina nel fianco degli Stati Uniti e il teatro della crisi missilistica che ha tenuto il mondo con il fiato sospeso nel 1962. Nonostante il collasso dell’Unione Sovietica, il regime comunista di Cuba ha mantenuto forti legami con la Russia odierna, la quale nel 2014 ha cancellato più di 30 miliardi di debito sovrano contratti durante l’era Sovietica e che nel corso dell’anno appena trascorso ha firmato una serie di accordi bilaterali per promuovere lo sviluppo economico e la cooperazione con l’isola caraibica.  

L’astensione del rappresentante del governo Cubano può essere spiegata solo tenendo in considerazione il relativo miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti: evidentemente, Cuba ha deciso di non voler rischiare di compromettere i fragili passi in avanti fatti sotto i governi di Obama e Biden, ed ha quindi evitato di assumere una linea eccessivamente pro-Mosca. 

Il Venezuela, altro alleato chiave di Putin nella regione, non ha invece potuto esprimere la sua posizione in quanto è stato sospeso dalle Nazioni Unite per non aver corrisposto la quota associativa. Tuttavia, le recenti dichiarazioni di Maduro lasciano intendere chiaramente la sua posizione di supporto alla sua controparte Russa – mossa prevedibile, dato che il Cremlino ha supportato Chavez prima e lo stesso Maduro poi, inviando “specialisti” del Gruppo Wagner (una forza paramilitare vicina all’esercito Russo) per contrastare le proteste contro il regime, e agendo da intermediario per permettere al petrolio venezuelano di raggiungere i mercati nonostante le sanzioni Statunitensi, offrendo una (seppur tenue) ancora di salvezza all’altrimenti instabile dittatore venezuelano. 

Non sorprendono particolarmente anche le astensioni di Nicaragua e El Salvador, due stati spesso in opposizione a Washington i cui governanti sembrano ispirarsi spesso al Presidente Putin (ad esempio, le elezioni che anno riconfermato Daniel Ortega al potere si sono tenute dopo il passaggio di una nuova legge che ha portato all’incarcerazione di tutti i principali leader dell’opposizione).

L’ultimo caso di astensione da prendere in considerazione, quello della Bolivia, è forse quello più difficile da spiegare.

Nell’ambito della già citata – e piuttosto carente – strategia di Mosca in Sudamerica, la Bolivia rappresenta un discreto successo, essendo l’unico stato nel quale un progetto di una certa importanza, finanziato dalla Russia, ha effettivamente iniziato a prendere forma. Si tratta del complesso nucleare di El Alto, che una volta terminato comprenderà un reattore da 200MGW (il primo in assoluto in Bolivia) e una serie di laboratori ideati per condurre esperimenti di ogni tipo, dal campo medico a quello minerario. 

La Bolivia ha inoltre espresso interesse ad acquistare armamenti prodotti in Russia (per rimpiazzare l’equipaggiamento, ormai obsoleto, proveniente dagli Stati Uniti) e ha ricevuto ed utilizzato il vaccino Sputnik, addirittura preferendolo alle alternative occidentali.

Il governo russo si è inoltre dimostrato solidale con le rimostranze espresse dall’ex Presidente Evo Morales, da sempre una figura di interesse per Mosca in virtù della sua opposizione agli Stati Uniti – nel 2008, Morales espelle infatti l’ambasciatore Statunitense in Bolivia, e per l’intera durata della sua presidenza non ne accoglierà un altro, lasciando solamente diplomatici di secondo rango in rappresentanza a La Paz

Ecco dunque spiegata l’astensione della Bolivia, il cui Presidente Luis Arce (erede di Morales) sembra aver voluto così evitare di dover prendere una posizione netta, preferendo forse attendere la conclusione del conflitto per decidere più chiaramente come impostare la sua politica estera.

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