L’OCCIDENTALIZZAZIONE DELL’AMERICA LATINA (PARTE II)

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Nella prima parte dell’analisi si è affrontato il tema delle sfide che l’Occidentalizzazione aveva posto ai paesi latinoamericani. In questa seconda parte, il target cambia inclinazione delineando, brevemente, la reazione di tali Paesi e il loro ruolo nel contesto internazionale e, di come siano riusciti a ritagliarsi tale ruolo nel corso degli anni. Con il crollo dell’Unione Sovietica si pongono nuove sfide nello scenario internazionale, in primis l’esplosione del processo di globalizzazione che cambia le carte in tavola, provocando diverse reazioni nei vari Paesi del mondo nel quale scenario l’America latina non fa certo eccezione. 

Il dato più rilevante in questo contesto è che, nonostante le divergenze, i paesi latinoamericani hanno sempre mantenuto un allineamento con i paesi occidentali. Questo allineamento però, non ha un valore assoluto in quanto persistono ancora, durante gli anni, Settanta i nazionalismi che si pongono in netta posizione antitetica rispetto alla mondializzazione. 

Questa situazione cambia a partire dagli anni Ottanta, quando, quasi tutti i paesi latini intraprendono il cammino della democrazia e viene ridefinita la collaborazione con Stati Uniti ed Europa. Infatti, tra il 1955 ed il 1995 gli Stati del Sud America che adottano un sistema governativo democratico passa da sette a venti.

In questo disegno geopolitico è importante mettere in luce la reazione dell’opinione pubblica di fronte alle sfide ed ai cambiamenti posti dal processo di globalizzazione. La reticenza di molti, nei confronti del processo di modernizzazione continua comunque a persistere e in linea generale si individua nei militati dei partiti di sinistra. La questione che sorge è la messa in atto delle forme di manifestazioni, le quali emulano le stesse forme dei loro avversai politici rischiando, dunque, un ritorno al populismo e al nazionalismo; in questo senso, non è affatto escluso che i movimenti di destra persistano, a loro volta, nella ferma opposizione al processo di globalizzazione. 

Questi eventi hanno come diretta conseguenza, nei primi anni Duemila, una scarsissima formula democratica parecchio inefficace e costantemente a rischio. Inoltre, fra gli anni Ottanta e gli anni Duemila l’opinione pubblica si mostra anestetizzata come reazione della scarsa solidità delle istituzioni democratiche. 

Paradossalmente lo sviluppo delle nuove tecnologie a costi decrescenti ha incentivato il sentimento nazionalista in ogni sua forma (movimenti, gruppi governativi, aziende) questo perché la globalizzazione ha certamente favorito le multinazionali e lo scarso podere d’acquisto cercano di adeguarsi ai modelli consumistici anche contraendo debiti, causando così un circolo di malcontento non facile da risolvere. 

Con il crollo dell’Unione Sovietica le telecomunicazioni si sono fortemente impegnati nell’incoraggiare la diffusione del messaggio di un mondo unipolare. Tuttavia, questo genere di messaggio non attecchisce, non solo perché non è la realtà dei fatti ma soprattutto perché la fine della Guerra Fredda ha consentito ad altri Paesi di ritagliarsi un ruolo ben definito e allo stesso tempo solido, tanto da arrivare anche a convincere l’opinione pubblica, a dispetto delle intenzioni della pubblicità. Il riferimento è soprattutto ad Europa e Giappone i quali hanno anche cercato di ottenere un ruolo più attivo in seno alle Nazioni Unite (Consiglio di Sicurezza); tali rivendicazioni danno speranza all’intero sotto-continente americano di emergere. 

Il passaggio dal bipolarismo al multilateralismo rappresenta una formula assai solida per tentare di cambiare gli attori protagonisti delle sorti del contesto internazionale. Questo si giustifica secondo ragioni storiche: a partire dalla fine degli anni Sessanta del Novecento, la diffusione del nucleare consente ad altri Paesi di emergere nello scenario internazionale, fra i quali Argentina e Brasile. 

Entrambi decidono di concedere la gestione di tale arma al controllo internazionale, almeno in un primo momento, per poi rinunciarvi a partire dal 1991. Nello stesso anno, l’Argentina dà vita al programma Condor 2 per realizzare dei missili in collaborazione con Iraq ed Egitto assistiti da Italia, Francia, Germania, Svizzera e Svezia con due programmi missilistici in fase di attuazione in Brasile. 

È chiaro che la progressiva autonomia dell’area latinoamericana si possa ricollegare al fatto che essi sono un’area strategica per Unione europea, Stati Uniti e Giappone. 

Si è dunque spostato l’asse delle tensioni (commerciali, politiche e strategiche) dalla Washington-Mosca alla triade occidentale. Si realizza così un nuovo assetto che coinvolge anche gli Stati più deboli. Da qui, nasce una nuova diplomazia che si presenta come flessibile, sia sul piano internazionale sia su quello regionale. Questa nuova diplomazia si basa su vincoli economici e politici (G7, G8, G20, G15) facendo partecipare anche i paesi di recente industrializzazione: nasce per questa ragione l’Organizzazione Mondiale del commercio (WTO). 

Fondamentale è il nuovo contesto internazionale in cui la nuova diplomazia si rende necessaria e, cioè, il presupposto che sì le grandi potenze governano il mondo ma con la condizione che siano legittimati dalle potenze medie e piccole. Queste sono le dinamiche del nuovo ordine internazionale. 

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