CINQUE ANNI DALL’ACCORDO ITALIA-LIBIA: BILANCIO E SCENARI FUTURI

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Nonostante la netta condanna dell’ONU, che denuncia le gravi violazioni dei diritti umani subite dai migranti in Libia, le probabilità che l’Italia possa revocare il Memorandum di intesa firmato cinque anni fa sono davvero basse.  

Il 2 febbraio 2017, il governo Gentiloni rilanciava la cooperazione con la Libia, sottoscrivendo un Memorandum di intesa[1] con il Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato libico, con l’obiettivo principale di contrastare l’immigrazione illegale. L’accordo sancisce l’impegno dell’Italia a fornire, con il sostegno finanziario dell’Unione europea, formazione e supporto tecnico alla cosiddetta guardia costiera libica, a cui viene affidato di fatto il controllo delle frontiere al fine di arginare i flussi di migranti irregolari. Viene inoltre assicurato il finanziamento dei centri di detenzione libici, definiti nel testo del Memorandum come “centri di accoglienza”. 

È bene ricordare che il patto italo-libico, pur presentandosi come un’intesa bilaterale, va piuttosto inquadrato nell’ambito dei rapporti di partenariato tra Unione europea e paesi terzi e fa direttamente capo alla Dichiarazione di Malta varata dal Consiglio europeo.

A cinque anni dalla firma del Memorandum, il “costo” del processo di esternalizzazione delle frontiere, in termini di violazioni dei diritti umani è altissimo. Già nel 2018, un rapporto ONU documentava gli “inimmaginabili orrori” a cui sono sottoposti migranti e rifugiati, vittime di torture, detenzioni arbitrarie, stupri, schiavitù, lavori forzati ed estorsioni. Violenze e abusi, perpetrati in maniera sistematica tanto da ufficiali di Stato quanto da gruppi armati e trafficanti, trovano terreno fertile in un territorio come quello libico, in cui il clima di perenne instabilità politica favorisce il radicarsi di attività illegali.  

In base a quanto dettagliatamente descritto dai membri dello staff dell’ONU, nei centri di detenzione libici, spesso sovraffollati, scarsamente ventilati e illuminati, e caratterizzati da condizioni igieniche precarie, i migranti patiscono la fame, sono costretti a subire maltrattamenti, percosse e varie forme di pratiche disumane e degradanti. Non sono poi rari i casi di malnutrizione, infezioni della pelle e malattie respiratorie.  

In un rapporto del 17 gennaio 2022, António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite ha espresso “grave preoccupazione” per le continue violazioni dei diritti umani commesse nel paese nordafricano e ha ribadito che “la Libia non è un porto di sbarco sicuro per rifugiati e migranti”. Eppure, nel corso degli ultimi cinque anni, oltre 82.000 persone, nel tentativo di attraversare il mar Mediterraneo, sono state intercettate e riportate sulla terraferma, sebbene il principio di non refoulement (non respingimento), disciplinato a livello internazionale dalla Convenzione di Ginevra del 1951, vieti di respingere o espellere i richiedenti asilo verso luoghi di temuta persecuzione. Sono stati ben 32.425 i respingimenti effettuati dai guardacoste libici soltanto nel 2021: il numero più alto registrato finora. Sempre nello stesso anno 1553 persone sono morte o scomparse in mare.

Nonostante le problematicità evidenziate, l’accordo in esame – che scadrà nel febbraio 2023 e si rinnoverà automaticamente per altri tre anni, a meno che le autorità italiane non decidano di annullarlo – verrà con ogni probabilità riconfermato. Difatti, un rapporto interno del comandante dell’operazione navale dell’Unione europea Eunavfor Med Irini, pubblicato dall’Associated press lo scorso gennaio, ribadisce l’intenzione delle autorità europee di proseguire con il programma di addestramento e equipaggiamento della guardia costiera libica. 

Del resto, la Libia è da sempre un partner strategico di grande rilevanza per il governo italiano e, al di là della questione migratoria, la cooperazione tra i due paesi è motivata in buona parte da interessi economici di primaria importanza per entrambe le parti. Se da un lato, infatti, l’Italia è uno dei principali esportatori di petrolio e gas, dall’altro lato i proventi del petrolio rappresentano l’unica risorsa sulla quale l’economia del paese nordafricano si è modellata e costituita. Dal canto suo, l’Italia è il primo esportatore di generi alimentari, apparecchiature elettriche, macchinari e prodotti chimici, oltre a svolgere un ruolo cruciale nell’estrazione e nell’esportazione degli idrocarburi, grazie anche alla presenza da oltre mezzo secolo di Eni sul territorio.  

La visita di Mario Draghi in Libia nel 2021, la prima all’estero da Presidente del Consiglio italiano, era stata una chiara dimostrazione della necessità di rilanciare il ruolo internazionale dell’Italia e di tutelare i propri interessi. Poche settimane prima della partenza, in un discorso rivolto al Senato, il premier Draghi parlava di una “forte attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario con particolare attenzione alla Libia”.

Intanto, in occasione del quinto anniversario del Memorandum, decine di organizzazioni italiane, libiche, africane ed europee, attraverso un documento di analisi degli effetti che l’accordo ha avuto sulla vita delle persone migranti, lanciano un appello al governo italiano affinché revochi il patto, facendo notare come tale politica di collaborazione si sia rivelata come “un fattore che agevola la strutturazione di modelli di sfruttamento, riduzione in schiavitù e violenze, definiti come crimini contro l’umanità”. 


[1] Palladino R. (2018), Nuovo quadro di partenariato dell’Unione europea per la migrazione e profili di responsabilità dell’Italia (e dell’Unione europea) in riferimento al caso libico, in “Freedom, Security & Justice: European Legal Studies”, n. 2, pp. 104-134.

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