LA FALLIMENTARE RETORICA DELLA GUERRA ALLA DROGA NEGLI STATI UNITI IN QUANTO MINACCIA AI PRINCIPI CARDINE DELLA SICUREZZA NAZIONALE

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Fonte Immagine: https://folsoms93.com/2011/06/24/the-overpopulation-of-prisons-part-iii-minorities/

A cinquant’anni dalla dichiarazione statunitense di Guerra alla droga la narrativa di tale battaglia risulta senza dubbio fallace, sia in quanto ad obiettivo perseguito sia nelle misure implementate per farvi fronte. Questa è la storia di una psicologia sociale priva di lungimiranza e colma di camuffati stereotipi razzisti attualizzati in chiave contemporanea.

Se la cosiddetta dicitura “Guerra alla droga” può risultare conosciuta per tanti di noi, le dinamiche sottostanti la retorica in questione non possono necessariamente dirsi altrettanto note. Sin dalla prima dichiarazione di guerra al narcotraffico, l’atmosfera apparve subito surreale, i toni estremamente accesi e le misure in programma drasticamente rigide; si parlò difatti di una “guerra totale” verso quello che venne definito essere “il nemico pubblico numero uno” degli Stati Uniti d’America.

Fu il Presidente Nixon ad iniziare una tale crociata durante una conferenza stampa tenutasi a Washington D.C. nel lontano 1971. Ancora una volta, se la gravità della situazione fu sin da subito percepibile, ciò che allora non apparve del tutto chiaro fu l’obiettivo mirato di questa campagna: le comunità di colore e la loro condizione socio-economica “inferiore”, non solo frutto di secoli di segregazionismo, ma futuro avversario nel mirino della Casa Bianca dal neo-liberalismo della Reaganomics in poi.

Sotto l’Amministrazione Nixon, nel corso degli anni ’70, presero difatti piede due strategie parallele che ci dimostrano l’intrinseca correlazione tra la lotta al narcotraffico e la perpetrata discriminazione nei confronti delle minoranze etniche. Oltre alla completa eradicazione dei narcotici, perseguita tramite la “No drugs, no problem strategy”– “Nessun problema, in assenza di droghe” – il Presidente Nixon sviluppò la celebre Strategia del sud, tramite cui tentò di avvicinare al suo elettorato repubblicano numerosi elettori democratici dei paesi del sud.

Così facendo, venne disseminato tra la popolazione americana prevalentemente bianca non ispanica un vero e proprio panico emotivo, profuso tramite la narrativa della lotta al crimine e della necessità di difesa dei principi cardine della sicurezza nazionale. Dopo la concessa libertà per la popolazione di colore – raggiunta a seguito dell’attivismo del Movimento per i diritti civili con l’approvazione da parte del Congresso del XIII Emendamento della Costituzione nel 1865 – i pregiudizi verso le sopracitate minoranze tornarono a popolare il sentire comune, l’opinione pubblica, la propaganda di stato e i vasti spazi della Casa Bianca.

La clausola della criminalità presente in tale Emendamento, la quale prevedeva l’eccezione al divieto di schiavitù o di lavoro forzato in caso di “punizione per un crimine”, divenne il più potente espediente in mano ai fautori della crociata al narcotraffico. In effetti, il consumo di sostanze stupefacenti non venne mai trattato come un problema di salute per cui correre in soccorso della popolazione affetta; al contrario, questo venne delineato negli anni quale reato legalmente perseguibile e, di conseguenza, fonte di stigma sociale.

L’aumento del tasso di crimine negli anni di sviluppo della lotta contro i narcotici venne perciò considerato quale esito principale e direttamente proporzionale rispetto all’espandersi delle cause e delle proteste del Movimento per i diritti civili. La sempre più temibile Guerra alla droga portò implicitamente ad additare le minoranze etniche come categorie sociali “di seconda classe”, riportando in auge la retorica delle celebri leggi Jim Crow degli stati del sud dell’America segregazionista di fine XIX secolo.

Ingenti fondi furono dunque dispensati dalle amministrazioni che si susseguirono dagli anni ’70 in poi al fine di incrementare il numero di forze di polizia presenti nelle aree urbane – risapute essere dimora delle comunità meno abbienti e prevalentemente di colore. I poliziotti, in servizio come in borghese, iniziarono a fare continue ronde di isolato in isolato per le strade degli States e quella fetta minoritaria di popolazione nera e latina in primis venne assoggettata a supervisione costante.

La Guerra alla droga fungeva da pretesto per controllare in maniera sistematica le minoranze sociali che, in particolar modo nell’ottica neo-liberalista, rappresentavano una porzione marginale e pressoché superflua della popolazione statunitense per via della loro minore partecipazione alla costruzione della ricchezza nazionale. Soprattutto negli anni di mandato del Presidente Reagan – quando si registrò il più basso regresso economico dopo la Grande Depressione del 1929 – l’allarmante incremento del tasso di disoccupazione portò gli Stati Uniti degli anni ’80 a concludere la guerra alla povertà per imbattersi in una Guerra alla droga drasticamente ferrea nelle misure di implementazione.

E’ in particolare in tale decennio che l’America urbana venne sovrastata dall’epidemia di crack – alternativa economica rispetto alla periferica e dispendiosa cocaina in polvere. Si iniziò pertanto a dare la caccia ai consumatori di sostanze stupefacenti ed ai narcotrafficanti di piccola taglia, in particolare a seguito dell’adozione dell’Anti-Drug Abuse Act del 1986, il quale permise lo stanziamento di $ 1,7 miliardi specificamente allocati per combattere la Guerra alla droga.

A tale riguardo, non solo diversi stati della Federazione misero in atto la Legge dei tre strikes per condannare all’ergastolo anche responsabili di crimini minori quali il consumo, il possesso o lo spaccio di piccole quantità di narcotici, ma furono inoltre messe a disposizione, da quel momento in poi, pene detentive minime obbligatorie escogitate nell’ottica di non dover più far affidamento sulla capacità di giudizio dei giudici.

Entrambi gli strumenti, spesso e volentieri razzisti per natura, contribuirono largamente al fenomeno delle incarcerazioni di massa, le quali fecero esplodere la popolazione carceraria americana di individui perlopiù giovani, di colore, e colpevoli di reati minori spesso non-violenti. La disparità razziale attuata dal sistema giuridico statunitense, in fatto di implementazione della legislazione sulla droga, appare evidente anche solo menzionando la allora nota proporzione “100-to-1 ratio”, per cui il consumo od il possesso di 1 solo grammo di crack bastava per condannare i relativi responsabili ad una stessa pena attribuibile per il consumo od il possesso di 100 grammi di cocaina in polvere.

Dopo oltre cinquant’anni dalla dichiarazione di guerra totale al narcotraffico, non risulta dunque complicato soppesare le mosse erronee compiute dalle passate amministrazioni U.S.A. susseguitesi nel corso degli ultimi decenni. Non solo l’aumentata supervisione delle forze di polizia per le strade dell’America urbana non ha consentito nel contesto della Guerra alla droga la benché minima riduzione del crimine in territorio statunitense, si è potuto al contrario denotare, in tale periodo, un più elevato tasso di brutalità inflitta da parte delle autorità statali e federali.

In aggiunta, la strategia di netto proibizionismo fortemente perseguita negli anni ha provocato una concatenazione di deleteri danni collaterali, principalmente dovuti al fatto che le droghe non sono da ritenersi beni sensibili alle variazioni di prezzo. Difatti, la decisione intrapresa dalle varie amministrazioni U.S.A. di eradicare l’offerta di narcotici non ha permesso di raggiungere una diminuzione della domanda di tali beni. Diversamente da quanto sperato, la disponibilità di sostanze stupefacenti ha conosciuto un preoccupante aumento con l’espandersi del narcotraffico clandestino dei potenti cartelli della droga.

Questi ultimi, in grado di raffinare la produzione e facilitare il traffico e la vendita di stupefacenti, hanno quindi saputo sopperire ad un ininterrotto aumento della domanda, generando parallelamente maggiore violenza e criminalità. La scelta consapevole di ignorare l’imprescindibile “strategia di trattamento e di riduzione dei danni”, in risposta al flagello sociale della diffusione delle droghe, ha pertanto fatto sì che gli Stati Uniti di fine XX e inizio XXI secolo sviluppassero una battaglia completamente diversa rispetto a quella pubblicizzata mediante propaganda nazionale.

Quello che sin da subito necessitava di essere affrontato quale problema di salute gravante sulla popolazione statunitense, sprovvista di accesso ai servizi di supporto per il recupero, è stato invece dipinto come stigma sociale perseguibile per mezzo di legislazioni spietate e politiche di “tolleranza zero”. L’ingiusta ed efferata discriminazione razziale alla base della feroce Guerra alla droga ha infatti permesso, sino ad oggi, una sistematica perpetrazione di abusi dei diritti umani a spese delle comunità di colore.

Pertanto – tracciando un filo comune invisibile, ma spaventosamente percepibile lungo quella che è stata la storia statunitense – non è esagerato pensare che queste stesse minoranze siano state perseguitate quali de facto “nemico pubblico numero uno” dell’America suprematista bianca … già tempo addietro rispetto al radicarsi nel sentire comune popolare della famigerata narrativa della Guerra alla droga di fine 1900.

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