LA PRIMA TURBINA DELL’IMPIANTO GERD IN ETIOPIA È STATA AVVIATA

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Fonte Immagine: https://www.dw.com/en/nile-dam-project-talks-stall-between-egypt-and-ethiopia/a-50453181

21 febbraio 2022: dopo oltre dieci anni dall’inizio dei lavori il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali ha acceso la prima turbina della diga GERD e, come prevedibile, tale gesto ha ulteriormente alimentato reazioni avverse da parte di Sudan ed Egitto.

La GERD (Grand Ethiopia Renaissance Dam) è un considerevole progetto ingegneristico composto da due dighe e due centrali idroelettriche progettato dall’Etiopia sul Nilo Azzurro. Da un decennio a questa parte, tuttavia, rappresenta altresì un discreto esempio di fallimento diplomatico tra il Paese promotore, da una parte, e Sudan ed Egitto, dall’altra. 

La GERD nasce con l’obiettivo di diventare la punta di diamante della corsa dell’Etiopia verso l’energia pulita, in particolare quella idroelettrica, con il Paese che si è posto l’ambizioso obiettivo di diventare carbon neutral entro il 2025.

Si stima che la realizzazione dell’impianto abbia un valore di circa 3,5 miliardi di dollari e gli investimenti fatti dal governo in questi anni siano equivalsi a circa il 7% del PIL. L’obiettivo, oltre a fornire energia pulita, è di farlo in quantità considerevoli: la GERD a pieno regime dovrebbe essere in grado di produrre fino a 16TWh, misura che lo renderebbe il più importante impianto del continente e soprattutto il primo hub africano per le esportazioni di energia idroelettrica.

Stime che se confermate dalla realtà dei fatti determinerebbero un miglioramento significativo nello sviluppo economico e nel ruolo internazionale dell’Etiopia. Il New York Times in un articolo dell’anno scorso aveva evidenziato come potrebbe portare, tra le altre cose, all’illuminazione di milioni di abitazioni e garantire miliardi di dollari di profitti dalla vendita di elettricità più pulita -calerebbero le emissioni di CO2- ai Paesi partner.

Il 21 febbraio 2022 il primo ministro etiope e premio Nobel per la pace Abiy Ahmed Ali, azionando la prima turbina in diretta televisiva nazionale, ha dato ufficialmente il via al funzionamento della centrale. Il problema è che l’ha fatto senza aver ancora ricevuto la delicata approvazione di Sudan ed Egitto, per i quali il fiume Nilo rappresenta una risorsa idrica fondamentale, e che si sentono fortemente minacciati dalla diga. 

La posizione geografica della GERD è alquanto delicata

Il complesso sorge interamente nel territorio etiope, a 15 chilometri dal confine col Sudan e a 3.200 chilometri dal delta del Nilo in Egitto, lungo quella parte di fiume chiamata Nilo Azzurro, che si unisce poi a Khartoum al Nilo Bianco per sfociare insieme nel Mediterraneo.

Lo sfruttamento del fiume da parte della diga potrebbe provocare esternalità negative ad altri due Paesi per cui il Nilo è indispensabile, ovvero Sudan ed Egitto.

Le ragioni sono molteplici e spesso lecitamente fondate (alcune delle quali sono state trattate anche da una collega dello IARI in un’analisi pubblicata ad aprile 2021, quando la situazione politica tra i tre Stati sembrava a uno stallo senza possibilità di avanzamento). 

L’origine delle tensioni risale al 2011, anno in cui l’allora primo ministro etiope Males Zenawi presentò per la prima volta il progetto e l’Egitto evidenziò immediatamente due principali problematiche. La prima riguardava il bacino che la struttura avrebbe creato, con la conseguente riduzione delle risorse idriche a disposizione dell’Egitto, la cui agricoltura ed energia dipendono quasi totalmente dalle acque del fiume. La seconda verteva sul fatto che l’Etiopia avrebbe potuto controllare e gestire “a monte” le quantità di acqua passanti attraverso la diga e di conseguenza decidere arbitrariamente l’afflusso d’acqua del Nilo. Due ipotesi smentite in più riprese dai vari governanti e tecnici etiopi, i quali hanno più volte garantito che la GERD non modificherà mai i flussi d’acqua verso Egitto e Sudan e che la diga dovrà diventare motivo di cooperazione piuttosto che di conflitto. Non un’esternalità negativa, quindi, ma una risorsa, visto che tutti i Paesi vicini potranno beneficiare di energia a più basso costo. 

Tali dichiarazioni non sono però bastate a calmare le acque: per i successivi anni i rapporti e le relazioni diplomatiche tra i due Paesi sono stati molto complicati.

L’Egitto ha messo sul tavolo diversi accordi, di cui uno datato addirittura 1929, dei quali però il governo etiope non ne riconosce la validità giuridica. Quello su cui il presidente Abdel Fattah al-Sisi fa maggiormente leva è però la “Dichiarazione dei principi” del 23 marzo 2015, in cui i due Paesi e il Sudan si impegnavano ad impedire qualsiasi iniziativa unilaterale sul Nilo.

Ed è proprio sulla violazione di questo accordo che oggi Egitto e Sudan accusano l’Etiopia di aver agito unilateralmente e soprattutto senza il consenso degli altri due Paesi.

Le parole più dure sono state quelle di Omar Al-Farouq Sayed Kamel, portavoce del governo sudanese, che ha apostrofato la GERD come una violazione fondamentale degli impegni tra Stati firmatari mentre su Al Jazeera è invece disponibile la lettera diffusa dal Ministero degli Esteri egiziano

Tentativi di mediazione e carenza idrica

Negli ultimi anni l’Unione Africana ha cercato di mediare tra i tre Paesi per trovare un compromesso, ma senza successo. Troppi punti di vista opposti, difficili da far conciliare, soprattutto sul tempo necessario da impiegare per riempire il bacino (due anni per l’Etiopia, dodici per l’Egitto).

L’ultimo tentativo di negoziato promosso dall’UA è terminato nell’aprile 2021 con l’ennesimo mancato raggiungimento di un accordo.

La situazione diplomatica negli ultimi anni è ulteriormente peggiorata con il conflitto civile della regione del Tigrè in Etiopia ed il Colpo di Stato  di Abdel Fattah al-Burhan in Sudan, a cui si aggiunge la mai risolta disputa per la contesa regione di al-Fashaqa.

Anche l’ONU ha cercato urgentemente una mediazione: preoccupa, e non poco, l’aspetto demografico. L’Etiopia ha una popolazione di 115 milioni di abitanti (il doppio di quella italiana), l’Egitto di 102 milioni e il Sudan di 43 milioni, e tutte e tre hanno un trend di crescita demografica impennante, tanto che la maggiore preoccupazione dell’ONU è che ci sia il rischio, come in altre zone del mondo, che le carenze idriche non soddisferanno i bisogni della popolazione.   

Nel corso degli anni l’Etiopia, al netto delle sopracitate tensioni geopolitiche, ha comunque effettuato due riempimenti del bacino, per un totale di 74 miliardi di metri cubi, e il 21 febbraio ha dato il via alla produzione di energia idroelettrica. 

Interessi cinesi e investimenti occidentali

Come spesso accade con progetti di una simile portata, il supporto economico di potenze straniere è stato determinante. La GERD ha visto la luce ed il proprio sviluppo grazie alle tasse sui cittadini, ai titoli di stato interni, al supporto della World Bank e alle obbligazioni emesse dalla Cina, che già da anni rappresenta il principale partner commerciale straniero dell’Etiopia. 

Le principali aziende che hanno eseguito i lavori in questi anni sono proprio cinesi, da China Gezhouba Group a Voith Hydro Shanghai; questo rappresenta solo uno dei tanti passi con cui il colosso asiatico si sta pian piano insediando nel continente africano, nella più grande strategia di aumentare la propria influenza globale. 

Proprio in Etiopia la Cina era stata economicamente determinate anche nel 2015, quando finanziò la Diga Gilgel Gibe III.

Ma il supporto della Cina è presente anche in Sudan, con investimenti infrastrutturali come la Belt and Road Initiativeed il porto di Haidob; in Egitto, principalmente a livello bancario e finanziario; ed anche nel vicino Sud Sudan, con investimenti petroliferi.

Con importanti affari in tutti i Paesi coinvolti, quindi, il governo cinese pare abbia scelto un atteggiamento cauto nell’esporsi ufficialmente sulla GERD. 

A livello geopolitico l’Egitto ha optato per la strategia del tentare di rendere il problema il più internazionale possibile, coinvolgendo Russia e Stati Uniti. Il recente scoppio delle ostilità in Ucraina ha però sottratto attenzione alla questione africana senza contare che Joe Biden, in disaccordo con Abdel Fattah al-Sisi per le sanzioni della guerra locale, parrebbe restare più neutrale per quanto riguarda la diga.

Al momento le posizioni dei tre Paesi sembrano più lontane che mai dal trovare soluzioni diplomatiche e le tensioni tra Etiopia, Egitto e Sudan continuano ad alimentare instabilità. Trovare un accordo sembra complicato, con le contrattazioni rese ancora più difficili dalla situazione di violenza ad al-Fashaqa e dalle rivendicazioni di Amhara. Gli analisti interpellati in materia considerano remota l’ipotesi di una guerra sul Nilo, ma in un momento di difficoltà in un’Africa delicata la mancanza di cooperazione non è certamente positiva.

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