IL PASSATO NON RITORNA:  PERCHÉ L’INVASIONE RUSSA DELL’UCRAINA NON È IL RITORNO DELL’UNIONE SOVIETICA

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Il rombo della storia che si compie non va confuso con la risacca del passato. L’invasione russa dell’Ucraina non è il ritorno dell’Unione Sovietica, crollata su se stessa per sclerosi ideologica e  economica. Del bipolarismo che la Cortina di Ferro rappresentava oggi non esiste che ruggine. A ricacciare nella tomba i fantasmi del secolo scorso, ci sono il ruolo della Cina e la comunicazione globale dei social media.

La Federazione Russa ha aperto uno squarcio nel presente in nome della grandezza del passato,    ma l’Unione Sovietica, e il bipolarismo che essa co-dominava con gli Stati Uniti, sono oggetto del passato.

Nuovi attori, gelosi della propria sovranità, e affezionati sostenitori del capitalismo globale, si muovono in un sistema internazionale imperfetto ma funzionante, che li ha tenuti al riparo della volontà di potenza di stati che trascurano l’eredità di Westfalia e del secondo dopoguerra. La violazione russa della sovranità ucraina e della stabilità internazionale disturba in particolare Pechino, che ai tempi dell’URSS era un polo economico promettente ma sotto-sviluppato, e che oggi si dimena tra un anti-americanismo innato e la determinazione ad espandere la propria influenza livello globale.

La variabile cinese

Mosca guarda a Pechino come un alleato per rifondare il sistema internazionale. Pechino considera Mosca come un utile strumento dai considerevoli difetti di funzionamento. La comune retorica anti-americana è un’utile cortina di fumo per pubblicizzare il declino dell’influenza globale di Washington, e dell’Occidente più in generale. Eppure, oltre allo stridio dei falchi del Cremlino e della Città Eterna, ci sono le differenze che diminuiscono l’attrattiva di una reale alleanza tra Mosca e Pechino. 

La principale, e la più importante, è che la Cina è soddisfatta dell’attuale sistema globale, e ritiene che per migliorarlo siano necessarie solo alcune migliorie dal punto di vista valoriale. Del resto, l’attuale ordine internazionale è quella che l’ha trasformata da periferia del mondo a diretta contendente  degli Stati Uniti. 

La Russia, invece, è pervasa da un pervicace risentimento nei confronti di quest’ultimo. Più l’ordine multilaterale si rafforzava ed espandeva dopo la fine della Guerra Fredda, più la Russia si ritrovava povera ed isolata, fino a precipitare nell’anarchia degli anni Novanta, e a riemergere, con fatica, solo a inizio degli anni Duemila.

Di fronte all’opportunità di ribaltare l’attuale ordine internazionale, come sarebbe nel caso di un rischio di una guerra tra Alleanza Atlantica e Russia, è molto probabile che la Cina spingerebbe per disinnescare la situazione. Le voci di una pressione da parte cinese per i negoziati al confine tra Bielorussia e Ucraina ne sono una dimostrazione.

Il virus dell’Internet

L’era dei comizi che urlavano e convincevano della necessità della defascistizzazione del nemico è finita. L’unica piazza che conta nell’opinione pubblica è quella virtuale. Putin è consapevole del potere della comunicazione: l’espansione di outlet come Russia Today e l’uso diffuso di BOT ne è la dimostrazione.

L’invasione dell’Ucraina doveva essere anche cibernetica e telematica, oltre che militare. Sono numerose le testimonianze di soldati ucraini che, tra un bombardamento e l’altro, controllavano i propri cellulari e li trovavano inondati di video di fabbricazione russa, creati con il preciso obiettivo di demoralizzarli e indebolire la resistenza ucraina.

L’internet, tuttavia, non è un media di Stato: vive di interconnessioni, e di scambi virali. Mentre la propaganda russa scorreva in un verso, video e foto dalle e delle strade bombardate in Ucraina scorrevano in un altro. Per la prima volta, un conflitto internazionale ha acquisito sostanza e visibilità tramite i social media: le lacrime, il sangue, la paura dei civili ucraini sotto le bombe hanno cominciato a scorrere sugli schermi degli utenti di tutto il mondo.  

La carne da macello ha il dono della parola, e non parla russo

Nel momento in cui la rabbia e l’orgoglio degli ucraini hanno cominciato a inondare la rete, l’invasione russa ha perso ogni pretesa di legittimità, e ha gettato un’ombra oscura su chiunque la giustificasse. Questo perché le voci delle vittime civili, un tempo silente carne da macello nei conflitti internazionali, sono entrate con decisione nel dibattito pubblico.

Hanno scardinato l’autorevolezza della comunicazione politica della Federazione Russa, che fuoriusciva, tonante, dalle stanze regali del Cremlino, e hanno donato nuova vita a quella balbuziente dell’Unione Europea.

La moral suasion delle vittime civili, unita all’abilità comunicativa del Presidente Zelenskyy, ha impresso una svolta sostanziale all’approccio dell’Occidente: la comunicazione collettiva e globale ha plasmato la risposta politica.

Una pietra tombale sul passato, ma non sull’orrore futuro 

Il mutato scenario internazionale, unito al potere della comunicazione social pone una pietra tombale sul passato. Tuttavia, non può prevenire l’orrore futuro scatenato dalla ricerca dello status di grande potenza, né garantire una pace immediata. Quello che la violenza di questi giorni ha suscitato, più che un’affezione per la NATO, è il desiderio di reiterare la base stessa dell’ordine internazionale: la negazione della violenza armata, e della guerra, come strumento di politica estera.

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