L’ALBA DI UN NUOVO SISTEMA MONETARIO INTERNAZIONALE?

Un’adeguata illustrazione del ruolo svolto nella società dalla ‘moneta’ è essenziale per l’efficace comprensione del contesto in cui si vive. Lungi dall’esaurirsi nel suo tradizionale trittico costituito da mezzo di pagamento, unità di conto e riserva di valore, nelle sue evoluzioni è viceversa riflesso del funzionamento del sistema di interscambio commerciale, nonché anticipazione delle ambizioni geopolitiche mondiali. 

Alcuni cenni

La storia recente del sistema monetario internazionale è stata caratterizzata da cambiamenti epocali. 
Nel corso del XIX secolo avvenne il passaggio dal bimetallismo al gold standard, in coincidenza con una prima manifestazione dell’accresciuto interventismo delle istituzioni governative nella politica monetaria. Nel corso della guerra civile statunitense (1861-1865), si procedette alla stampa di banconote – cosiddette greenbacks – prive del sottostante in oro e fondate esclusivamente sul rapporto di fiducia esistente tra il cittadino e la nazione. 


L’epoca d’oro – è il caso di dire – del gold standard si avviò ad esaurimento una volta cessate le ostilità della grande guerra (1914-1918), nel corso della quale, l’imprescindibile necessità di finanziare le spese belliche aveva determinato la sospensione della convertibilità delle valute in oro.  
Venne gradualmente affermandosi il gold exchange standard, inizialmente proposto nel corso della Conferenza di Genova del 1922 sistema nel quale era consentita la libera convertibilità della valuta nazionale in una valuta estera ancorata al gold standard.  


Secondo il regime monetario a cambi fissi definito dalla conferenza di Bretton Woods (1944), il dollaro incrementava ulteriormente la sua importanza, operando da unica valuta convertibile in oro in base al cambio di 35 dollari per oncia, affermandosi di fatto a moneta di riferimento per gli scambi commerciali. Al paniere delle altre valute era permesso di oscillare limitatamente rispetto al regime a cambi fissi e parità centrale in vigore. Tuttavia, il sistema era intrinsecamente debole e destinato a rivelarsi tale: eventi quali il conflitto nel Vietnam, il forte aumento della spesa pubblica a seguito di politiche espansive e le continue domande di conversione in oro dei dollari accumulati all’estero generarono timori per l’esaurimento delle riserve auree statunitensi, decretando la fine del sistema, ufficializzata dal presidente Nixon  il 15 agosto 1971.


Riassorbito lo shock, ci si rese conto altrove della necessità di assicurarsi una certa indipendenza decisionale in materia monetaria; fu cosi che nel 1979 in Europa entrò in funzione lo SME: sistema a cambi fissi – ma con ampi gradi di flessibilità – limitato ai nove paesi allora appartenenti alla CEE, nel quale ciascuno dichiarava la parità della propria valuta rispetto all’ECU, unità monetaria fittizia il cui valore risultava dalla media del valore del paniere di valute che lo costituivano. 


Ebbene, anche tale sistema si reggeva su degli assunti economici non ottimali: il crollo avvenne a seguito della riunificazione tedesca e degli attacchi speculativi guidati dal finanziere George Soros. Il resto è attualità, con la creazione della moneta unica e l’affermarsi di un sistema internazionale dominato dalla flessibilità dei cambi.

Lo scenario attuale e i possibili sviluppi

Nel corso degli ultimi anni si sono intensificati e affermati i fenomeni legati alla blockchain, alla decentralizzazione e alla promessa dei minori costi di intermediazione, il che ha condotto alla moltiplicazione esponenziale delle cosiddette cryptocurrencies. L’approccio delle banche centrali e degli operatori finanziari istituzionali a riguardo si è gradualmente spostato da una forma di rifiuto totale e incondizionato, al paventare l’utilità di una loro regolamentazione: specie con riferimento alle cosiddette stablecoin, per scongiurare i rischi alla stabilità finanziaria che possono derivare dall’evoluzione incontrollata delle cripto, come affermato dal Financial Stability Board


Appare comunque oggi sempre meno probabile l’eventualità di una messa al bando di cripto quali Ethereum o Bitcoin – divenuta moneta avente corso legale ad El Salvador, primo Paese al mondo – la cui quotazione è oggi ancorata in misura crescente alla loro affermazione reputazionale, costantemente accresciutasi grazie all’acquisizione di fondi in criptovaluta da parte di realtà aziendali internazionalmente note, nonché grazie ai positivi endorsement giunti da realtà internazionali di prim’ordine come JP Morgan e Goldman Sachs.


Quali sono dunque le prospettive della FED? di recente è stato pubblicato un paper contenente i pro e i contro di una possibile introduzione di una CBDC – Central Bank Digital Currency – che, pur non essendo una criptovaluta, si inserisce nel mondo delle valute digitali. 


La spiegazione appare essenzialmente triplice: mantenere il passo con l’innovazione digitale, preservare la supremazia del dollaro negli scambi commerciali e come riserva di valore, proteggersi dalle cripto private e indirettamente tutelare gli investitori dalle possibili bolle speculative di cui possono essere oggetto molte tra le cosiddette Altcoin. Il documento della FED aprirà inevitabilmente a un dibattito e al confronto tra banca centrale e stakeholders sui possibili costi&benefici dell’iniziativa. 


Definizioni e differenze 

La macrocategoria delle monete digitali può essere a sua volta suddivisa essenzialmente in tre subcategorie: CBDC, decentralized crypto e stablecoins. Tralasciando qui le CBDC, precedentemente affrontate, le seconde – di cui fanno parte BTC e ETH – sono emesse da un network, non da un’autorità centrale e sono dunque potenzialmente molto volatili, possono essere limitatamente scambiate per beni e servizi cosi come le valute tradizionali utilizzando la tecnologia blockchain quale sottostante che ne consente le transazioni. Le ultime infine, sono anch’esse valute digitali che si ancorano però ad un’attività di riserva stabile, quale può essere il dollaro o l’oro. Sono dunque intrinsecamente meno volatili; uno dei principali esempi ne era il progetto Meta Platforms’Diem, conosciuto come Libra, che ha tuttavia rinunciato a seguito delle difficoltà riscontrate per il suo lancio.

Come si muovono gli altri 

Gli Stati Uniti sono probabilmente in ritardo. Cosi come la space race degli anni ’50 e ’60 impose a Washington di recuperare il distacco con l’URSS, oggi un altro contendente pare essere meglio posizionato: la Cina. Pechino ha difatti preso l’iniziativa di lavorare a una versione dello yuan digitale già nel 2014. La valuta e-CNY, ha ufficialmente debuttato alle Olimpiadi invernali conclusesi da pochi giorni. 
Si tratterà di un portafoglio digitale che intende favorire i pagamenti telematici, contribuendo cosi alla globalizzazione e decisiva affermazione del renminbi, attualmente non convertibile.

Uno dei suoi principali campi d’azione sarà l’applicabilità come strumento del commercio internazionale, area in cui la Cina – a livello regionale – e in attesa di un epilogo al progetto della nuova via della seta, ha di recente concluso l’importantissimo accordo di libero scambio RCEP, all’interno del quale si sono raggiunte intese per l’accettazione e libera circolazione della valuta digitale. 


Inoltre, l’affermazione commerciale dell’e-CNY e le attuali tensioni al confine ucraino potrebbero ulteriormente attrarre Mosca all’interno dell’orbita d’influenza cinese, sotto la forma dell’ingresso nel CIPS (circuito dei pagamenti internazionali rivale dello Swift) costituendo una concreta minaccia per la leadership americana nel quadro di conduzione di una politica economica globale.

Oltre alla Cina, anche l’India ha annunciato che ad aprile del 2022 progetta di lanciare la cosiddetta digital rupee, nella convinzione che ciò garantirà un forte impulso all’economia digitale e condurrà ad un sistema di gestione valutaria più efficiente ed economico. Al dicembre 2021 altri 87 Paesi, in rappresentanza di circa il 90% del PIL mondiale, valutavano analoghe soluzioni, il che rappresenta un aumento significativo se si considera che nel maggio del 2020 il numero era di appena 35. 


Infine, muove i passi in questa direzione anche l’Unione Europea. La potenziale creazione di un euro digitale avrebbe quali obiettivi l’offerta di uno strumento monetario inseribile in un contesto globale nel quale imprese e consumatori utilizzano sempre più i pagamenti elettronici. La sovranità monetaria necessita di adattarsi alle evoluzioni del commercio.

L’euro digitale mira a garantire competitività e convenienza per le operazioni di fatturazione mondiali, accrescendo il ruolo internazionale dell’Unione e rafforzandone l’autonomia strategica, riducendo di pari l’ancoraggio al dollaro quale valuta leader e incrementando de facto il cosiddetto ‘effetto Bruxelles’. La sua possibile adozione, cosi come confermato dalla presidente Lagarde, sarà subordinata alle necessarie garanzie in termini di stabilità del sistema bancario, sicurezza, tracciabilità e facilità di utilizzo. La sperimentazione europea della valuta digitale, annunciata a luglio 2021, dovrebbe continuare per circa due anni prima della decisione finale. 

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