CRISI UCRAINA: ESISTONO ANCHE DEI CORRESPONSABILI

Ci siamo voluti illudere che la ritirata in fretta e furia da Kabul non fosse stata una sconfitta, al massimo una piccola crepa in un solido muro; invece, credo sia stato l’inizio di una capitolazione di più ampio respiro.

Dispiace dirlo, non vorrei passare per quello che si auto incensa, però chi mi segue o legge le mie analisi da anni, conosce benissimo quanto l’elezione di Joe Biden per me sarebbe stata foriera di una guerra in Ucraina. Per fortuna il web, se chiamato a testimoniare, ha una memoria indelebile.

Dalla Libia, passando per la Siria e finendo con l’Ucraina, i Democratici USA dimostrano uno strano istinto nel volere generare il caos a tutti i costi. Nei comizi della Clinton in lotta con Trump per la Presidenza, appariva un solo nemico: la Russia. Come se il mondo avverso fosse rappresentato solamente dal Cremlino e Putin. Meno male, col senno di poi, che Trump ci ha fornito quattro anni di break.

Nonostante questo, però, sui media di mezzo mondo non sento una sola parola sulla debacle USA – democratica,  e figuriamoci nelle tv o sui giornali italiani. Vorrei spiegare che riconoscere la responsabilità dei paesi europei, della Nato e degli USA (attualmente in una fase discendente della parabola storica), i quali non hanno manifestato alcuna volontà di ricercare un percorso diplomatico in 8 anni di crisi del Donbass, non significa essere al soldo di Putin, bensì non accettare di fomentare uno scontro di civiltà con la Russia nello sforzo doveroso di capire che, con tutte le strutture sovranazionali di cui disponiamo, le guerre non scoppiano da sole, o per puro caso.

Significa non accettare impropri paragoni con “Hitler” (le parole hanno un peso e “Hitler” va lasciato a chi uccide milioni di persone nelle camere a gas, mentre il paragone con “Stalin” lasciamolo a chi imprigiona uccide milioni di concittadini nei Gulag – vi prego di non insultare la memoria della storia). Putin rimane il presidente di un paese di 150 milioni di persone, il più esteso del globo, con cui abbiamo legami culturali ed economici. Basterebbe leggere non l’ufficio stampa del Cremlino, ma l’uomo più libero del Novecento, Alexandr Solzenicyn, per capire che questa storia non è solo bianco o solo nero. 

Abbiamo scherzato, abbiamo fatto come gli struzzi, abbiamo messo la testa sotto la sabbia; chiunque dei sedicenti esperti di politica estera o geopolitica, ad ogni latitudine, avrebbe dovuto sapere che l’Ucraina per i Russi non rappresentava un centro di interesse simile a Polonia, Ungheria, Romania, Estonia o a tutti gli altri paesi entrati nell’Alleanza Atlantica. L’Ucraina era qualcosa di diverso; ora per esserci rifiutati di volere interpretare una visione differente, invitando ad entrare Kiev nella Nato, dobbiamo difendere l’Europa con un nuovo Vallo di Adriano.

La NATO non è Starbucks, è impossibile pensare di aprire una filiale in ogni città. Perchè? Perchè anche se possiamo fingere che non sia così, la NATO, di per sé, si può definire serenenamente un’alleanza bellicosa difensivo/offensiva; ciò è rappresentato con evidenza nel sistema dell’automatismo della difesa collettiva, ovvero quando viene attaccato uno dei suoi membri, impone agli altri di rispondere a un attacco con un immediato contrattacco. Non una riflessione comune o una strada diplomatica preventiva è contemplata; immediatamente parte l’attacco/contro attacco in difesa dell’alleato aggredito. In breve, la NATO dice “tu hai schiaffeggiato un nostro membro? Noi veniamo con 20 amici a prenderti a calci, senza darti la possibile di proferire alcuna parola”. È un’alleanza difensiva, ma con scopi offensivi, ne passa di differenza.

Si è preferito ignorare deliberatamente Henry Kissinger o George Kennan, l’architetto della dottrina del contenimento, mettendo da parte certi atlantisti europei, che preferivano il dialogo con Putin, di cui gli esponenti più importanti sono stati Sarkozy e Merkel. Si è preferito optare per la politica della porta aperta indiscriminata, scordandosi che il mondo non è più quello del periodo post comunista e che la Russia non è la potenza in ginocchio del periodo post comunista. Qualcuno, forse, ha deliberatamente dimenticato che il mondo da una decina d’anni è tornato più multipolare che mai.

Siamo tornati al periodo pre rivoluzione industriale; occidente e oriente si giocano tutto ad armi pari in campo economico e, soprattutto, in caso di conflitto; la “supremazia dell’uomo bianco” è giunta al capolinea. Motivo per cui, dalla scellerata dottrina della porta aperta alla guerra aperta il passo è stato breve. In breve, Putin ha fatto esattamente quello che di cui ci aveva avvertito.

Biasimare Putin per avere voluto difendere i “suoi” russi (sì, li considera suoi), la sua storia e la sua zona di influenza, non ci farà dimenticare che questi sono valori considerati fuori moda dal “progressismo” occidentale imperante ma totalmente endemici e portanti in numerose culture del mondo, non solo in Russia. “Putin è intelligente, i nostri leader stupidi”, così Donald Trump ha sintetizzato in maniera efficace un pensiero molto complesso. Dobbiamo essere non solo “buoni”, come ci piace tanto essere, ma saggi, diplomatici, pragmatici, ma soprattutto, ragionevoli, laddove ragionevolezza significa usare il metro della ragione filtrato dal dato empirico dell’esperienza, cosa che, con ogni evidenza, non è stato fatto nelle analisi pre crisi russo-ucraina; questa è la strada da seguire se vogliamo garantire ai russi che la Russia non diventi una Corea del Nord più grande e più letale e agli ucraini che l’Ucraina non si trasformi in un Afghanistan di fronte casa nostra.

Utilizziamo le armi “spuntate delle diplomazia” se vogliamo perseguire il pragmatico dividi et impera dei nostri avi; dividi il blocco euro – asiatico, dividi la Russia dalla Cina e attrai Mosca nell’orbita europea. Solo il realismo politico, la realpolitick, potrà aiutarci a prendere decisioni migliori di quelle che i nostri leader hanno preso dalla fine della Guerra Fredda ad oggi. Evitare di etichettare quel realismo e pragmatismo politico come fuori moda, evitare di mettere in croce i nuovi mediatori che tra culture differenti provano a trovare una soluzione. Berlusconi, additato come amico del dittatore, ci aveva visto lungo; voleva una Russia amichevole nell’orbita europea anziché una Russia ostile e pericolosa nell’orbita di Pechino.

Purtroppo non ci siamo ripresi ancora dalla sbornia della “vittoria della guerra fredda”, gli anni intercorsi dal 1989 al 1991 ci portarono a pensare che il mondo fosse chiuso dentro l’unico involucro della liberalizzazione del tutto, del sesso, dei costumi, della musica e pure delle relazioni internazionali. L’idea era “possiamo fare tutto senza dare retta a nessuno”; ci siamo dimenticati però che il mondo non è l’Occidente e il mondo non siamo solo noi.

Non passò molto tempo, dieci anni dopo arrivò la prima doccia fredda, il primo schiaffo che però non ci svegliò dal sonno, era l’11 settembre 2001 e l’ascesa dell’estremismo islamico ci doveva fare capire che un mondo unipolare non poteva mai esistere; ma abbiamo pensato che gli estremisti fossero solo uno sparuto e sprovveduto gruppo di persone con la barba incolta che vivevano nelle grotte.

Dobbiamo guardarci indietro e dire: “Siamo stati attenti? Siamo stati vigili?” Nel Donbass in 8 anni di conflitti si sono registrati 14mila morti e 1,5 milioni di sfollati, dati ONU. Sapevamo che la Russia riteneva di cruciale importanza quel settore del mondo, la diplomazia degli stati interessati si è messa nei panni del suo interlocutore o forse ha preferito vivere nell’idea che la vittoria della guerra fredda li avrebbe legittimati ad oltranza?

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