MARCO TEMPORAL – IL PROCESSO DEL SECOLO

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Fonte Immagine: https://www.dailysabah.com/world/americas/indigenous-brazilians-stress-claim-to-ancestral-land

Il processo del secolo, sulla demarcazione delle terre indigene in Brasile, ancora non ha trovato una soluzione. Nell’anno delle elezioni, il Supremo Tribunale Federale dovrebbe esprimersi e l’eventuale decisione avrà sicuramente carattere e ripercussioni storiche epocali.

Il perno su cui tutta la vicenda, processo e storia, gira è il principio del limite temporale, o anche chiamato marco temporal. In modo molto semplificativo ma efficace, questo è un concetto secondo cui i popoli indigeni che non possono provare che al 5 ottobre 1988, giorno in cui fu promulgata la costituzione brasiliana, abitavano fisicamente sulle loro terre, non vi hanno più alcun diritto. Il parametro quindi vincola anche le richieste di rivendicazione indigena, che non possono nemmeno essere avanzate senza alcuna dimostrazione.

La storia ci dice che da quanto fu emanata la nuova costituzione, gli indigeni sono riusciti in parte a riottenere le loro terre espropriate sia durante la colonizzazione sia nella dittatura militare tra il 1964 ed il 1985. Inoltre gli indigeni si rifanno ad un semplice concetto, ovvero che la loro legittimità su questi territori deriva dal fatto che siano aree ancestrali. Sempre parlando di territorio, meno della metà dei circa 1.300 appezzamenti rivendicati è stata affidata in usufrutto permanente alle comunità originarie, ed è bene specificare che gli indigeni non sono proprietari ma gestiscono la terra in cui abitano come bene comune. Il totale da 117 milioni di ettari di foresta, ovvero il 13% della superficie nazionale, secondo il report ‘Forest governance by indigenous and tribal peoples’ pubblicato dalla FAO, sono quasi tre volte meno disboscate delle altre. Entrato maggiormente nello specifico, secondo una valutazione del Indigenist missionary council (Cimi) datato 2018, sarebbero 1.290 le terre indigene riconosciute, di cui 408 regolarizzate, 287 in attesa di demarcazione ed oltre 500 rivendicate dai popoli indigeni senza aver ancora ottenuto nessun riconoscimento.

La battaglia sulla demarcazione vede contrapporsi quindi le popolazioni indigene e la lobby agraria, supportata dal governo verde oro in carica. In particolare Jair Bolsonaro e la sua diligence, dal 2019 hanno attuato specifiche politiche contro gli indigeni, con un evidenti mire di deforestazione a favore dell’incremento economico. Inoltre, i produttori rurali ed il Governo, affermano che il criterio deve essere applicato in quanto salvaguarda la sicurezza giuridica della proprietà. Proprio per le scelte del leader sudamericano, l’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile, una rete di organizzazioni per la salvaguarda dei popoli originari si è rivolta al tribunale internazionale dell’Aja, accusando il presidente di crimini contro l’umanità, genocidio ed ecocidio.

Tre sono state le situazioni che hanno scandito il ritorno dell’attenzione su questo tema, sfociando in questo epocale processo in atto.

Invocato per la prima volta, il marco temporal è stato oggetto del processo di demarcazione terriera Raposa Serra do Sol, nello stato di Roraima. Il contenzioso durò anni, concludendosi nel 2009 con la decisione della Corte Suprema di assegnare agli indigeni quel territorio, che i fazendeiros, ovvero i grandi proprietari terrieri, avevano occupato con la forza negli anni Settanta.

La seconda situazione in cui è stato riproposto è il progetto di legge 490/2007, nel quale appunto è stato inserito questo concetto. Il progetto consentirebbe lo svolgimento di attività come l’estrazione mineraria, costruzioni di centrali idroelettriche e deforestazione in tantissime aree protette degli indigeni, qualora il marco temporal venisse attuato, e dove diventa difficile dimostrare la propria presenza antecedente al 1988. Il progetto è già stato approvato il 23 giugno 2021 dalla CCJ della Camera dei Deputati, presieduta dalla bolsonarista Bia Kicis, è dovrà essere messa al vaglio della plenaria della Camera e sotto esame al Senato.

Infine il marco temporale è di recente tornato nel caso Xokleng, popolo perseguitato e sfrattato con violenza dal suo territorio nel XIX secolo per fare spazio ai coloni europei. La vicenda prende forma nel territorio Ibirama-Laklãnõ, situato nello Stato di Santa Caterina, dove vi era un’area delimitata appartenente al popolo indigeno Xokleng, e dove vivono anche i popoli Guaraní e Kaingang. La zona era già stata identificata da studi antropologici della Fondazione Nazionale degli Indigeni (FUNAI) e dichiarata dal Ministero della Giustizia come parte del territorio originario degli indigeni in questione. A creare il caso però è stato l’Istituto per l’Ambiente dello stato di Santa Caterina, supportato da un gruppo di residenti non-indigeni ed una compagnia di legname, che ha presentato ricorso straordinario, contro la FUNAI ed il popolo Xokleng, per reclamare la titolarità di quella parte di territorio. La diatriba era attinente al fatto che gli Xokleng vivevano in piccole porzioni del territorio originario alla data del 5 ottobre 1988, e quindi non avrebbero avuto più diritti sulla più ampia parte di essa.

Quest’ultimo caso è finito davanti al Supremo tribunal federal, e parallelamente, visto il suo impatto mediatico e d’importanza, ha riversato nelle piazze migliaia di indigeni. Da qui nasce il soprannome di ‘processo del secolo’. Infatti la corte suprema, oltre a trattare il caso, starebbe pensando di ampliare la propria eventuale sentenza a tutti quanti i casi di questo genere. In sostanza se venisse attuato il concetto di marco temporal, conosciuto anche come milestone thesis, esso andrebbe a regolare anche tutti i casi precedenti e futuri di simile natura. Viceversa, se tale principio non venisse applicato dalla corte, i popoli indigeni potrebbero esultare e sperare ancora nelle loro rivendicazioni terriere. Ecco spiegato il perché la posta in gioco in questo processo è altissima. Inoltre qualora il marco temporale venisse negato, anche l’iter del PL 490 verrebbe sospeso.

Inizialmente il caso aveva ricevuto un giudizio nel giugno 2021, quando il ministro e relatore del processo Edson Fachin, si era pronunciato contrario al criterio del marco temporale, mentre il ministro Alexandre de Moraes aveva chiesto di posporre la sentenza per esaminare meglio il caso e poter ascoltare le parti coinvolte. Successivamente, il 25 agosto dello stesso anno era stato ripreso, salvo poi essere nuovamente rimandato e definitivamente sospeso il 15 settembre, senza una data futura. Nell’ultimo incontro processuale, due membri della corte su 11 si sono pronunciati, uno a favore e l’altro contro, mentre un terzo membro ha chiesto più tempo per riesaminare il caso. In parallelo a ciò, la corte starebbe valutando anche se il governo Bolsonaro, storicamente promotore della demarcazione ante-costituzione, abbia applicato un’interpretazione eccessivamente restrittiva dei diritti degli indigeni. 

Come detto, nonostante gli svariati rinvii, il popolo indigeno tiene alta la guardia e circa 250 tribù hanno partecipato a differenti manifestazioni tra cui l’accampamento Luta Pela Vida a Brasilia davanti alla sede del congresso in Praça da CIdadania. 

La questione rimane comunque poco chiara. In primo luogo nelle svariate dispute simili, il Tribunale Supremo non ha mai seguito una linea chiara ed uniforme, alimentando il caos. Addirittura nel 2013, lo stesso STF stabilì il criterio non vincolante e non utilizzabile per i procedimenti delle demarcazioni terriere. L’illegalità giuridica del marco temporal trova forza anche leggendo ed analizzando la Costituzione verde oro. L’incostituzionalità va ricercata nell’articolo 231, dove è affermato chiaramente l’imprescindibilità del diritto dei popoli indigeni alle loro terre ancestrali. In più, vi è anche specificato come sia dovere del Governo proteggere tali terre attraverso la demarcazione.

Altre falle in questa situazione si possono notare all’articolo 29 del PL 490. Nello specifico all’articolo 29 si legge che il contatto con le tribù deve essere evitato salvo che esso non costituisca ‘’un’azione statale di utilità pubblica’’. Non vi è alcuna chiarezza ed un così ampio margine di interpretazione che favorisce quindi l’occupazione delle aree ed attività illegali. 

Su questo particolare punto del PL fortemente appoggiato dalla bancada ruralista, si apre un aggiuntivo problema e rischio, ovvero quello della sopravvivenza dei popoli incontattati brasiliani. Questi popoli, circa 115 individuati e almeno 86 non ancora confermati e quindi non riconosciuti dalla Stato, sono comunità che per circostanze determinate o per propria scelta non sono mai entrate in contatto con l’esterno. Questi popoli per ovvi motivi non godono di memoria immunologica, ed eventuali contatti causati dal PL 490 ne potrebbero causare un genocidio

Tornando al marco temporale, è chiaro come esso non tuteli i diritti indigeni, già fin qui non abbastanza tutelati. Le motivazioni dell’industria brasiliana e del Governo, che sostengono che gli indigeni posseggono territori troppo vasti in rapporto alle loro piccole comunità, e che molte aree rimangano quindi inutilizzate meglio sfruttabili con agricoltura ed allevamento, si scontrano con una realtà ben diversa. In verità le popolazioni indigene sono i maggiori protettori dell’ecosistema terrestre, oltre che patrimonio culturale ed antropologico inestimabile, contribuendo costantemente alla manutenzione degli equilibri naturali amazzonici. 

La regolazione climatica e del regime piovano, l’abbassamento della temperatura, limitazione alla deforestazione sono solo alcune delle attività alle quali gli indigeni contribuiscono.

Il marco temporal non è però l’unico pericolo per gli indigeni, infatti al Senato brasiliano è in approvazione il ddl conosciuto come land grabbing bill. Nello specifico il PL 510/21, si concentra sull’accaparramento terriero per le imprese. Il progetto è strettamente legato alla deforestazione e secondo l’ong Imazon, l’approvazione della legge potrebbe causare un ulteriore deforestazione fino a 16.000 km quadrati entro il 2027.

La questione quindi ha motivi evidenti per essere soprannominata ‘come processo del secolo’, non solo a livello nazionale bensì anche a livello internazionale. La difesa e tutela dei popoli indigeni rientra in un dovere morale, nel segno dei valori democratici, di uguaglianza e libertà. La protezione dalla deforestazione invece è facilmente riconducibile alla tematica centrale degli ultimi anni a livello mondiale, ovvero il cambiamento climatico. Appurati questi due punti è di difficile comprensione constatare questa incertezza sulla decisione del marco temporal ed il giudizio al ‘processo del secolo’.

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