LO SPETTRO DELLE FARC IN APURE

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Fonte Immagine: https://www.lifegate.it/cosa-prevede-il-trattato-di-pace-colombia

Sei anni dall’accordo di pace tra il governo colombiano e le FARC, ma alcune guerriglie in Apure, lo scorso marzo e proseguite durante tutto l’anno, fanno riemergere vecchie preoccupazioni.

Uno frontiera storicamente molta calda tra Colombia e Venezuela, lo spettro delle FARC e della guerriglia più lunga e sanguinosa dell’America Latina, un accordo di pace che sembra vacillare. Questo è il fotogramma del dipartimento venezuelano di Apure, un lembo di terra cinto tra la foresta Amazzonica ed il dipartamento Arauca della Colombia. 

A rendere questa terra protagonista nel 2021 sono le guerriglie tra i dissidenti dell’ormai ex Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo e l’impreparato Ejército Nacional de la República Bolivariana de Venezuela.

Fin dai primi mesi dell’anno si è ripreso a combattere, con differenti attori in scena, e l’escalation di violenza che ha ripreso ad acuirsi. Protagonisti sono le FARC-EP, ovvero organizzazioni di guerriglieri, che per anni hanno operato in modo violento dando vita alla Guerra Civile colombiana. Nate nel 1964, su venti marxisti, queste organizzazioni furono la risposta all’Operación Marquetalia, iniziativa del governo colombiano supportato dagli Stati Uniti, per porre fine all’autogestione contadina.

L’ideale iniziale, di protezione alle comunità di agricoltori dai paramilitari, si trasformò in breve tempo nel rovesciamento dello stato colombiano, con l’intenzione di instaurare un governo marxista ed anti-imperialista, sulla scia della rivoluzione cubana, attraverso agguati, violenze, terrorismo ed attività illecite tra cui il reclutamento dei bambini, attentati e rapimenti, senza cura nei confronti delle leggi internazionali. 

Dalle pendici delle Ande, passando per le giungle, le milizie trovarono sostegno dal blocco sovietico prima, da Cuba e dal Vietnam poi con l’addestramento degli uomini ed infine dai membri dell’IRA, per capire le strategie di guerriglia urbana.

Le risorse delle organizzazioni erano frutto di alleati politici, riscatti, tassazioni alle comunità sotto il loro controllo ed il narcotraffico, con l’esplosione del mercato degli stupefacenti in America Latina. Le FARC arrivarono a contare un contingente armato tra i 13.000 ed i 18.000 membri, raggiungendo un livello tale da essere considerate un esercito semi-regolare. A nulla servirono i tentativi di dialogo con il governo.

Il contesto della Guerra Civile, fece si che sia le FARC, sia lo stesso Governo colombiano usarono metodi tutt’altro che nei limiti delle leggi internazionali.

Secondo le Nazioni Unite, la maggioranza dei morti civili, fu causata da milizie private alleate al governo ed ingaggiate dai proprietari terrieri e dai trafficanti di droga. Si stima che il conflitto abbia causato oltre 250 mila morti, di cui almeno 215mila civili. Circa 13mila vittime delle mine antiuomo, 20mila sequestri, oltre 15mila bambini soldato, tantissimi villaggi distrutti, più di 30mila di campesinos, ontadini solitamente poveri dell’America centro-meridionale espropriati dalle loro terre, 15mila vittime di delitti sessuali, 80 mila desaparecidos e 5 milioni di sfollati.


L’inerzia degli avvenimenti cambiò dalla fine della Guerra Fredda ed il concomitante maggior intervento degli USA in America Latina. Incassate le prime sconfitte, le FARC furono ridimensionate a 10mila unità, tra il 2002 ed il 2013. Il 25 agosto del 2016, dopo 50 anni di Guerra Civile il conflitto fu chiuso formalmente trovando un accordo di pace tra le FARC ed il governo della Colombia. 

L’accordo, raggiunto dall’ex presidente colombiano Juan Manuel Santos, che ricevette il nobel per la pace per tale accordo e permesso la fine della guerra civile, subì inizialmente notevoli critiche per le concessioni fatte ai guerriglieri. L’intesa raggiunta prevedeva alcuni punti fondamentali come: la fine dei combattimenti, il disarmo dei guerriglieri sotto supervisione dell’ONU, reintegro nella società per 6mila miliziani, la conversione del gruppo in un movimento politico legale con l’assicurazione di un minimo di cinque seggi sia Camera che al Senato ed un’imponente riforma agraria.

L’accordo fu bersagliato, tanto che il 2 ottobre dello stesso anno, con un referendum, il popolo colombiano respinse tale compromesso, ritenuto eccessivamente favorevole alle FARC. Il successivo accordo, rimaneggiato e modificato, non fu più sottoposto a referendum, bensì valutato dal parlamento. Le lunghe trattative, durate quasi cinque anni e svolte a L’Avana sotto controllo diplomatico cubano e norvegese, portarono alla soddisfazione di alcune richieste del comitato del No, come ad esempio la limitazione della presenza delle persone della FARC nella politica colombiana. Al contrario molteplici parti del trattato rimasero invariate.

Nonostante tutto, il nuovo accordo trovato non era e non è buono, bensì l’unico possibile. Santos ed il comandante delle FARC, Rodrigo Londoño Echeverri alias ‘’Timochenko’’ firmavano nel novembre 2016 il testo definitivo degli accordi di pace nel teatro Colón di Bogotá. Nelle 310 pagine di documento alla fine 50 sono stati i cambiamenti, ma ciò non ha placato il dissenso e riluttanza verso le FARC da parte dei cittadini. 

L’accordo definitivo nacque con molteplici problemi di differente natura, che la Colombia non è riuscita a gestire arrivando oggi, a pagarne nuovamente le conseguenze. Pochissimi i punti concordati rispettati dal 2016 ad oggi, il narcotraffico che prosegue le sue attività, paramilitari, guerriglie vecchie e nuove. Tutti elementi che evidenziano il fallimento dell’accordo e che i nodi sono rimasti irrisolti.

Gli scontri che si sono protratti in questo 2021, fanno riemergere antichi problemi ed hanno aperto scenari geopolitici ben più ampi. La frontiera che separa la Colombia ed il Venezuela ha iniziato a ribollire dal 2019, dopo qualche anno in qui l’accordo di pace ha retto, hanno iniziato a proliferare gruppi di dissidenti delle FARC, che hanno rigettato qualsiasi compromesso con lo Stato.

Due sono le principali dissidenze in questa porzione di Sud America: quella controllata da Miguel Botache Santillana, alias Gentil Duarte, e quella denominata ‘’Seguenda Marquetalia’’ che risponde agli ordini di Iván Márquez e Jesús Santrich. Oltre a loro vi sono anche la FANB (Fuerza Armada Nacional Bolivariana del Venezuela), le FAES, l’ELN e formazioni paramilitari come la Autodefensas gaitanistas de Colombia, noto oggi come El Clan del Golfo e considerato l’organizzazione criminale più potente del Paese.

La situazione in Apure, zona strategica e crocevia della cocaina che esce dalla Colombia, motivo primario delle lotte e delle dissidenze è incandescente. Sullo scacchiere troviamo le dissidenze, una contro l’altra, svariati gruppi sovversivi ed il Venezuela di Maduro, con il suo esercito e milizie private.

Il ruolo del Venezuela è da considerarsi fondamentale. Fin dal governo Chavez e successivamente con Maduro, la posizione di Caracas nei confronti dei gruppi guerriglieri non è stata mai omogenea. Se in alcune circostanze il Venezuela ha appoggiato il loro operato per interessi economici, quali armi, finanziamenti dal traffico di droga, e per forti tensioni con il governo della Colombia, in altre invece ha deciso di interrompere il dialogo con i gruppi e spingere per gli accordi di pace.

Da fautori di pace con Maduro nella figura di mediatore negli accordi del 2016, alle parole dello stesso nel 2019 su Marquez e Santrich definiti ‘’bienvenidos a Venezuela’’ perché ‘’líderes de paz’’. Per passare infine al gioco delle alleanze dell’ultimo anno, schierando migliaia delle proprie milizie, il corpo armato più fedele al regime che da anni si macchia di stragi e massacri, per proteggere la rivoluzione.

La cronistoria degli eventi narra che, dopo due anni, dal 2019 al 2020, in cui le varie pedine sullo scacchiere hanno mantenuto posizioni ‘’pacate’’ in un contesto di tensione altissima, dal 2021 la situazione è deflagrata. 

Nel marzo 2021 un gruppo di dissidenti FARC ha attaccato un battaglione della FANB, scaturendo la mobilitazione del Venezuela che ha militarizzato immediatamente l’area. L’escalation ha portato ad ulteriori scontri incrociati, con la reciproca accusa tra il governo colombiano e quello venezualano.

Successivamente, in aprile, i due gruppi maggiori delle dissidenze si sono attaccati a vicenda con un botta e risposta tra Márquez e Duarte rendendo ancor più caotica la situazione. 

Si sono susseguiti svariati colpi dalle varie fazioni, come il blitz dei bolivariani che hanno ucciso il braccio destro di Marquez, Jesus Santrich. Nei primi giorni di dicembre invece Hernán Dario Velásquez, meglio conosciuto come El Paisa’, è stato ucciso in Apure in uno scontro a fuoco con un non precisato gruppo rivale. Altro dato di fatto, la fragilità delle forze venezuelane, spesso ridicolizzate e che stanno perdendo la guerra contro la disidencia. Fondamentale quindi per Maduro, invertire le sorti dello scontro nei prossimi mesi, per garantirsi uomini, armi e lo stesso Apure. Tantissimi i morti, feriti, arrestati, sfollati per tutte quante le parti in gioco.

Permane quindi una situazione di forte instabilità e di difficile previsione. Ciò che succederà nei prossimi mesi dipende molto dalle varie alleanze ed interessi incrociati. Intanto Mosca resta sullo sfondo, con il sospetto coinvolgimento diretto di miliziani russi nei vari scontri, ultima ancora per Maduro, e gli Stati Uniti che vigilano da lontano. Non a caso per il dittatore chavista, lo spettro degli USA e la loro continua pressione, fanno si che debba calibrare senza errore le sue mosse in Apure.

Basta poco per entrare in guerra. Ci vogliono anni per firmare una pace. Purtroppo la Colombia tutto questo lo sa bene.

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