CONFLITTO IN YEMEN: VECCHI ATTORI, VECCHI INTERESSI, (FORSE) NUOVA FASE 

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Con gli attacchi missilistici a inizio 2022 la guerra in Yemen si appresta ad entrare in una fase, forse più sanguinosa e violenta di tutte le precedenti. Come cambiano gli interessi degli attori in gioco? Come reagirà la coalizione internazionale guidata dai Sauditi? Lo scenario rimane ancora molto incerto, con lo spettro dell’immane disastro umanitario sullo sfondo. 

Uno dei conflitti più impari e distruttivi degli ultimi anni e attualmente la peggiore crisi umanitaria nell’intero globo. Si potrebbe riassumere così, in maniera estremamente sintetica ciò che avviene in Yemen dal 2015 ad oggi, primi mesi del 2022.

La scontro iniziato ormai quasi 7 anni fa nel Paese situato nel sud della penisola arabica infatti non accenna a terminare, anzi: la fine del 2021 e l’inizio del nuovo anno hanno portato nuovamente alla ribalta le vicende che vedono contrapposti da una parte gli Houthis e dall’altra la coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita.

Sebbene questi siano gli attori principali coinvolti nella guerra e che sulla carta si affrontano, il puzzle del conflitto yemenita è molto più complesso e gli stakeholders e gli interessi in gioco sono molteplici; fra di essi un ruolo dietro le quinte ma comunque di primordine è quello che gioca l’Iran, sostenitore ombra (ma nemmeno così tanto) delle operazioni degli Houthis.

Altri stakeholders coinvolti sono ad esempio gli Emirati Arabi Uniti (EAU), le milizie attive in Yemen sponsorizzate dai membri della coalizione (fra tutti i Giant Brigades) e infine gli Stati Uniti, grande alleato dell’Arabia Saudita nella regione.

Come già diversi analisti hanno evidenziato in passato, quella in Yemen si può classificare a tutti gli effetti come una proxy war: con questa espressione anglosassone si intende una guerra combattuta tra gruppi o paesi più piccoli che rappresentano gli interessi di altre potenze più grandi, i quali possono ricevere aiuto o sostegno da queste ultime.

Gli interessi in questione sono diversi per ogni attore ma allo stesso tempo ormai ben definiti. L’Arabia Saudita, paese sicuramente più attivo e che ha investito di più in questo conflitto, aveva iniziato gli scontri con gli Houthis con l’obiettivo di ripristinare il governo di Hadi, abbattuto da questi ultimi (con l’aiuto degli alleati nell’esercito dell’ex presidente Saleh) nel 2014.

Lo scopo ultimo era quello di avere vicino uno Yemen stabile, con un governo amico, privato delle sue forze più violente e radicali ed infine fermare l’avanzata dell’Iran nella regione; dopo 6 anni e oltre 20.000 raid aerei, invece Golia non è ancora riuscito a sconfiggere Davide, il paese è più instabile che mai e la situazione umanitaria rasenta condizioni disperate.

L’Iran, altro grande investitore nel conflitto yemenita, vede invece nella continuazione del conflitto armato la strategia perfetta per sfiancare e indebolire il più possibile i suoi avversari. Teheran infatti ha investito sempre di più nella guerra in Yemen: secondo le Nazioni Unite, fin dal 2014 ha contrabbandato armi leggere, missili balistici dal 2017 e infine droni aerei e acquatici dal 2018.

Anche se gli Houthis non ricadono sotto il diretto controllo dell’Iran, il supporto a questo gruppo armato permette alla repubblica islamica di sostenere il caos nel paese e allo stesso tempo di infliggere danni materiali e reputazionali all’Arabia Saudita. Infine, gli Emirati Arabi Uniti.

Dopo una prima fase del conflitto dove erano impegnati contro gli Houthis al fianco dei Sauditi, essi si sono discostati da tale obiettivo per perseguirne uno più particolaristico: assicurarsi il controllo dello Yemen del sud, nel quale gli Emirati hanno sostenuto il Southern Transitional Council (STC), un’entità governativa che vuole uno Yemen meridionale indipendente e che condivide la visione di un islam apolitico dell’EAU.

Per raggiungere questo scopo, gli EAU hanno addestrato ed equipaggiato 90 000 uomini; nel corso del conflitto il numero di soldati degli Emirati presenti nel paese si è ridotto sensibilmente, ma gli EAU continuano a mantenere una forte influenza attraverso il STC e la sua rete di sicurezza.

Considerato allora questo parziale ritiro delle forze degli Emirati Arabi Uniti e una sorta di disimpegno (per lo meno diretto) avviato in Yemen nel 2019, come si spiegano i recenti attacchi da parte degli Houthis proprio verso gli EAU?

Il 2022 infatti è iniziato nel segno della violenza: nel mese di gennaio e agli inizi di febbraio si è assistito a un botta e risposta fra gli Houthis e la coalizione guidata dai Sauditi, che ha dimostrato ancora una volta l’enorme divario tecnologico e a livello di armamenti fra le due parti in conflitto: basti pensare che l’attacco più mortale operato dagli Houthis ha ucciso 3 persone, mentre la risposta della coalizione con gli ormai noti raid aerei ha colpito un centro di detenzione temporanea in Yemen uccidendo almeno 70 persone e ferendone circa 138.

Gli attacchi degli Houthis sono stati tutti effettuati con missili balistici e droni, anche se solo uno (17 gennaio) è effettivamente andato a segno, colpendo l’aeroporto di Abu Dhabi e uccidendo per l’appunto 3 persone; dopo di ciò, i missili lanciati nei 15 giorni successivi sugli EAU sono stati tutti intercettati e fermati in tempo, anche grazie all’aiuto dei sauditi e degli americani. Ma rimane la domanda centrale: perché gli Houthis hanno rivolto la loro attenzione su quello che non sembra essere il loro nemico principale? E conseguentemente come reagirà la coalizione internazionale?

Cercando una risposta al primo quesito, si può affermare che l’obiettivo principale degli Houthis è costringere gli EAU a ridurre ancora di più il loro coinvolgimento nel conflitto in Yemen. Il ritiro di gran parte dei contingenti infatti non è stato giudicato soddisfacente, soprattutto a causa dell’influenza degli Emirati nel paese e dei legami che mantengono tuttora con il STC e con le milizie, in particolare con le Giant Brigades (addestrate e sostenute proprio dagli EAU).

Non è un caso, infatti, che pochi settimane prima degli attacchi con i droni verso Abu Dhabi, proprio le Giant Brigades abbiano riportato delle vittorie contro gli Houthis in territori in Yemen ancora contesi, in particolare alcune aree della provincia di Shabwa e la città di Marib; la risposta degli Houthis non si è fatta attendere, quasi a voler dire che se essi perdono una battaglia contro delle milizie si rivolgono direttamente ai mandanti di queste ultime, provando che essi sono ben lontani dall’essere sconfitti.

Gli attacchi verso gli Emirati Arabi Uniti inoltre, hanno un’altra duplice implicazione. Da una parte dimostrano le capacità militari degli Houthis, che dunque dispongono di armi a lungo raggio e che sono in grado di utilizzarle; le recenti offensive confermano la fase di open techonological innovation che stiamo vivendo, nella quale anche in assenza di esperti artificieri si possono assemblare droni e missili a bassi costi e di facile realizzazione.

L’altra implicazione invece è più ampia e può essere quella decisiva per un disimpegno sempre maggiore degli EAU dal conflitto: le istituzioni emiratine temono adesso che gli Houthis, grazie ai droni, possano compiere piccoli attacchi mirati. Anche se i danni fisici e materiali possono essere ridotti, l’obiettivo del gruppo yemenita in questo caso è mirare alla reputazione che gli Emirati Arabi Uniti si sono costruiti nel tempo, andandola a danneggiare irreparabilmente.

Gli EAU infatti si sono da sempre posti come hub sicuro (sia per le persone che per gli affari) in una regione molto instabile e la loro popolazione, composta principalmente da stranieri che si trovano lì per affari, non è disposta a sopportare la minaccia costante di un possibile attacco, cosa invece a cui l’Arabia Saudita è abituata da tempo.

Per confermare come questo sia l’obiettivo ultimo degli Houthis in questa fase, essi hanno rilasciato anche un comunicato video nel quale invitano gli investitori stranieri ad abbandonare gli Emirati Arabi Uniti, che vengono descritti come un posto pericoloso nel quale vivere. 

Per quanto concerne invece quello che potrebbe succedere adesso e come la coalizione internazionale reagirà agli attacchi da parte degli Houthis, va innanzitutto segnalata l’intensificazione dei raid aerei sauditi nei confronti di questi ultimi e dei territori sotto il loro controllo.

Nonostante questo sia un elemento di assoluta continuità con ciò che il conflitto è stato fino ad ora, alcuni analisti hanno parlato di una nuova fase della guerra in Yemen, aperta proprio dagli attacchi Houthis verso gli EAU. Il primo fattore di questa nuova fase riguarda proprio gli armamenti Houthis: il gruppo ribelle yemenita infatti già in passato (2019) aveva minacciato di colpire direttamente gli EAU, ma questo non si era mai verificato perché mancavano le risorse per un tale attacco.

Questo implica probabilmente un maggiore supporto e coinvolgimento da parte dell’Iran e un prevalente ruolo del traffico di armi, in quanto uno dei maggiori trafficanti del paese, Fares Manaa, è ministro nell’attuale governo yemenita. Un altro elemento di novità che può giocare un ruolo nella ricerca di un equilibrio nella regione è avvenuto nel 2020 e riguarda la normalizzazione delle relazioni tra Israele, gli EAU e il Bahrein.

A seguito di questo accadimento e delle recenti offensive degli Houthis, Israele ha firmato un accordo di cooperazione e sicurezza proprio con il Bahrein, il primo con un paese del golfo; questo potrebbe aprire la strada a futuri accordi simili con altri paesi nella regione, indicando anche una seria possibilità per Israele di entrare nelle dinamiche conflittuali dello Yemen.

La situazione resta drammatica nel paese e le condizioni umanitarie degli yemeniti peggiorano di settimana in settimana. Ma nonostante tutto ciò la fine del conflitto sembra oggi più lontana che mai e il futuro della popolazione civile non è mai stato così buio e incerto.

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