LA RUSSIA OFFRE UN RAMO D’ULIVO, MA BRANDISCE ANCORA LA SPADA

La crisi Ucraina è iniziata a dicembre 2021; a distanza di pochi mesi, dopo avere toccato il picco più alto registrato a gennaio 2022, sembra adesso essere iniziata la fase di de escalation.

Il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha dichiarato che la risposta dell’Occidente alle richieste della Russia è stata deludente, a volte persino offensiva, ma qualcosa però di positivo si è registrato, secondo lo stesso Lavrov, gli Stati Uniti hanno risposto positivamente almeno ad alcune richieste, in particolare sul controllo degli armamenti in Europa. L’intensificarsi dei contatti diplomatici delle ultime settimane, di fatto, ha dimostrato per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, un occidente scoordinato e non unanime su come agire in merito ad un possibile teatro di guerra. 

Intanto a Kiev, capitale dell’Ucraina, c’è stato un altro segnale in favore di una probabile risoluzione diplomatica che, senza fare sfigurare gli Stati Uniti, ha mostrato un evidente passo indietro della Casa Bianca.  Olaf Scholz, cancelliere tedesco  – in questo contesto portavoce non ufficiale di Washington – ha avuto il compito di metterci la faccia, affermando che l’adesione dell’Ucraina alla NATO era in pratica fuori discussione; in piedi accanto a lui Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, il quale ha ribadito che entrare nell’alleanza militare, sebbene sancito dalla costituzione, è stato “un sogno”. Un evidente passo indietro rispetto a poche settimane fa. In altre parole, è vero cheWashington non ha accettato le richieste perpetrate dalla Russia, tra cui quella più importante di una garanzia formale che l’Ucraina non aderirà mai alla NATO, ma diplomaticamente, ha fatto intuire a Mosca che intende intraprendere la via della de-escalation.   

In virtù di questa posizione di forza, il Cremlino ha rilanciato, avvertendo che non tollererà alcuna “provocazione” da parte dell’Ucraina, onde evitare che i militari ucraini, incoraggiati dai recenti armamenti ricevuti dai vari Paesi occidentali, potessero intervenire militarmente contro le due Repubbliche separatiste filo russe, Luganks e Donetks. Motivo per cui, il 15 febbraio 2022 la Duma, la camera bassa del parlamento russo, ha votato per riconoscere le regioni separatiste dell’Ucraina,  passo che prevedrà, come avvenuto con la Crimea, l’annessione totale delle due repubbliche separatiste all’interno della Repubblica Federale Russa. Questa – ovvero l’annessione – seppure in maniera forzata  potrebbe rappresentare una via d’uscita dall’attuale crisi, in quanto finalmente si eviterebbe di vivere in una perenne zona grigia nell’est dell’Ucraina, che è stata utilizzata negli ultimi otto anni, a momenti alternati, da entrambe le fazioni (Occidente – Russia) come pretesto per stabilire e/o ristabilire la propria egemonia nella regione del Donbass.

La strategia russa è stata evidente fin dall’inizio, non è stata quella di cercare un conflitto ma indurre la NATO al conflitto, così l’annessione delle Repubbliche di Luganks e Donatks; in questo contesto, volutamente rivolto alla de – escalation, la cessione del Donbass alla Russia per l’Occidente costituisce un prezzo più che tollerabile rispetto ad un probabile scenario di guerra.

La strategia messa in atto dal Cremlino è stata semplice, indurre a pensare che sia pronta ad un’invasione immediata su larga scala, essendo forte delle divisioni interne tra gli stati europei, gli stessi che compongono la NATO, in modo da rendere lenta un’immediata difesa comune; questo ha comportato che qualsiasi prezzo venga richiesto per la pace da Mosca – ad esempio l’adesione del Donbass – sia considerato adeguato dalla controparte che ad ogni costo vuole scongiurare una guerra.

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