DA DOVE NASCONO I CONFLITTI DELLA VALLE DI FERGANA?

Fonte Immagine: https://www.iaran.org/ferghana

Le Valle di Fergana è teatro di tensioni interstatali e interetniche tra Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan. Questa situazione è il risultato delle politiche di costruzione di confini e identità nazionali attuate in era sovietica, ma che mantengono tutt’oggi le tre repubbliche intrappolate in un lungo e complesso “frozen conflict”.

La Valle di Fergana è un territorio dell’Asia centrale cruciale dal punto di vista geopolitico e geoeconomico. È suddivisa politicamente tra l’Uzbekistan orientale, il Kirghizistan occidentale e il Tagikistan settentrionale, e costituisce per tutte e tre le nazioni un importante centro economico, urbano e demografico.

Si tratta infatti di un territorio ricco di risorse agricole, idriche ed energetiche, su cui sorge uno dei principali agglomerati urbani dell’Asia centrale. Si trova inoltre in una posizione storicamente strategica per il passaggio delle rotte commerciali terrestri che collegano la Cina con il Caucaso, l’altopiano iranico e le steppe euroasiatiche. Non a caso, costituiva un settore fondamentale dell’antica Via della seta.

La partizione politica tra i tre stati, già complicata da un intricato sistema di enclavi, risulta ancora più complessa se si guarda alla distribuzione delle etnie che popolano regione, che non riflette in alcun modo i confini politici. Il distretto kirghizo di Osh è abitato soprattutto da etnici uzbeki, che costituiscono la popolazione urbana e benestante e sono tradizionalmente ostili al controllo politico da parte della lontana capitale kirghisa di Bishkek.

Il distretto tagiko di Khujand è abitato per il 14% da uzbeki: si tratta di un territorio instabile, fortemente isolato geograficamente e in cui sono attivi diversi gruppi islamisti. Nei distretti appartenenti all’Uzbekistan vivono invece consistenti minoranze tagike e kirghize, che resistono ai tentativi di assimilazione da parte uzbeka. 

I sovietici e un nation building “zoppo”

Per comprendere l’origine di questa delicata situazione etnica e politica è necessario analizzare la strategia elaborata dai sovietici per controllare i lontani e instabili territori centroasiatici ereditati dall’Impero russo. 

Durante l’era zarista, gli attuali Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan non esistevano come entità politiche autonome, ma erano comprese in un unico vasto distretto denominato “Turkestan”. Il Turkestan era un territorio arretrato, con un tessuto urbano e infrastrutturale scarsamente sviluppato e occupato da tribù nomadi turche e iraniche.

Nel 1924 i sovietici decisero di modernizzare il Turkestan, riorganizzandolo politicamente in tre stati nazionali. Per ognuna delle nuove Repubbliche sovietiche, fu individuato un gruppo etnico su cui costruire le nuove identità nazionali: i kirghizi, gli uzbeki (entrambi di lingua turca) e tagiki, di lingua persiana. 

Tuttavia, durante la ripartizione della Valle di Fergana tra le repubbliche, i sovietici scelsero di disegnare confini politici che non rispecchiavano quelli etno-linguistici: si voleva infatti evitare di creare entità politiche troppo omogenee etnicamente, da cui potessero nascere movimenti indipendentisti.

Questo avrebbe reso una regione periferica, già difficile da controllare per Mosca, vulnerabile all’influenza di altri competitor regionali più affini linguisticamente e culturalmente, come la Persia e la neonata Turchia.

Con questa strategia di dividi et impera, i sovietici sono riusciti a creare tre nazioni sulla carta unitarie[1], ma di fatto frammentate etnicamente proprio nel settore più rilevante dal punto di vista strategico: la Valle di Fergana. Kirghisi, uzbeki e tagiki ricevettero così “in dono” dai russi uno stato moderno e un’identità nazionale, ma furono di fatto privati della possibilità di utilizzarli a pieno titolo.

La strategia di Mosca ebbe un tale successo da continuare ad avere i suoi effetti anche dopo la fine del dominio sovietico nell’ex-Turkestan. Come avvenuto in altri settori dello spazio post-sovietico, il crollo dell’URSS ha attivato conflitti fra gruppi etnici che per decenni avevano convissuto pacificamente.

La diversità etnica della Valle di Fergana è diventato così il principale fattore di instabilità e insicurezza delle tre nazioni centroasiatiche, che la Russia sfrutta tutt’oggi per mantenere il Kirghizistan, l’Uzbekistan e il Tagikistan in condizioni di dipendenza politica e militare.

Principio di nazionalità, risorse e potere

La complicata distribuzione delle etnie nella Valle di Fergana è stata usata fin dai primi anni Novanta dalle tre nuove nazioni indipendenti per avanzare rivendicazioni territoriali a danno dei vicini[2]. I governi sfruttarono il così detto “principio di nazionalità”, secondo cui i confini politici di una nazione devono coincidere con i confini etno-linguistici, al fine di annettere porzioni sempre più ampie della Valle: questo significava anche ottenere il controllo di risorse strategiche, come fonti di approvvigionamento idrico, giacimenti di idrocarburi, terre fertili e impianti industriali. 

Accanto al problema dei confini e del controllo delle risorse, vi era una questione politica e identitaria: a causa della presenza di minoranze etniche, i governi centrali hanno sofferto fin da subito una scarsa capacità di controllare politicamente i propri settori della Valle di Fergana.

Queste comunità sono diventate perciò oggetto di tentativi di assimilazione o espulsione, anche perché sospettati di collaborare con i governi delle nazioni confinanti[3]. In alcuni casi, il peso demografico e la forza economica dei gruppi minoritari sono tali da essere in grado di competere attivamente con i gruppi maggioritari per il controllo politico dei territori, come nel caso del distretto di Osh

Un frozen conflict multidimensionale

Quando più gruppi etnici, che convivono all’interno di una regione politicamente instabile, entrano in competizione per le risorse economiche e per il potere politico, è molto probabile che si generino conflitti asimmetrici, diffusi e difficilmente controllabili. Quando questi gruppi etnici fanno riferimento a stati nazionali confinanti e rivali, ecco che diversi livelli di conflitto, quello interetnico e quello interstatale, si intrecciano e, se non risolti, danno origine ad un frozen conflict multidimensionale.

Già al tramonto dell’era sovietica si intravedevano segnali di una guerra all’orizzonte. Nell’estate del 1990 il distretto kirghiso di Osh fu teatro di sanguinosi scontri tra i gruppi nazionalisti uzbeki, che chiedevano maggiore rappresentanza politica, e i nazionalisti kirghizi.

Nel corso delle violenze, che causarono centinaia di vittime, gran parte delle forze di sicurezza locali non si mobilitarono per sedare gli scontri, ma si schierarono con i rispettivi gruppi etnici: un chiaro segnale di disaffezione verso i vecchi apparati sovietici, sostituiti dalla fedeltà per i riscoperti legami etno-nazionali.

Con il crollo dell’URSS, la crisi coinvolse con particolare intensità il confine tra Tagikistan e Uzbekistan. Nel 1992, le tensioni fra i due stati furono aggravate da un consistente afflusso di profughi che si riversarono in Uzbekistan per sfuggire alla guerra civile in corso in Tagikistan.

Al problema dei profughi si aggiunse quello dei gruppi islamisti, che effettuavano incursioni in Uzbekistan partendo dal territorio tagiko. I governi uzbeki furono investiti da una vera e propria ossessione per la sicurezza dei confini, intervenendo militarmente in Tagikistan con forze terrestri durante la guerra civile, e con incursioni aeree nel 1999 per colpire i gruppi islamisti. 

All’inizio del nuovo millennio, i confini tra i tre paesi furono militarizzati. In particolare, il settore tagiko-uzbeko fu disseminato di mine antiuomo, proprio per prevenire le incursioni di cellule terroristiche. Queste politiche di chiusura fattuale delle frontiere congelarono gli scambi economici e i contatti fra le popolazioni che vivevano in settori opposti dei confini. I gruppi etnici minoritari si ritrovarono così, di fatto, isolati e intrappolati in stati nazionali che li percepivano come alieni e ostili.

È in questo contesto che nella primavera del 2010 si verificò uno degli episodi più tragici dei conflitti della Valle di Fergana. Il teatro fu nuovamente la provincia kirghisa di Osh, dove le tensionifra gli uzbeki, benestanti e urbanizzati ma oppressi politicamente, e i kirghisi delle aree rurali detentori del potere politico sfociarono in violenze interetniche ancora più gravi di quelle del 1990 per diffusione e intensità.

Anche se i protagonisti furono bande di civili armati kirghisi, che assalirono i centri urbani uzbeki apparentemente senza una strategia e una regia comune, il governo e le forze armate del Kirghizistan sono state accusate di aver avallato o addirittura guidato segretamente le violenze.

Anche se le responsabilità degli eventi non sono ancora del tutto chiare, non è azzardato pensare che il governo di Bishkek abbia tratto vantaggio dagli eventi del 2010, che hanno indebolito demograficamente e politicamente la minoranza uzbeka in Kirghizistan.

Negli ultimi anni, i conflitti della Valle di Fergana si sono concentrati sul settore tagiko-kirghiso. La competizione per il possesso di preziose risorse idriche e per la demarcazione dei confini delle rispettive enclavi, ha generato una intensa border crisis, che nella primavera del 2021 è traslata dallo scontro diplomatico a quello militare.

A partire dall’aprile 2021 le truppe di Bishkek e di Dushanbe si sono affrontati in scontri a bassa intensità lungo il confine presso il distretto kirghiso di Batken. Gli scontri si sono protratti fino al maggio dello stesso anno, e furono interrotti da un accordo di cessate il fuoco tra i governi. Anche se non si è mai arrivati a un’escalation del conflitto, rimasto geograficamente circoscritto, gli eventi della primavera del 2021 hanno nuovamente dimostrato come i tre stati della Valle di Fergana siano sempre pronti a ricorrere allo strumento militare per risolvere le proprie dispute.

Ci mostra quindi che questo frozen conflict non è soltanto multidimensionale, ma anche “ricorsivo”. La Valle di Fergana è infatti una fucina di sfide per la sicurezza regionale, che emergono regolarmente, ma con forme e modalità diverse: dagli ethnic clashes, alle crisi diplomatiche, dal conflitto asimmetrico tra truppe regolari e gruppi paramilitari agli scontri di confine tra eserciti nazionali.


[1] Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan significano letteralmente “terra dei kirghisi”, “terra degli uzbeki” e “terra dei tagiki”.

[2] International Crisis Group (2002), Central Asia: Border disputes and conflict potential.

[3] Ibidem.

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