LA NAMIBIA VORREBBE DIVENTARE IL PRIMO HUB AFRICANO DI IDROGENO VERDE

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Fonte Immagine: https://www.h2-view.com/story/9-4bn-hydrogen-megaproject-set-for-namibia/

La Namibia avvia un progetto che potrebbe portare il Paese a diventare il primo esportatore di idrogeno verde dell’Africa, cambiando gli equilibri geopolitici di tutto il continente e non solo.

Nonostante in Namibia i problemi economici e sociali (disoccupazione al di sopra del 50% in più zone e infrastrutture non ancora adeguate) restino i principali ostacoli per uno sviluppo sostenibile, il Paese dell’Africa Sub-Sahariana sta varando un progetto alquanto ambizioso in materia di energia e indipendenza economica.  

Il governo ha infatti deciso di puntare sulla produzione di idrogeno verde e, perché no, sperare di diventare il primo hub del continente nel prossimo futuro. Prossimo futuro che si stima in circa quarant’anni, ma a volte le politiche per il bene comune e il miglioramento devono essere tarate anche sul lungo termine e per le generazioni che verranno.

Cos’è l’idrogeno verde e perché la Namibia è avvantaggiata

Innanzitutto, una breve ma doverosa precisazione: l’idrogeno “verde” o idrogeno “pulito” è un combustibile che non produce emissioni di CO2 dirette e può essere usato come sostituto dei più classici combustibili fossili. Si ottiene tramite un processo chimico chiamato elettrolisi da fonti rinnovabili, in primis quella solare ed eolica. Il problema principale, al momento, è rappresentato dagli alti costi e dal fatto che è più difficile da trovare rispetto al più inquinante (e più usato) idrogeno “grigio”. Gli impianti di produzione richiedono infatti investimenti importanti.

Ma la Namibia potrebbe giovare del fatto di trovarsi in una posizione geografica decisamente vantaggiosa, dal momento che sole e vento non mancano per gran parte dell’anno e che questo può fornire risorse costanti per, rispettivamente, pannelli solari e pale eoliche.

Appoggiandoci a uno studio di African Express, per dare qualche numero, due terzi del territorio namibiano hanno valori di irradiazione solare superiori a 2.700 kWh/m2 e possono contare su oltre 3.500 ore di sole l’anno. Per avere un confronto, in Italia le regioni più irradiate dal sole (quelle del Sud) ne contano 2.600.

Potenziale che, se ben sfruttato e supportato da investimenti strategici e mirati, potrà garantire allo Stato un importante vantaggio competitivo a livello di produzione e prezzi.

Obiettivi ingegneristici ed obiettivi geopolitici

L’obiettivo del Paese è diventare uno degli hub più importanti del mondo. Come riportato nell’introduzione, i due, giganteschi, vantaggi che ne deriverebbero sono la crescita economica e l’indipendenza energetica, con conseguente riduzione del tasso di disoccupazione. Il progetto prevede infatti la creazione, nel prossimi lustro, di circa 15 mila posti di lavoro per la costruzione degli impianti, di cui 3 mila permanenti.

James Mnyupe, consigliere del presidente, ha detto alla BBC che Geingob vuole avviare un piano di ripresa economica che sia dinamico, globalmente rilevante e strutturale. I settori su cui si investirà di più saranno l’agricoltura, la logistica e i trasporti. Proprio questi ultimi sono un tassello cruciale della possibile espansione, vista la loro attuale inadeguatezza per il trasporto del materiale. Sempre Mnyupe ha affermato nell’intervista che uno degli obiettivi sarà far diventare il Paese sempre meno un beneficiario di assistenza allo sviluppo e sempre più un partner commerciale. 

L’area fisica al momento designata per iniziare i lavori è il Parco nazionale di Tsau Khaeb, nel deserto a 100 km dalla costa, la quale, grazie alle città portuali, risulterà determinante per gestire le principali rotte navali. Inoltre sarà cruciale potenziare i principali corridoi via terra per raggiungere gli altri stati dell’Africa orientale, che il Paese vorrebbe presto avere come partner e acquirenti. 

Nel frattempo, la Namibia è stata invitata per la prima volta nella sua storia al World Economic Forum di Davos (Svizzera), in cui si è discusso di politica ed economia globale. 

Dal lato dell’indipendenza energetica, il Paese investendo nella decarbonizzazione sarebbe meno dipendente dalle importazioni di carbone ed energia, prevalentemente dal vicino Sudafrica, principale fornitore. L’obiettivo è che entro il 2030 il 70% dell’energia usata dal Paese derivi da fonti rinnovabili e che l’80% di questa da produzione interna. 

Il problema principale parrebbe rappresentato dal lato economico: la Namibia si trova davanti una stima di 8,3 miliardi di dollari di costi, poco meno del PIL registrato nel 2021 (circa 11 miliardi). 

Altri ostacoli all’energia verde

Gli ostacoli alla realizzazione del progetto sono sicuramente molteplici. 

In primis, la Namibia da sola non è in grado di raggiungere gli standard prefissati, sia per una questione economica (i costi iniziali sono ingenti) che di esperienza pratica in materia.

Il presidente Hage Geingob, sfruttando anche il fatto che secondo i dati di Transparency Internationaalil Paese sia tra i meno corrotti dell’Africa Sub-Sahariana, negli ultimi anni si è speso per attirare investitori, locali e stranieri, pubblici e privati, in grado di aiutarlo a gestire i costi (faremo un approfondimento nell’ultimo paragrafo).

Inoltre il progetto poggerà sempre sull’interesse globale di raggiungere la cosiddetta “neutralità carbonica”, per ridurre gas serra e ridurre l’impatto ambientale. Se questa venisse a mancare, l’importanza dell’idrogeno calerebbe significativamente con drammatiche conseguenze per coprire gli investimenti.

A livello più scientifico, l’idrogeno verde è altamente volatile e infiammabile e la Namibia dovrebbe parallelamente costruire e migliorare quelle strutture necessarie per stoccaggio ed erogazione, oltre che per rendere meno rischioso il trasporto. Si pensi, per fare un esempio, a quanto accaduto a Fukushima nel 2011 per una fuga di idrogeno.

Infine, parlando di diritti umani, il processo di transizione energetica e miglioramento economico non conduce per forza a un miglioramento dello sviluppo umano e dei diritti universali.

Hypen Hydrogen Energy e gli investimenti dall’Europa

A novembre 2021 il progetto è ufficialmente partito in mano all’Hypen Hydrogen Energy, una società privata che dovrebbe esportare per 300 mila tonnellate all’anno

La Società si è formata dalla partnership tra la britannica Nicholas Holdings Ltd e la tedesca Enertrag Service GmbH. Inoltre, l’African Development Bank ha aiutato il governo della Namibia stanziando circa 195 milioni di dollari.

Tra i possibili futuri partner, naturalmente, potrebbe avvicinarsi presto anche la Cina, che da decenni investe in modo significativo nel Continente africano.

A livello mondiale, i Paesi leader nel settore sono Australia e Giappone, con crescenti investimenti da parte del Cile, che può sfruttare il deserto di Atacama. 

I Paesi europei, al momento preferiscono invece guardare all’Africa, alcuni con investimenti considerevoli, nella speranza di un ritorno in futuro. La Namibia in particolare ha intavolato accordi con Belgio, Olanda e soprattutto Germania. Proprio gli ex colonizzatori (fino al 1919) hanno intravisto nel Paese una località ideale e vantaggiosa per la produzione. La ministra della Ricerca tedesca Anja Karliczek a fine agosto ha firmato una prima partnership, con la Germania che si impegna a investire circa 40 milioni di euro da destinare a progetti pilota e studi di fattibilità, oltre a rafforzare la formazione di esperti e specialisti del settore.

In conclusione, almeno per il momento, l’idrogeno verosimilmente delineerà i nuovi equilibri geopolitici in futuro, per un passaggio sempre più inevitabile da petrolio e derivati ad energie pulite.

Il rapporto Geopolitica della trasformazione energetica di IRENA sostiene per esempio che entro il 2050 l’idrogeno coprirà fino al 12% del consumo globale di energia, con una quota largamente prevalente di idrogeno verde a discapito delle altre tipologie di idrogeno.

Questo modificherà gli equilibri mondiali in termini di produzione e commercio, in favore dei Paesi in grado di produrre a un costo più basso, e reperibilità di materie prime. Fondamentale sarà la governance e cercare di dirottare gli equilibri verso cooperazione internazionale e non scontri. 

L’Africa ha un grande vantaggio naturale. Oltre a Namibia anche Sudafrica, Nigeria e Kenya si stanno muovendo. La posta in gioco è molto alta.

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