NUOVA SENTENZA DELLA CORTE AFRICANA DEI DIRITTI UMANI SULLA PENA DI MORTE: RICONDANNATA LA TANZANIA

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Il 10 gennaio la Corte africana dei diritti umani e dei popoli ha rilasciato le motivazioni alla base della sua sentenza conclusiva del caso Gozbert Henerico v. United Republic of Tanzania. La Corte, ancora una volta, ha condannato la Tanzania a rimuovere l’imposizione obbligatoria della pena di morte prevista dal suo Codice Penale. 

Il ricorrente, Gozbert Henerico, lamentava nel 2016 dinanzi la Corte di aver subito, in sede di processo a suo carico per omicidio, la lesione di una serie di diritti riconosciuti dalla Carta africana dei diritti umani e dei popoli:

  • Il diritto ad un equo processo, garantito all’articolo 7: il ricorrente sarebbe stato sottoposto a una lunga detenzione prima della celebrazione del processo, senza avere avuto accesso ad una rappresentanza legale efficace e ad un interprete. Infine, l’interrogatorio sarebbe stato viziato da pregiudizio reale o percepito tale, da parte dei membri della corte esaminatrice;
  • Il diritto alla vita, di cui all’articolo 4 della Carta africana: lo Stato convenuto non avrebbe tenuto conto delle “circostanze specifiche” del caso, trattandosi dell’imputato un soggetto affetto da disabilità mentale; inoltre, nel comminare la pena la Corte tanzanese si sarebbe attenuta alla valutazione di un caso caratterizzato da “estrema severità”, solo per la quale è prevista dal Codice Penale della Tanzania la pena capitale. Infine, l’Alta Corte non si sarebbe preoccupata di comminare la pena più grave, nonostante le sue evidenti e non trascurabili omissioni nelle garanzie del giusto processo; 
  • Il diritto alla dignità, sancito all’articolo 5 della stessa Carta: la Corte tanzanese avrebbe leso la dignità del signor Henerico non solo nel camminamento della pena capitale nei suoi confronti, in quanto soggetto affetto da disabilità mentale, ma anche nella previsione delle modalità di esecuzione della stessa: «l’impiccagione, da considerarsi come un trattamento disumano e degradante». 

La Corte, interpellata innanzitutto a rispondere della sua giurisdizione e dell’ammissibilità del caso, si è espressa positivamente in entrambe i casi, adducendo che:

  • Il ricorrente, lamentando la violazione dei suoi diritti garantiti dalla Carta africana dei diritti umani e dei popoli ha di per sé evocato la competenza stessa della Corte;
  • È stata accertata la sussistenza dei requisiti previsti per l’ammissibilità del caso, ex articolo 56 comma 5 della Carta africana

Passando all’esame del merito, la Corte, ha proceduto analizzando ogni singolo aspetto delle presunte violazioni lamentate. Quanto al diritto ad un equo processo: 

  • Sin dall’inizio della custodia del ricorrente, lo Stato convenuto avrebbe dovuto garantire lo svolgimento delle procedure con diligenza e rapidità. Tuttavia, constatato che il processo ha avuto inizio 6 anni, 8 mesi e 19 giorni dopo l’arresto, la Corte ha rilevato la violazione palese dell’articolo 7, comma 1, lettera d) della Carta, che richiama il diritto di ogni persona di essere giudicata «in un tempo ragionevole da una giurisdizione imparziale»;
  • In secondo luogo, il diritto ad una rappresentanza legale efficace non si esaurisce nel dovere statale di assicurare la mera consulenza di un legale, ma comprende altresì la rassicurazione che l’assistenza legale sia dotata degli strumenti e dei tempi necessari per preparare una difesa adeguata e che sia presente in tutti gli stadi del processo, a partire dall’arresto dell’individuo. Il ricorrente, non avendo dato rimostranza del suo malcontento circa l’operato dell’avvocato nominato e, non avendo informato adeguatamente l’Alta Corte né la Corte d’Appello, non ha messo in condizione il convenuto di assicurargli una rappresentanza efficace. Pertanto, l’accusa di violazione dell’articolo 7, comma 1, lettera c) della Carta africana sul «diritto alla difesa» è giudicata inconsistente da parte della Corte; 
  • L’incompetenza del tribunale giudicante rivendicata dal ricorrente è altresì inammissibile, in quanto dagli accertamenti non risulta che sia stato effettuato un vero e proprio interrogatorio dagli ufficiali della Contea, ma una richiesta di chiarimenti. La Corte ha altresì rilevato l’inesistenza di prove ragionevoli volte a dimostrare la violazione, da parte dello Stato convenuto, dell’ articolo 7, comma 1 della Carta africana, relativo al «diritto di ogni persona (…) a che le sue ragioni siano ascoltate»;
  • La mancata assegnazione di un interprete, a giudizio della Corte, non costituisce violazione dello stesso articolo della Carta, poiché il ricorrente non ha segnalato nella  citazione in giudizio alcuna difficoltà di comprensione e che anzi, lo Stato convenuto si era già preventivamente accertato che fossero state fornite tutte le delucidazioni del caso in “kiswahili”, lingua parlata dal signor Honerico. Pertanto, viene respinta l’accusa di violazione degli articoli 7, comma 1, lettera c) della Carta africana e 14 comma 3, lettera a), del Patto Onu sui diritti civili e politici

Per quanto riguarda, invece, le presunte violazioni del diritto alla vita del ricorrente, la Corte africana ha ritenuto di procedere alle sue valutazioni sulla base dei criteri inerenti la legittimità dell’imposizione obbligatoria della pena di morte: la sua previsione dalla legge, la competenza della corte che l’ha emanata e la regolarità del processo che ha portato al suo risultato.  Nello specifico, la Corte ha rilevato che: 

Infine, anche la lamentata lesione del ricorrente del suo diritto alla dignità ha trovato accoglimento da parte della Corte di Arusha, poiché:

  • L’esito della perizia psichiatrica del signor Henerico non era stato trasmesso all’Alta Corte prima del giudizio reso nell’aprile 2015. Questa costituisce, pertanto, una grave irregolarità di procedura e una violazione del diritto del ricorrente ad un equo processo di cui al già citato articolo 7;
  • La modalità di esecuzione prevista, ovvero l’impiccagione, è stata riconosciuta dalla Corte africana come«punizione crudele, disumana e degradante, riconducibile alla tortura». 

Alla luce di tutte queste considerazioni, la Corte di Arusha ha condannato la Tanzania al pagamento di 5 milioni di scellini tanzanesi (TZS) a titolo di risarcimento morale per le violazioni subite dal ricorrente e, alla riapertura e alla conclusione entro un anno, del procedimento contro quest’ultimo.  

In buona sostanza, la Corte africana ha confermato quanto già espressamente dichiarato nella sentenza del 2019 proprio nei confronti della Tanzania, nel caso Ally Rajabu and Others v. Tanzania: «la pena di morte per impiccagione costituisce una violazione del diritto alla dignità», ex articolo 5 della Carta africana. Inoltre, con la stessa, la Corte ha reiterato l’ordine nei confronti dello Sato tanzanese di adottare tutte le misure necessarie per rimuovere dal Codice Penale la previsione all’articolo 197, relativa all’imposizione obbligatoria della condanna a morte, ordinando la pubblicazione del giudizio sul sito web dell’amministrazione giudiziaria e del Ministero per gli affari costituzionali e legali, e assicurandone l’accessibilità per almeno un anno dalla sua pubblicazione. 

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