IL NESSO TRA CLIMATE CHANGE E VIOLENZA: LA REGIONE MENA E IL CASO DELLA SIRIA

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Fonte immagine: Getty Images

Il nesso fra la probabilità dello scoppio di un conflitto armato e il climate change è ormai accettato nel mondo accademico e dai ricercatori. Ma in che modo i cambiamenti climatici influenzano e stimolano la violenza? Quali sono le condizioni necessarie affinché le mutazioni del clima si possano considerare come un conflict driver a tutti gli effetti? La regione MENA e in particolare la Siria rappresentano degli ottimi casi studi per comprendere meglio come funziona tale legame. 

Fino a qualche decennio fa parlare di cambiamento climatico significava, per i più, discutere di qualcosa lontano dal nostro presente, che ci riguardava fino a un certo punto e di cui non valeva la pena preoccuparsi più di tanto. È facile immaginare dunque con quale serietà venisse affrontata l’idea dell’esistenza di un nesso, di un collegamento empirico tra climate change e conflitti violenti: pure speculazioni teoriche di qualche accademico.

Come spesso è accaduto nella storia tuttavia, il tempo ha dimostrato l’erroneità delle convinzioni umane e ha rivelato una brusca realtà: i cambiamenti climatici sono molto più vicini e concreti di quanto si immaginasse, sono un problema della nostra società di cui tutti siamo responsabili e da cui tutti verremo, in qualche modo, colpiti. Allo stesso modo è diventata più chiara anche la connessione esistente fra i mutamenti del clima e le possibilità di uno scoppio del conflitto armato, così come quella del ruolo di arma geopolitica che spesso assumono le risorse naturali. 

Un articolo pubblicato su Nature nel 2019, una delle principali riviste scientifiche del mondo, ha contribuito significativamente a far luce sul nesso clima-conflitto. In questo paper, redatto congiuntamente da 14 esperti di conflitti armati, scienze naturali e da studiosi del clima, viene mostrato come il nesso fra conflitto armato e cambiamento climatico esiste e quale sia il suo ruolo nel favorire l’insorgere della violenza.

All’interno del paper infatti, si riconosce come questo collegamento abbia sicuramente meno influenza dei fattori tradizionali legati al conflitto (disparità sociali ed economiche, greed e grievances, etc.) ma, allo stesso tempo, si sottolinea la sua importanza: i climate changes e la volatilità climatica modellano la possibilità di uno scontro armato organizzato in un paese e, nei contesti dove esistono già dei fattori di rischio, essi aumentano sensibilmente le probabilità del conflitto.

Ciò chiaramente non significa che le diverse forme che i cambiamenti climatici assumono (inondazioni, siccità, temperature troppo elevate) possono essere utilizzate per spiegare nella sua totalità perché un conflitto armato ha avuto luogo, ma piuttosto ribadisce come esse siano un fattore ormai non più trascurabile quando si analizza un contesto caratterizzato da instabilità e insicurezza. 

Le regioni nelle quali sono previsti i maggiori rischi legati ai cambiamenti climatici negli anni a venire sono ancora una volta quelle del cosiddetto global south, ovvero i Paesi del sud del mondo; questi territori inoltre sono già caratterizzati da crisi e conflitti armati, rendendo ogni tentativo di costruzione della pace sempre più difficile.

In particolare, i contesti che presentano un maggiore grado di urgenza per quanto riguarda il nesso clima-conflitto sono la regione del Sahel e del Corno d’Africa, il sud-est asiatico, l’America Centrale e la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa). Per quanto ogni contesto presenti sfide e caratteristiche proprie differenti, la logica di come i climate change agiscono nell’alimentare i conflitti è sempre la stessa: il punto di partenza è la scarsità delle risorse presenti sul territorio, che genera competizione per il controllo e lo sfruttamento delle stesse.

A causa di problemi legati al clima, il numero di risorse disponibili diminuisce in maniera significativa, aumentando fortemente la lotta fra le parti interessate per ottenere le poche risorse rimaste, dando così a vita dei land conflicts il cui esito potrà rivelarsi decisivo per la sopravvivenza di un gruppo o dell’altro. 

La regione MENA si presenta come un ottimo contesto per comprendere appieno l’impatto che i cambiamenti climatici possono avere in termini di conflitti armati e di human security. La regione infatti si classifica già come prima al mondo per quanto riguarda la scarsità di acqua disponibile e per la dipendenza dall’importazione di cibo; entro il 2030 essa dovrebbe inoltre subire un aumento delle temperatura di circa 2 C°, che potrebbe contribuire a ridurre del 20-40% la fornitura di cibo ed acqua disponibile.

A ciò si aggiungono anche le previsioni riguardo l’aumento della popolazione nella regione, che affermano come entro il 2050 il numero di abitanti sarà raddoppiato, mettendo ancora più pressione alle risorse presenti sul territorio. L’elemento più preoccupante in termini di climate change nella regione MENA riguarda sicuramente le grandi possibili siccità che i cambiamenti climatici possono determinare in questi Paesi.

A causa della diminuzione della quantità di acqua disponibile, ad esempio, alcune popolazioni possono decidere di spostarsi in luoghi dove tale risorsa è ancora abbondante; se questo avviene a livello nazionale può provocare disordini interni che possono essere gestiti dai governi, ma se invece questa competizione si verifica per il controllo di risorse transfrontaliere i livelli di tensione si possono alzare sensibilmente, portando a una rapida escalation degli eventi.

Quest ultimo scenario è molto probabile nella regione MENA, considerando che quasi tutti i paesi del Medio Oriente condividono risorse idriche con un vicino e alcuni dispongono di poca acqua dolce. Un esempio di quanto appena descritto è quanto successo nel bacino del Nilo: qui dal 2011 l’Etiopia sta costruendo la diga “del Grande Rinascimento”, tentando di diventare in primis completamente autosufficiente a livello energetico e in secondo luogo esportatore regionale di energia elettrica.

Attraverso questa struttura il flusso di acqua verso l’Egitto si ridurrà del 25% e, secondo le autorità egiziane, tutta la sua popolazione ne risentirà in maniera significativa. I due paesi stanno attualmente negoziando e, a ribadire il ruolo di arma geopolitica che risorse come l’acqua possono giocare nel mondo attuale, il presidente egiziano Al-Sisi ha dichiarato questa una questione di “vita o di morte”. 

Ma c’è un paese, nella regione MENA, la cui storia è la perfetta rappresentazione della capacità dei cambiamenti climatici di innescare un conflitto armato: si tratta della Siria e dell’ormai decennale conflitto che affligge il paese e i suoi cittadini. Ad un occhio poco attento alle diverse dinamiche che causano un conflitto questa potrà sembrare un’affermazione forzata e forse esagerata, ma ricostruendo il corso degli eventi il ruolo giocato dai climate change risulta estremamente chiaro.

La Siria si trova in una delle regioni più umide e produttive dell’intero Medio Oriente e questo ha facilitato di molto la proliferazione dell’agricoltura fino agli anni ‘80. La situazione è però iniziata a cambiare dagli anni ’90 in poi, con tre diversi periodi di siccità che hanno colpito duramente il Paese, con la più recente durata dal 2006 al 2010 e classificata come la peggiore degli ultimi 900 anni.

Il prolungato periodo di siccità, combinato a un aumento delle temperature avvenuto nello stesso periodo, portò alla desertificazione e alla devastazione dei terreni agricoli, in particolare nella Siria orientale; la diretta conseguenza fu che 800.000 persone persero il lavoro e la loro fonte di reddito. Il governo si trovò costretto a importare enormi quantità di grano, raddoppiando così i prezzi dei prodotti alimentari.

Circa 1,5 milione di persone lasciarono le campagne per andare a vivere nelle città, alcune già sovrappopolate, dove scoppiarono i primi scontri violenti; chi rimase nelle terre ormai incoltivabili erano principalmente agricoltori impoveriti che sono diventati facili bersagli per il reclutamento di gruppi terroristici, fra tutti lo Stato islamico.

La reazione a catena innescata dalla siccità di inizio secolo rende dunque evidente il ruolo cruciale dei cambiamenti climatici e, citando le parole di Staffan de Mistura, ex inviato speciale in Siria delle Nazioni Unite dal 2014 al 2018, “la perturbazione climatica è stata un amplificatore e un moltiplicatore della crisi politica che si stava costruendo in Siria”.

Quello che la comunità internazionale e i governi dei singoli stati possono fare per cercare di bloccare e prevenire lo scoppio di conflitti, dovuti in parte ai cambiamenti climatici, è considerare questi ultimi un early warning a tutti gli effetti, cioè come uno di quei fattori da tenere in considerazione quando si analizza la situazione securitaria di un Paese e i potenziali conflitti al suo interno; allo stesso tempo, si deve cercare di fornire soluzioni sostenibili nel lungo periodo circa la gestione delle acque e la gestione del rischio agricolo, in particolare per i Paesi della regione MENA. In un mondo sempre più caldo non ci si può più permettere di tralasciare questa dimensione nella lunga strada verso la costruzione della pace.

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