LA PRESIDENZA CAMBOGIANA IN MYANMAR

Fonte Immagine: https://www.thejakartapost.com/opinion/2022/01/11/hun-sens-different-approach.html

La Cambogia ha dato avvio alla propria presidenza ASEAN in maniera controversa: la visita del primo ministro Hun Sen in Birmania potrebbe alterare il clima armonico dell’Associazione asiatica.

Lo scorso 12 gennaio le autorità della Cambogia hanno rinviato a data ancora da definire un importante meeting dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) che si sarebbe dovuto tenere questa settimana nella città cambogiana di Siem Reap. Secondo alcuni esperti le motivazioni fornite al riguardo sarebbero state poco convincenti o quantomeno parziali.

L’annuncio della posticipazione dell’evento in questione, il primo in presenza dallo scoppio della pandemia da Covid-19 e sotto la presidenza cambogiana, è avvenuto infatti tramite una breve e scarna dichiarazione su Facebook da parte del Ministro dell’informazione di Phnom Penh: l’unica motivazione presentata riguarderebbe l’impossibilità per alcuni ministri ASEAN di partecipare al ritiro.

Tuttavia, diversi analisti sono stati rapidi a indicare quale vera causa del rinvio il dissidio interno che recentemente si è venuto a creare all’interno dell’associazione asiatica dovuto alla visita del primo ministro cambogiano, Hun Sen, in Myanmar.

Lo scorso 7 gennaio Hun Sen si è infatti recato nella capitale birmana, Naypyidaw, al fine di incontrare il generale Min Aung Hlaing, leader de facto del Paese a seguito del golpe militare del febbraio 2021. Attualmente la Birmania sta affrontando una crisi umanitaria, economica e sanitaria senza precedenti mentre gli scontri tra quello che possiamo definire il governo, ovvero il Tatmadaw, le milizie etniche e i gruppi democratici continuano.

Scopo ufficiale della visita ufficiale di Hun Sen sarebbe stato il trovare un’almeno parziale risoluzione all’instabilità del Paese; tuttavia, il presidente ASEAN è stato informalmente accusato dai suoi stessi alleati di aver più o meno volontariamente legittimato il regime militare. 

Ancora prima della partenza, infatti, il premier cambogiano avrebbe dichiarato di non aver mosso alle autorità birmane alcuna richiesta specifica circa le modalità dell’incontro. In particolare, non sarebbe stato fatto alcun riferimento a un possibile incontro con Aung San Suu Kyi, ex consigliera di Stato deposta dal Tatmadaw e leader delle forze democratiche. È anche per tale motivo che le proteste civili non hanno tardato a manifestarsi: alcuni giorni prima della partenza di Hun Sen verso 

Naypyidaw si sarebbero registrate esplosioni nei pressi dell’ambasciata cambogiana a Yangon, mentre a nord dell’attuale capitale alcuni manifestanti avrebbero bruciato un poster ritraente il medesimo capo di Stato definendolo un “dittatore”. Altrettante proteste si sono verificate in tutto il Paese allo stesso sbarco del primo ministro, mentre le autorità birmane lo accoglievano con gli onori del caso.

Tuttavia, ciò che in particolare sconvolge l’ASEAN, oltre a un’ovvia preoccupazione di natura prettamente umanitaria, è il fatto che una decisione di tale portata sia stata presa in maniera del tutto unilaterale, senza nemmeno una vera e propria consultazione tra i Paesi membri.

A oggi Hun Sen rappresenterebbe infatti il primo capo di un governo straniero ad aver visitato ufficialmente il Myanmar sin dal colpo di Stato del 2021. Una visita che peraltro parrebbe andare in direzione opposta rispetto all’attitudine con cui l’Associazione si era fino ad oggi posta nei confronti della Birmania.

L’ASEAN infatti si era finora mostrata unita nella decisione di vietare temporaneamente ai rappresentanti dell’esercito birmano di presenziare agli incontri ufficiali dell’Associazione, mentre Hun Sen avrebbe proposto di riammettere il Myanmar, con il suo attuale governo, a suddetti meeting.

Lo stesso Joko Widodo, primo ministro indonesiano e personalità di spicco del mondo sud asiatico, durante un summit precedente alla visita di Hun Sen aveva ufficialmente dichiarato che finché il Myanmar non si fosse mostrato propenso a implementare seriamente il piano in cinque punti elaborato dall’Associazione avrebbe potuto partecipare agli incontri ufficiali solo tramite attori “non politici”.

Tale soluzione è stata successivamente ribadita in maniera piuttosto decisa dal primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong, durante un incontro online con lo stesso Sen in cui ha inoltre espressamente richiesto al capo di Stato della Cambogia di includere non solo tutti i rappresentanti degli Stati coinvolti nelle decisioni riguardanti la crisi birmana, ma anche tutte le parti in gioco, compresi quindi i rappresentati del governo deposto.

Il generale Min Aung Hlaing è al momento al centro delle polemiche ASEAN specialmente per non aver mostrato alcun avanzamento in merito al consensus in cinque punti precedentemente accennato. Il piano ASEAN, il cui scopo finale costituirebbe nel riportare la pace e la democrazia in Birmania, avrebbe in primissimo luogo dovuto porre un termine alle violenze e aver spianato la strada all’invio di un delegato speciale ASEAN nella regione con il compito di incontrare tutte le fazioni politiche coinvolte.

Nonostante ciò, secondo le parole di Lee Hsien Loong, nulla di ciò è stato effettivamente portato a compimento: il cessate il fuoco emanato dal Tatmadaw nei confronti delle milizie etniche non corrisponderebbe a un effettivo stop alle violenze in quanto continuano a registrarsi attacchi ai danni della popolazione civile e dei gruppi armati democratici. Inoltre, parrebbe che nel corso dell’anno appena passato sia stato impedito all’ex inviato speciale ASEAN di incontrare i rappresentanti della Lega Nazionale per la Democrazia (LND), il partito di Suu Kyi.

Proprio lo scorso 15 dicembre è stato annunciato dalla nuova presidenza sud asiatica che sarebbe stato il ministro degli Affari Esteri cambogiano, Prak Sokhonn, a ricoprire da quest’anno il ruolo di inviato speciale ASEAN per il Myanmar. Ciò che preoccupa alcuni analisti sarebbe il fatto che finora suddetto ministro avrebbe appoggiato totalmente la politica di Hun Sen in Myanmar “esibendo” a sostegno del proprio leaderdi governo alcune prove, come l’appoggio ufficiale del Giappone e le congratulazioni ricevute in merito dalle autorità tailandesi.

Una politica che invece non parrebbe essere sostenuta, seppur per ora in maniera piuttosto vaga o implicita, da altri membri ASEAN nonché da diversi osservatori internazionali. Hun Sen è infatti noto per la sua cosiddetta “cowboy diplomacy”, una politica estera ritenuta particolarmente aggressiva e totalmente dipendente dallo stesso primo ministro.

È stato infatti notato come il politico cambogiano nutra una grande fiducia nelle proprie capacità di peace-building a seguito del lavoro svolto in patria nei confronti dei Khmer rossi; secondo Sen, avrebbe lui il merito di aver favorito le defezioni di questi ultimi dall’interno garantendone il crollo definitivo e una simile politica, che quindi prevedrebbe un approccio diretto nei confronti della giunta birmana, risulterebbe vincente anche nel caso del Myanmar.

Tuttavia, ciò che preoccupa maggiormente i suoi colleghi nella regione non sarebbe tanto l’avvicinamento alla giunta quanto le reali intenzioni del presidente della Cambogia. Come ben evidenziato dal “The Diplomat”, le recenti azioni di Hun Sen potrebbero facilitare il verificarsi di tre differenti scenari non necessariamente positivi: il declino dell’ASEAN in quanto entità politica, il fallimento della presidenza cambogiana o al contrario un’estensione dei poteri della stessa presidenza.

I ruoli del presidente ASEAN sarebbero infatti piuttosto ambigui o comunque diversamente interpretabili: se da un lato la presidenza dovrebbe limitarsi a organizzare i due summit annuali dell’Associazione (e i diversi incontri ministeriali) e a fornire i rappresentanti nei principali eventi globali (come il G20), dovrebbe anche rispondere adeguatamente e prontamente alle crisi regionali. In quest’ottica la visita di Hun Sen in Myanmar sarebbe da configurarsi come un semplice adempimento del compito appena citato, ma lo stesso parrebbe al contempo opporsi ai principi di unanimità e armonia da sempre caposaldi dell’ASEAN.

Nel frattempo, a partire dallo scorso febbraio circa 1400 persone risultano uccise dalla giunta per essersi opposte al regime militare, mentre l’ex consigliera Suu Kyi è già stata condannata a 8 anni di carcere con accuse che paiono a tutti gli effetti dei “pretesti” (e col processo ancora in corso ne rischierebbe molti di più). Una cosa è oramai certa: i prossimi sviluppi del Myanmar influenzeranno pesantemente la presidenza cambogiana con ripercussioni su tutto il fiorente sistema ASEAN.

Martina Usai

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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