GIOCHI DI POTERE TRA WASHINGTON, P’YŎNGYANG E SEOUL INTORNO AL 38° PARALLELO

Fonte Immagine: bbc.com

In meno di due settimane, tra il 5 e il 17 gennaio, la Corea del Nord ha compiuto 4 test con l’impiego di missili balistici a corto raggio (Srbm). Secondo l’agenzia di stampa statale nordcoreana KCNA, i primi due test sarebbero stati condotti con vettori ipersonici, in grado di viaggiare a velocità superiori a Mach 5 (cinque volte la velocità del suono). Gli Usa hanno risposto con nuove sanzioni contro cinque cittadini nordcoreani coinvolti nei programmi di sviluppo di missili balistici e di armi di distruzione di massa del regime.

Secondo i nordcoreani saremmo in presenza dei primi test con missili ipersonici dopo il primo ed unico esercizio di questo genere compiuto, nel settembre 2021, con il Hwasong-8apparso pubblicamente per la prima volta il mese seguente in occasione del discorso tenuto dal leader supremo Kim Jong-Un per celebrare il 76° anniversario della nascita del Partito dei lavoratori di Corea (PCCN).

In ogni caso, i test compiuti in queste prime settimane del 2022 rappresentano i primi “fuochi d’artificio” nordcoreani dall’ottobre 2021, quando venne testato un missile balistico lanciato da sottomarino (Slbm) nei pressi della base navale di Sinpo e volato per circa 450 km nel Mar del Giappone.

Il significato dei test

I recentissimi test, con l’uso di missili a corto raggio con vettori multipli di rientro (Manoeuvrable Reentry Vehicle, MaRV), tecnica che consente di modificare la traiettoria del missile e di colpire uno stesso bersaglio più volte magnificando l’imprevedibilità e la letalità dello strike, rappresentano una minaccia cinetica esclusivamente per giapponesi e sudcoreani, ai quali viene dimostrata la capacità di lanciare missili da diverse piattaforme, inclusi treni in movimento, siti sotterranei e strutture terrestri.

Non per gli americani, destinatari politici delle provocazioni. Invero, questi test rappresentano anzitutto il tradizionale “benvenuto” riservato dai leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea (DPRK) ai neoeletti presidenti degli Usa in chiave di rilancio negoziale, con un anno di ritardo rispetto all’elezione di Joe Biden. 

Ritardo dovuto alle drammatiche condizioni economiche, sanitarie, umanitarie (la tubercolosi continua a mordere) ed alimentari del Regno Eremita, esacerbate dall’epidemia di coronavirus, che ha spinto il regime a chiudere ermeticamente i confini con la Cina (suo primo e quasi esclusivo partner commerciale[1]).

Con l’ennesimo colpo di mano, P’yŏngyang mostra i muscoli perché intende attirare l’attenzione di Washinton, per riportarla al tavolo negoziale dopo lo stallo degli ultimi due anni, ricevere sollievo sanzionatorio e l’allentamento dei divieti sulle esportazioni di minerali e sulle importazioni di petrolio raffinato. Precondizione nordcoreana per l’avvio di qualsiasi colloquio auspicato dall’amministrazione Biden.

Ciò che invece cambierebbe con lo sviluppo di missili ipersonici è il livello qualitativo della minaccia. Nell’ambito della “strategia della deterrenza della guerra” (war deterrence), basata sul possesso di armi atomiche, e della “strategia della guerra” (war strategy), centrata sullo sviluppo missilistico, il regime dei Kim ha per lungo tempo fondato la deterrenza, funzionale a “costruire un recinto di sopravvivenza e una capacità di consegna nucleare affidabile” per la sicurezza del regime, sullo sviluppo di vettori missilistici a raggio intermedio (Irbm), come il Musudan (gittata: 4.000 km) e il Hwasong-12 (gittata: 4.500 km), in grado di colpire le truppe e le basi americane schierate nel Pacifico (Okinawa, Filippine, Guam), e di missili intercontinentali a lungo raggio (Icbm), in grado di estendere la minaccia di uno strike convenzionale o nucleare alle Hawaii (sede dell’Indopacom) e al territorio continentale nordamericano (mappa 2).

Il congelamento dei test con Icbm (l’ultimo risale al 2017), in seguito agli accordi sotterranei con gli Usa, potrebbe aver indotto P’yŏngyang a spostare il proprio deterrente verso i vettori ipersonici, in grado di assicurare una maggiore imprevedibilità d’attacco rispetto ai missili balistici che seguono traiettorie paraboliche fisse. La manovrabilitànell’atmosfera terrestre con traiettoria a vela consente infatti ai missili ipersonici di eludere i sistemi di allarme e le tradizionali difese missilistiche anti-balistiche (BMD), rendendoli particolarmente difficili da intercettare.

I recenti test arrivano inoltre dopo l’impegno politico preso da Kim Jong-Un nel suo discorso di capodanno, in cui il leader eremita ha ribadito la necessità di puntare su tecnologie belliche e missilistiche avanzate per contrastare i pericoli internazionali alla patria, cioè quelle che P’yŏngyang considera “azioni ostili” da parte di Washington e soci.

La pressione convergente di Washington e Seoul

La Corea del Sud (al pari del Giappone) è in pieno riarmo, incentivato dalla superpotenza in funzione anti-cinese. L’amministrazione Biden ha eliminato i limiti su gittate e testate dei missili balistici tattici sudcoreani. Restrizioni mantenute per decenni nel timore che Seoul, forte di un avanzato sistema missilistico, potesse riaprire il conflitto con il Nord.

I sudcoreani hanno colto l’assist americano effettuando per la prima volta un lancio di un Slbm a corto raggio. Seoul sta sviluppando missili balistici sottomarini, un missile da crociera supersonico e un missile superfice-superficeche sarà operativo dal 2026 e pensato per distruggere i bunker nucleari e missilistici nordcoreani scavati sotto le montagne. Stessa funzionalità della bomba anti-bunker da 5.000 libbre (GBU-72), guidata da gps Joint Direct Attack Munitiontestata da un caccia F-15E Strike Eagle della Us Air Force nell’ottobre 2021.

Gli Usa continuano inoltre a compiere giochi di guerra congiunti con Seoul, visti da P’yŏngyang come preparativi per un’azione militare ai suoi danni. Lo scorso novembre, le alte sfere militari di Usa e RoK hanno discusso l’aggiornamento dei piani di guerra congiunti nello scenario di un ipotetico conflitto intorno al 38° parallelo.

Nello stesso periodo, la Global Posture Review del Pentagono ordinata da Biden concludeva sulla necessità di schierare in modo permanente in Corea del Sud uno squadrone di elicotteri d’attacco a rotazione e un quartier generale per la divisione di artiglieria, in modo da rafforzare la deterrenza fornita dai circa 28.500 militari statunitensi stanziati nel sud della penisola (terzo contingente Usa all’estero dopo quelli dispiegati in Giappone e Germania) 

Infine, l’amministrazione Biden ha rinnovato per un altro anno le sanzioni economiche contro la proliferazione nucleare nordcoreana. Misure punitive che continuano ad aggravare il dilemma politico del regime, l’impossibilità di conciliare le riforme economiche necessarie alla stabilità interna con la massiccia concentrazione delle scarse risorse sugli sviluppi militari e nucleari (23% del pil), polizza assicurativa della sopravvivenza del Partito-Stato.

Obiettivi strategici e manovre tattiche degli Usa

Da parte americana, l’obiettivo di lungo periodo nel rompicapo nordcoreano è sottrarre lentamente P’yŏngyang dal legame con la Cina. Ciò dovrebbe passare tramite una lenta riconciliazione Nord-Sud e una riunificazione pacifica della penisola. Step che nei sogni americani costituiscono la premessa per assorbire l’intera Corea nella propria sfera d’influenza in modo da portare sulla terra il contenimento marittimo dell’Impero di Mezzo. 

Sul piano tattico, l’amministrazione Biden non considera prioritario il dossier nordcoreano, rispetto a questioni più urgenti in patria (economia, infrastrutture, epidemia) e all’estero (Cina-TaiwanRussia-Ucraina). Sul tema specifico intende comunque invertire il contraddittorio approccio di “fuoco e furia” e diplomazia teatrale che aveva portato Trump alla ricerca del “grande affare” con Kim, incontrandolo tre volte tra 2018 e 2019.

La revisione della politica americana sulla Corea del Nord ordinata da Biden ha prodotto una linea tattica che cerca un punto di equilibrio tra la “pazienza strategica” obamiana, inaugurata dopo il fallimento dell’accordo diplomatico raggiunto nel 2012 e trasformatasi in “immobilismo strategico” (mantenimento dello status quo, cioè della pressione sanzionatoria), e la inconcludente diplomazia personale trumpiana mischiata alla “massima pressione” (irrobustimento delle sanzioni Usa e Onu per strangolare economicamente il regime). 

L’approccio pragmatico dell’attuale amministrazione manterrà il doppio canale del bastone e della carota, ma non sarà all’insegna dell’unilateralismo. L’amministrazione Biden ha compreso la necessità di ricucire i difficili rapporti con la Casa Blu, di mediare una distensione nippo-coreana e di lavorare nell’ambito del triangolo strategico Usa-RoK-Giappone per appianare le diverse posizioni dei tre paesi su Cina e Corea del Nord e rendere più coerente la condotta a stelle e strisce, sulla base della comunanza valoriale e di interessi a presidio dell’ordine basato sulle regole, minacciato dall’assertività del Dragone cinese e dall’imprevedibilità nordcoreana. 

In tale contesto si inseriscono alcuni passi compiuti da Washington sul piano retorico e diplomatico verso la posizione sudcoreana nel dossier nordcoreano. L’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite ha aperto alla possibilità che gli Usa forniscano “assistenza umanitaria” alla Corea del Nord, mentre la Casa Bianca ha avanzato la possibilità di una riduzione incrementale delle sanzioni sul regime, anche se permangono forti limiti legali e politici (opposizione del Congresso) ad una tale azione.

Soprattutto, Washington ha spostato la propria posizione ufficiale dalla irrealizzabile “denuclearizzazione del Nord” alla improbabile “denuclearizzazione dell’intera penisola coreana”, ovvero il medesimo obiettivo di Seoul e di P’yŏngyang, che pretende la chiusura dell’ombrello di difesa, convenzionale e nucleare, degli Usa nel Sud come contropartita per l’adozione di misure di restrizione al programma nucleare e missilistico. 

Nella medesima direzione si inserisce la recente bozza di accordo tra Usa e RoK per porre ufficialmente fine alla guerra di Corea (1950-1953), formalmente mai conclusa con un trattato di pace, dopo l’armistizio firmato il 27 luglio 1953. Evoluzione sostenuta da Pechino perché eliminerebbe teoricamente la ratio della presenza americana in Corea del Sud, allentando il contenimento della Repubblica Popolare lungo la prima catena di isole.

Quanto la superpotenza non può concedere, anche per evitare di alimentare timori di abbandono agli occhi dei giapponesi, inquietati dalle provocazioni missilistiche di P’yŏngyang e dalle incursioni aeronavali cinesi nel Mar del Giappone.

In definitiva, le ultime mosse statunitensi sembrano nascondere meri artifici retorici, bluff tattici in una partita, quella nordcoreana, in gran parte compromessa, nella quale il margine di manovra della superpotenza resta limitatissimo.


[1] L’interscambio con la Cina rappresenta il 90% del volume totale del commercio nordcoreano ed è crollato di oltre l’80% dallo scoppio dell’epidemia

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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