I LEGAMI TRA ARABIA SAUDITA E CINA COSTRINGERANNO BIDEN A RIFORMULARE LA STRATEGIA IN MEDIORIENTE?

Fonte Immagine: Tfi Global

L’Arabia Saudita starebbe costruendo missili balistici propri, avvalendosi però dell’aiuto della Cina: l’ipotesi, se confermata complicherebbe la situazione in Medio Oriente, aggravando la tensione fra Washington e Pechino.

La longa manus di Pechino dietro i progetti missilistici di Ryad?

L’agenzia di intelligence statunitense ha valutato che l’Arabia Saudita sta producendo missilibalistici grazie all’aiuto della Cina, uno sviluppo che potrebbe produrre effetti a catena significativi in tutto il Medio Oriente e complicare gli sforzi dell’amministrazione statunitense di Joe Biden per contenere le ambizioni nucleari dell’Iran, tra le altre cose principale rivale regionale proprio della Casa Reale saudita. Uno sviluppo che minaccia decenni di sforzi degli Stati Uniti per limitare la proliferazione dei missili nel Medio Oriente.

Didascalia nr.1: il sito di produzione dei missili balistici

Le foto satellitari scattate tra il 26 ottobre e il 9 novembre scorso mostrano un sito vicino a Dawadmi, in Arabia Saudita, atto alla produzione di missili balistici. La prova chiave è che la struttura gestisce una “fossa di combustione” per smaltire quei residui di propellente solido derivanti dalla produzione dei missili stessi.

Era comunque noto già da tempo che l’Arabia Saudita avesse in passato acquistato missili balistici dalla Cina, tanto che Pechino ha definito i due paesi “partner strategici globali”: nel 2019 le agenzie di intelligence statunitensi erano a conoscenza del fatto che l’Arabia Saudita stava collaborando con la Cina per far progredire il suo programma di missili balistici ma l’amministrazione Trump decise di non rendere pubbliche le note d‘intelligence ai membri chiave del Congresso.

I rapporti tra Arabia Saudita e Cina: una storia recente, quanto effimera (anche per il futuro)?

Durante il periodo della Guerra Fredda la contrarietà nei confronti del regime comunista portò l’Arabia Saudita a non intraprendere alcuna relazione diplomatica con la Cina almeno fino alla fine degli anni ottanta. Fu soltanto nel dicembre del 1986 che Ryad, sentendosi minacciata dalla piega che stava prendendo per l’Iraq, suo storico alleato, la guerra con l’Iran, raggiunse un accordo proprio con Pechino per la fornitura di cinquanta missili CSS-2, nome in codice East Wind.

Due anni più tardi la Cia venne a conoscenza dell’esistenza di una base missilistica in territorio saudita. Di lì a poco una crisi diplomatica sconvolse i rapporti tra Washington e Ryad: nel marzo dello stesso anno lo scambio tra sauditi e cinesi finì sulle pagine del “Washington Post”, con il presidente statunitense Ronald Reagan che domandò la rimozione immediata dei missili. La crisi diplomatica tra Stati Uniti e Arabia Saudita portò all’espulsione dal regno dell’ambasciatore americano Hume Horan.

A cavallo del nuovo millennio, la Cina è divenuta rapidamente uno dei principali consumatori di petrolio saudita, dietro soltanto agli Stati Uniti. L’importanza della Cina per i sauditi venne ribadita dalla visita di re Abdullah che scelse proprio Pechino come viaggio inaugurale del suo regno. Il messaggio era chiaro: Ryad volgeva il suo sguardo a est e non a ovest, con Abdullah che si prodigò nella firma di diversi importanti accordi in tema di cooperazione energetica.

Nel 2019, il principe ereditario Mohammed bin Salman fu impegnato in un tour asiatico che rappresentò l’occasione per il primo grande viaggio all’estero del principe ereditario dall’omicidio del giornalista saudita Jamal Kashoggi al consolato saudita a Istanbul. In Cina, bin Salman firmò un accordo per la costruzione di un complesso petrolchimiconella provincia di Liaoning.

Ancor più importante fu l’endorsment che il principe ereditario riservò nei confronti di Pechino, giudicata da lui autorizzata ad adottare tutte quelle “misure antiterrorismo” per salvaguardare la propria “sicurezza nazionale”, fornendo dunque un chiaro placet alla repressione cinese condotta nella provincia dello Xinjiang.

Durante la pandemia di Covid-19 l’Arabia Saudita si è rivolta proprio a Pechino per l’acquisto di nove milioni di test per combattere il virus. Nell’agosto scorso i sauditi hanno annunciato la cooperazione con le imprese cinesi per la trasformazione digitale del regno grazie alla formazione del Saudi-Chinese eWTP Arabia Capital Fund, con un capitale di circa 400 milioni di dollari. Tra le diverse iniziative spicca la formazione della “SDAIA Academy” che contribuirà a costruire e potenziare le capacità saudite nel campo dell’intelligenza artificiale.

Le ambizioni di Ryad e la spalla di Washington (e di Trump).

Il fatto che l’Arabia Saudita risulti essere tra i maggiori acquirenti di armi statunitensi chiarisce il forte legame commerciale tra Ryad e Washington, seppur, tuttavia, ai sauditi è impedito acquistare missili balistici in base al Missile Technology Control Regime (MTCR), un patto informale e multinazionale datato 1987 volto a impedire la diffusione di razzi in grado di trasportare armi di distruzione di massa.

Didascalia nr.2: il volume di scambi del decennio 2009/2010 tra Cina e Arabia Saudita

Sebbene durante l’amministrazione Trump, l’ex Segretario di Stato Mike Pompeo chiarì come fosse politica degli Stati Uniti opporsi alla proliferazione della tecnologia di missili balistici nel Medio Oriente, i sauditi, che risultano essere tra i firmatari del patto, hanno comunque costantemente preso posizione per chiarire la loro intenzione di eguagliare la capacità missilistica dell’Iran.

Le critiche bipartisan sulla guerra condotta da Ryad nello Yemen, che secondo le Nazioni Unite ha provocato una carestia diffusa e ha portato circa 14 milioni di persone nel baratro della fame non hanno impedito al tycoon di assistere Ryad  nella vendita di armi e munizioni, decretando lo stato di emergenza e bypassando, di fatto, la necessaria approvazione del Congresso in materia.

Didascalia nr.3: il volume di esportazioni di armi degli Stati Uniti (anno 2017)

Un altro grattacapo per Biden: il negoziato sul nucleare corre ora il rischio di impantanarsi?

Durante la corsa alla Casa Bianca, Biden manifestò tutta la sua perplessità nei confronti del regno saudita specie per l’omicidio di Jamal Khashoggi e si unì al coro di protesta dei democratici per chiedere l’interruzione delle vendite di armi alla Casa Reale.

Ci sarebbero infatti delle notevoli implicazioni qualora gli Stati Uniti decidessero di abbandonare la loro politica di deterrenza missilistica in Medio Oriente. È lecito ritenere come la mancata risposta di Trump, che non esercitò alcuna pressione su Ryad ma anzi la aiutò apertamente, abbia incoraggiato i sauditi a progredire il programma missilistico.

L’amministrazione Biden si trova ora dinanzi al pericolo che i progressi dei missili balistici sauditi possano cambiare drasticamente le dinamiche di potere regionale e complicare gli sforzi per espandere i termini dell’accordo nuclearecon l’Iran che includa severe restrizioni sulla tecnologia missilistica di Teheran, un obiettivo, questo, sul quale Biden molto probabilmente accelererà i suoi sforzi nei prossimi mesi, spalleggiato anche da Europa, Israele e Paesi del Golfo.

L’Arabia Saudita apprezza le sue relazioni con la Cina ma è ben consapevole tuttavia dei limiti intrinsechi del rapporto con Pechino, anche in ragione della sua storica alleanza con Washington. Ma il margine di manovra della Casa Bianca appare comunque essersi ristretto anche in considerazione del fatto che appare imprescindibile per gli Stati Uniti mantenere buone relazioni diplomatiche con la Cina, visto come Biden ha cercato di coinvolgere Pechino su questioni politiche ritenute prioritarie dall’amministrazione democratica, come ad esempio l’emergenza climatica, la crisi della catena di approvvigionamento, la recrudescenza della pandemia di Covid-19.

Iran e Arabia Saudita risultano essere due acerrimi rivali geopolitici ed appare alquanto improbabile ritenere che Teheran accetterà di interrompere la produzione di missili balistici, se l’Arabia Saudita ha appena cominciato a produrne di propri.

Mentre da parte di Washington un’attenzione significativa è stata concentrata sul programma missilistico iraniano, il medesimo sviluppo portato avanti dai sauditi non ha ricevuto la necessaria considerazione. La produzione di missili balistici da parte dell’Arabia Saudita suggerisce che qualsiasi sforzo diplomatico per controllare la proliferazione missilistica dovrà necessariamente coinvolgere anche gli altri attori regionali ma vista l’impasse dei negoziati con l’Iran, il programma missilistico saudita potrebbe rendere ancora più difficile un problema già spinoso.

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