CILE: TRA GRANDI OPPORTUNITA’ E CRITICITÀ

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Fonte Immagine: CNN

All’indomani di una elezione estremamente divisiva, il Cile torna a guardare al futuro, tra sfide e occasioni. Ai problemi strutturali che affliggono l’economia si affiancano quelli di natura ambientale, ma la giovane popolazione cilena, con buoni livelli di educazione e politicamente attiva, ha la chance di rinnovare il paese. 

Il 7 Maggio 2010, il Cile entra nella storia come il primo paese dell’America del Sud propriamente detta a divenire membro dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Questo importante traguardo altro non è che il culmine di una serie di successi per il paese, che per molti versi è riuscito a distaccarsi dalla traiettoria non sempre ottimale dei suoi vicini.

La prosperità dei primi anni Duemila ha infatti favorito la fioritura di un ceto medio spesso assente in Sudamerica, e per lungo tempo la stabilità democratica Cilena (pur senza dimenticare la brutale dittatura del Generale Pinochet), unita a buoni livelli di educazione (in media, più del 90% dei giovani Cileni completano con successo la loro educazione secondaria, e la popolazione universitaria è addirittura quintuplicata rispetto agli anni ’90 del secolo passato) ha reso possibile annoverare il paese tra quelli con i più alti indici di sviluppo all’interno della regione, portando molti a dichiarare il Cile “la Finlandia dell’America Latina”. 

Questo ritratto del Cile coma una nazione unica nella sua prosperità e stabilità all’interno di una regione turbolenta ha tuttavia cominciato ad incrinarsi con le proteste del 2019, inizialmente addebitabili ad un aumento nei prezzi dei biglietti del sistema di trasporto pubblico di Santiago. Le contestazioni si sono però progressivamente allargate, portando alla luce una lunga serie di rimostranze in gran parte legate alle diseguaglianze di reddito, che si riflettono in una moltitudine di indicatori e misure con modalità non sempre immediatamente riconoscibili ed evidenti. 

Ad esempio, un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet dimostra l’imponente disparità nell’aspettativa di vita di dei residenti della capitale, e la sua correlazione con fattori socio-economici. Una donna proveniente dalla zona più disagiata della città, infatti, ha una aspettativa di vita mediamente inferiore di ben 18 anni rispetto a una donna nata e cresciuta in uno dei quartieri benestanti di Santiago.  

Inoltre, la privatizzazione del sistema pensionistico porta molti anziani a vivere in situazioni prossime all’indigenza. Più dell’80% dei pensionati Cileni riceve mensilmente meno del salario minimo previsto dalla legge, e l’assistenza fornita dallo stato risulta fin troppo spesso inadeguata, esponendo centinaia di migliaia di cittadini vulnerabili al rischio di precipitare in uno stato di povertà (assoluta o relativa) a fronte di un qualsiasi imprevisto.

Le disparità emergono anche nel campo dell’educazione. I frequentanti una delle costose scuole private del paese, infatti, riescono tipicamente ad accedere ad una delle tre università (Universidad de Chile, Pontificia Universidad Católica de Chile, and Universidad de Concepción) che formano le élite del paese, entrando a far parte così di una vasta rete di alunni e professionisti in grado di fornire accesso alle migliori opportunità lavorative. Coloro che, invece, usufruiscono del sistema educativo pubblico, rimangono bloccati in istituzioni di secondo e terzo ordine, che a loro volta risultano in impieghi decisamente meno appaganti e remunerativi – perpetuando così il ciclo delle diseguaglianze. 

A completare il quadro delle contestazioni vi è poi la questione dell’attività estrattivo-mineraria. Una larga parte dell’economia del Cile è infatti basata su attività del settore primario, in particolare su quelle connesse all’estrazione di ferro e rame, materiale del quale il Cile è il primo produttore al mondo.

La natura altamente ciclica delle fluttuazioni nei prezzi di queste materie prime porta con sé il rischio di destabilizzare l’intera economia nazionale, che fatica a diversificarsi ed espandersi in nuovi settori, meno facilmente influenzabili dai capricci dei mercati internazionali.

L’apertura ed il mantenimento di miniere e cave su larga scala è anche al centro di polemiche e proteste di natura ambientalista, che spesso corrono il rischio di incorrere in risposte violente. Emblematico è il caso di Javiera Rojas, attivista per l’ambiente nota nel Nord del Cile.  

Avendo già ottenuto notevoli successi in passato – quali ad esempio la cancellazione della costruzione della diga Tranca, ritenuta da molti ambientalisti potenzialmente troppo dannosa per il fragile ecosistema locale – ed essendosi impegnata di recente nel fermare il progetto Prime Thermoelectric, il primo Dicembre 2021 Javiera Rojas viene trovata assassinata nella regione di Antofagasta, in circostanza ancora poco chiare. 

Il suo caso, purtroppo, non è da considerarsi una tragica eccezione: molte figure di spicco del movimento per l’ambiente, specie se connessi ai popoli indigeni come i Mapuche, Aymara o i Quechua (solo per citare i più numerosi e conosciuti) sono state oggetto di minacce e talvolta di violente aggressioni

Il malcontento dovuto a questa molteplicità di situazioni e problematiche ha dunque trovato sfogo nelle proteste del 2019, alle quali il Presidente uscente Piñera non ha saputo offrire una risposta convincente. Rappresentante della “vecchia politica” Cilena e facente parte di una coalizione di centro-destra, per molti versi si è dimostrato più conciliatore e meno intransigente di molti altri esponenti della sua coalizione – emblematico il suo insperato supporto ad una proposta di legge volta a legalizzare i matrimoni tra omosessuali. 

Tuttavia, il suo capitale politico è stato sperperato in larga parte a causa di accuse di corruzione, l’onnipresente fil rouge che unisce molti politici e partiti storici attraverso il Sudamerica. In particolare, sono state le cosiddette Pandora Papers a dimostrare il suo coinvolgimento in una serie di transazioni sospette per la vendita di alcuni gruppi minerari, portando quindi molti cileni a domandare a gran voce un netto cambio di direzione.

La conseguenza è stata una campagna elettorale estremamente polarizzata e dominata da due homini novi, conclusasi il 19 Dicembre con il ballottaggio per la presidenza. A risultare vincitore è stato il giovane leader di sinistra Gabriel Boric, che ha raccolto il 56% dei consensi a fronte del 44% ottenuto dal suo rivale, il conservatore Josè Antonio Kast, fondatore e guida del neonato Partito Repubblicano. 

Il trentacinquenne Boric, la cuspide di una ampia coalizione di sinistra che comprende sia moderati centristi sia il Partito Comunista, si è distinto per la prima volta a livello nazionale nell’inverno 2011-2012, in quanto esponente di spicco della protesta studentesca che coinvolse tutte le maggiori Università del paese.

A detta di molti, il suo grande merito consiste nel riuscire nel difficile compito di promettere di cambiare il sistema ereditato dalla dittatura di Pinochet senza però rifarsi esplicitamente ed omaggiare la “sinistra” radicale di Maduro o dei fratelli Castro

Alcuni dei punti fondamentali della sua campagna – e futura presidenza – riflettono i già citati problemi strutturali dell’economia e della società Cilena: Boric ha infatti recentemente espresso la volontà di creare una impresa statale per l’estrazione del litio, e ha definito la privatizzazione del settore minerario un grave errore. 

Ha inoltre reiterato il suo supporto all’Accordo di Escazù, un patto multilaterale tra vari paesi dell’America Latina e dei Caraibi che si propone di difendere e fornire migliore protezione agli attivisti, soprattutto ambientalisti. 

Antonio Kast, invece, ha posto al centro della sua campagna presidenziale il problema dell’immigrazione ed il rispetto della legge. Inoltre, il suo Partito Repubblicano (comunque una forza rilevante) intende distinguersi dal tradizionale blocco di destra per il suo focus intransigente sulla corruzione, promettendo grande trasparenza ed una cesura netta rispetto al passato. 

A fronte delle accuse che gli sono state mosse di essere un nostalgico dell’era del Generale Pinochet, Kast ha sempre replicato che si trattasse di un tentativo di screditarlo messo in atto dall’opposizione senza alcun fondamento – ha infatti affermato che non vi è mai stata alcuna intenzione di mettere in discussione l’ordinamento democratico da parte sua o del suo entourage

L’attuale ordinamento sarà tuttavia in ogni caso oggetto di revisione. A fronte delle proteste del 2019 è stato infatti indetto un referendum che ha portato all’elezione di una Assemblea Costituente, insediatasi l’anno passato e volta a creare una nuova costituzione per rimpiazzare quella lasciata dal generale Pinochet negli ultimi giorni della sua dittatura.

Questa Costituzione “di transizione”, infatti, pur rappresentando per molti versi un enorme passo in avanti sulla strada verso la creazione di una democrazia davvero inclusiva e concreta; essa incorpora una serie di elementi volti a minimizzare la possibilità di cambiamenti radicali, mantenendo uno status quo favorevole e gruppi di natura conservatrice e nazionalista – il processo di re-democratizzazione non si presenta insomma davvero completo.

La nuova Costituzione si propone di far fronte a, e risolvere molte di queste questioni. Le modalità precise rimangono tuttavia ancora non chiare, e il nuovo presidente potrebbe trovarsi a governare sotto nuove e imprevedibili condizioni. 

In conclusione, l’attuale situazione potrebbe rappresentare un momento estremamente critico, un potenziale punto di svolta per il Cile e in qualche misura per la regione intera. Il prossimo governo ed il presidente eletto Boric dovranno agire con decisione, adottando soluzioni concrete per risanare alcune delle ferite lasciate aperte dalle proteste degli anni passati; e dovrà soprattutto gestire con estrema delicatezza il passaggio ad un nuovo ordinamento nel totale rispetto della legge. 

Questa transizione sarà osservata con attenzione dai cittadini cileni in primis, ma anche da tutti gli attori che si muovono nel contesto dell’America Latina – una possibile erosione delle norme democratiche potrebbe rappresentare un segnale pericoloso per le democrazie più fragili del continente, mentre un rafforzamento delle stesse potrebbe fungere da faro, indicando la direzione ottimale e rendendo nuovamente il Cile un modello ed un esempio.

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