ADF-FERENZA DI DAESH: LA WAR ON TERROR DELL’UGANDA E DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Fonte Immagine: Kenny Katombe for Reuters Africa (2019)

Il partenariato di stampo militare congo-ugandese del 2021, non privo di anomalie sul piano strategico e tattico, ha posto una serie di questioni rispetto alla minaccia terroristica in Africa Centrale: chi e cosa agisce al servizio della “politica del terrore”? Si tratta di violenza politica tout court? Questi attori sono dotati di una “grande strategia”?

Giovedì 9 dicembre 2021 il Ministro della Difesa della Repubblica Democratica del Congo (ora RDC) Gilbert Kabanda ha firmato un accordo di partnership militare con il suo omologo ugandese Adolf Mwesige allo scopo di formare una joint force anti-terrorismo all’indomani degli attacchi di Kampala del 16 novembre 2021.

Di fatto, lo scopo dell’accordo è di “armonizzare e organizzare sulla base di principi comuni le operazioni anti-terrorismo congiunte”. Se da un lato, in termini concettuali, la collaborazione appare necessaria a causa della strutturazione più o meno consolidata delle relazioni tra gruppi armati nella regione e della potenziale capacità distruttiva di alcuni di essi, come il gruppo islamista dell’Allied Democratic Forces (ora ADF), in termini pratici le modalità a) di raccolta, elaborazione e comunicazione delle informazioni; b) di intervento mirato e senza ripercussioni sulla popolazione civile; e c) di organizzazione in termini di command and control generano non pochi dubbi sul binomio efficacia−effettività nel lungo termine.

Nondimeno, la necessità di un intervento regionale per debellare la minaccia è giocoforza proporzionale all’appello da parte della comunità internazionale di “vigilare sulle crescenti convergenze in termini di interessi tra il sedicente gruppo terroristico Stato Islamico/Daesh (ora IS) e gruppi armati in Africa Centrale [come ADF]”. Ciononostante, questo overlapping di interessi e di direttrici strategiche è ancora al centro di un dibattito tra accademici e attori istituzionali.

Nonostante la perdita secca di territorio in Iraq e in Siria, IS non ha però perso consenso da parte di alcuni gruppi armati in Africa, come nel caso di Al−Shabaab in Somalia, Ansar al−Sunna (a sua volta affiliato ad Al−Shabaab) in Mozambico e ISWAP in Africa occidentale.

Il caso di ADF è quello più controverso. Considerato una diramazione del movimento di ispirazione salafita Tabliq in Uganda, nasce nel 1995 e ha il suo quartier generale nella RDC, dove è oramai radicato nelle dinamiche e nei conflitti socio−politici locali. Tuttavia, i suoi obiettivi includono ancora il rovesciamento del regime del presidente ugandese Yoweri Museveni e la maggior parte della sua nota dirigenza senior è ugandese.

L’ADF ha assunto molti volti, dal salafita−jihadista al laico−nazionalista, dall’etno−nazionalista e al secessionista, ognuno rivolto a un pubblico diverso e impiegato per scopi diversi. Sebbene si sappia poco rispetto alla sua organizzazione interna data la sua natura fondamentalmente ibrida−soprattutto in termini di ‘tecnologie della ribellione’, ossia le modalità con cui il gruppo esterna le proprie rimostranze, una delle principali sfide nello sviluppo di una strategia coerente per sconfiggere l’ADF risiederebbe nella difficoltà di determinare quale di queste ‘identità plurali’ sia dominante in un dato momento.

In aggiunta a questa complessità, l’ADF ha di volta in volta servito da proxy nei conflitti nella regione dei Grandi Laghi. Con il beneplacito dell’allora presidente del Congo, Mobutu Sese Seko, l’ADF ha stretto alleanze con le comunità e i leader locali e ha investito pesantemente in vari settori economici, tra cui legname, agricoltura e estrazione dell’oro. Ma con la destituzione di Mobutu nel 1997, il gruppo si ritirò sulle montagne del Rwenzori tra RDC e Uganda.

“Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia”, direbbe Sun Tzu. Allora perché l’ADF−“il nemico”−è così preoccupante da essere stato posto di recente all’apice dell’agenda di sicurezza [interna, soprattutto] di due paesi? In primo luogo, la sua citata natura ignota ha reso molto più ardua l’operazionalizzazione e l’identificazione di un quid della Provincia dell’IS in Africa Centrale (ora IS-CAP).

Se nell’aprile 2019, come ha riportato il sito di intelligence SITE, l’IS ha rivendicato il suo primo attacco a Kamango, nella RDC, parlando di “Provincia dell’Africa Centrale”, ma, come sottolineano Warner et al., IS-CAP è composta da gruppi spesso in collusione tra loro in termini di agende da perseguire nel medio−lungo periodo. Non solo, ma, a differenza di IS, la religione islamica, per questi gruppi, non è mai un fine né un leitmotiv, ma un mezzo−spesso con l’obiettivo di ottenere endorsement da parti di altri gruppi−per raggiungere fini politici altri.

Nondimeno, nel caso di ADF, se l’attuale leader Seka Baluku ha dichiarato di “riorientare la ragion d’essere del gruppo” dal rovesciamento del governo ugandese all'”istituzione di uno Stato islamico”, è pur vero che il gruppo non ha mai mostrato in precedenza alcun interesse a conquistare territori e sottomettere le popolazioni civili−di cui solo una piccola minoranza è musulmana.

Di fatto, è rimasto perlopiù appartato nella boscaglia. Inoltre, recenti interviste con combattenti detenuti, rapporti interni dell’intelligence delle Nazioni Unite o resoconti di civili rapiti indicano che “non ci sono segni che le cose siano sostanzialmente cambiate”, nonostante la propaganda del gruppo−che ha come modello quella dell’IS (decapitazioni in video, sermoni contro i kuffar)−lasci intendere il contrario.

È però il 16 novembre 2021 quando IS ha rivendicato due attentati suicidi quasi simultanei a Kampala, in Uganda, che hanno preso di mira una stazione di polizia e una strada vicino al parlamento ugandese. Da quel momento, il contrattacco è stato pressoché immediato. Il 30 novembre l’Uganda ha lanciato raid aerei e fuoco di artiglieria contro l’ADF e il 3 dicembre ha inviato truppe oltre il confine, nel territorio della RDC, in un’operazione, detta Shujaa.

Il presidente della RDC Félix Tshisekedi ha sempre affermato che la presenza delle truppe ugandesi è temporanea, mentre le autorità ugandesi hanno affermato che “i progressi della missione saranno valutati entro due mesi”, probabilmente nel febbraio 2022. Malgrado ciò, i due paesi hanno fornito poche informazioni sull’esecuzione delle operazioni.

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