LE ISOLE DEL PACIFICO SONO SEMPRE PIÙ AL CENTRO DELLA COMPETIZIONE STRATEGICA TRA STATI UNITI E CINA

Fonte Immagine: https://asia.nikkei.com/Politics/International-relations/Pacific-snub-signals-US-break-from-China-engagement-policy

La competizione strategica tra gli Stati Uniti e la Cina per la supremazia globale si allarga sempre di più: dall’Europa all’Asia, dall’America Latina all’Africa e al Medio Oriente. L’ultima frontiera è rappresentata dalle isole del Pacifico, area da sempre rientrante nella sfera d’influenza degli Stati Uniti, soprattutto attraverso l’azione dei suoi alleati nella regione, l’Australia e la Nuova Zelanda. Tuttavia, la posizione della Cina nei confronti degli Stati insulari del Pacifico sta diventando sempre più assertiva. Ciò potrebbe portare più rischi di destabilizzazione che opportunità. Gli eventi recenti nelle Isole Salomone ne sono l’esempio più eclatante. 

La regione delle isole del Pacifico – una immensa distesa di acqua salata che si estende dall’Isola di Pasqua ad est, alle Hawaii a nord, alla Nuova Caledonia e Palau ad ovest e alle Isole Tonga a sud – è sempre stata al centro degli interessi delle potenze straniere fin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti e i loro alleati sfruttarono l’area come base per combattere la guerra contro il Giappone.

Nel dopoguerra, gli Stati Uniti scelsero l’atollo di Bikini, nelle Isole Marshall, per condurre test nucleari, provocando ingenti danni all’ecosistema, ancora oggi al centro di controversie tra i due Stati. Nonostante tutto, gli Stati Uniti hanno ricoperto per decenni il ruolo di potenza egemone nella regione delle isole del Pacifico, anche in considerazione della presenza delle isole Hawaii, uno dei 50 Stati federati, e di tre territori, le Isole Marianne settentrionali, l’isola di Guam e le Samoa Americane, abitate in modo permanente e strategiche dal punto di vista militare. 

Negli anni ’80, gli Stati Uniti hanno stipulato trattati di libera associazione (compacts of free association, COFA) con gli Stati Federati di Micronesia, le Isole Marshall e Palau. In base a tali trattati, gli USA si impegnano a provvedere difesa, assistenza finanziaria, accesso ai servizi sociali statunitensi, così come la possibilità di entrare nel paese senza visto per i residenti dei tre Stati insulari. In cambio, gli Stati Uniti controllano il loro spazio aereo e le loro acque territoriali. In ragione della natura dei trattati, talvolta gli Stati Federati di Micronesia, le Isole Marshall e Palau sono definiti come Stati liberamente associati, quasi come se fossero anch’essi dei territori USA. 

A partire dal 2013, anno in cui il Presidente Xi Jinping è entrato in carica, la Cina ha aumentato significativamente il proprio coinvolgimento nella regione delle isole del Pacifico. L’impegno cinese si è maggiormente basato sull’espansione dei legami economici con gli Stati della regione, ma recentemente esso ha assunto un peso crescente anche dal punto di vista diplomatico e militare.

Dal punto di vista economico, anche se l’Australia continua ad essere il principale partner economico e donatore delle isole del Pacifico, si è registrato negli ultimi anni un forte aumento degli aiuti da parte della Cina, la quale ha superato gli Stati Uniti, che invece hanno fatto registrare un apparente disinteressamento nei confronti della regione. Sembrerebbe proprio il vuoto lasciato dagli USA ad aver consentito alla Cina di accrescere sempre di più la propria presenza.

Gli aiuti economici di quest’ultima sono stati erogati principalmente sottoforma di prestiti, motivo per il quale gli Stati Uniti l’hanno ripetutamente accusata di voler stritolare le isole del Pacifico nella cosiddetta “trappola del debito”, accusa smentita dalla Cina. Allo stesso tempo, gli USA hanno affermato di voler nuovamente occupare un ruolo economico di primo piano nel Pacifico. In questo spirito, lo scorso 13 dicembre gli Stati Uniti hanno annunciato il finanziamento, insieme al Giappone e all’Australia, di un cavo sottomarino per un miglior accesso ad internet di tre Stati insulari: Nauru, le isole Kiribati e gli Stati Federati di Micronesia. 

Dal punto di vista militare, gli Stati Uniti continuano ad essere egemoni in ragione della presenza delle loro basi militari sull’isola di Guam e alle Hawaii ma soprattutto dei futuri progetti per l’apertura di basi militari statunitensi negli Stati Federati di Micronesia e a Palau.

Dei colloqui di alto livello sono stati avviati quest’anno nell’ambito di un più ampio piano diplomatico teso al prossimo rinnovamento dei COFA, che rappresenterà una vera e propria sfida per gli Stati Uniti – quelli con la Micronesia e le Isole Marshall sono in scadenza nel 2023, quello con Palau nel 2024 – in un momento in cui la pressione della Cina si fa sempre più forte. Proprio quest’ultima ha più volte dimostrato l’intenzione di voler anch’essa aprire una base militare nelle isole del Pacifico.  

Nel 2018, circolarono delle indiscrezioni circa l’apertura di una base militare cinese a Vanuatu. Tuttavia, la questione fu smentita sia dalla Cina che da Vanuatu. Il diffondersi di tali indiscrezioni suscitò grande allarme, soprattutto in Australia, la quale considerava un’eventualità del genere un grave rischio per la stabilità dell’intera regione. Le preoccupazioni dell’Australia, giustificate dal serio timore che la Cina potesse soppiantarla come primo partner politico, economico e militare della regione, giungevano in un momento in cui le sue relazioni con quest’ultima erano ancora positive; si può quindi comprendere come oggi l’Australia consideri il gigante asiatico una minaccia ancora più grave e urgente, in un contesto di generale deterioramento delle relazioni tra Canberra e Pechino. 

Dal punto di vista diplomatico, la competizione tra gli Stati Uniti e la Cina si intreccia inevitabilmente con la questione dello status di Taiwan. È necessario ricordare che l’isola di Taiwan, pur essendo una democrazia dotata di auto-governo, è formalmente reclamata dalla Cina come appartenente ad essa.

Nonostante Taiwan sia oggi riconosciuta soltanto da 14 Stati nel mondo, di recente gli USA hanno mostrato la volontà di rinsaldare le relazioni con lo Stato insulare, pur continuando a riconoscere ufficialmente soltanto la Cina. La regione delle isole del Pacifico storicamente è stata una delle più vicine diplomaticamente a Taiwan. Tuttavia, questa tendenza sembra essersi invertita negli ultimi anni.

Infatti, attualmente soltanto 4 dei 14 Stati indipendenti della regione intrattengono ancora relazioni diplomatiche con Taiwan, cioè le Isole Marshall, Nauru, Palau e Tuvalu. Gli ultimi Stati insulari ad aver interrotto le relazioni diplomatiche con Taiwan in favore della Cina sono stati le Isole Salomone e le Kiribati nel 2019 (il 16 e il 20 settembre rispettivamente). Gli Stati Uniti vedono questo slittamento della regione verso la Cina con profonda preoccupazione. 

Proprio nelle Isole Salomone, la decisione di riconoscere la Cina e interrompere le relazioni diplomatiche con Taiwan ha provocato una forte crisi politica tra il Governo centrale guidato dal Primo ministro Manasseh Sogavare e la provincia di Malaita, la più popolosa del paese e da sempre a favore di Taiwan.

Lo scorso 24 novembre, le tensioni sono sfociate in una violenta protesta nella capitale Honiara da parte di un migliaio di manifestanti, i quali hanno assaltato il Parlamento, tentato di assaltare la residenza del Primo ministro e dato fuoco a numerosi edifici nella Chinatown e ad un commissariato di polizia. Il bilancio delle proteste è stato di tre morti e decine di arrestati.

Nonostante le tensioni fossero in crescita da molto tempo, la violenza e la repentinità della protesta hanno colto tutti di sorpresa. Sogavare si è visto costretto a dichiarare un lockdown di 36 ore e a richiedere l’aiuto dei paesi vicini, prima fra tutti l’Australia, che ha inviato forze di polizia antisommossa per placare le proteste, seguita dalla Nuova Zelanda, dalle Figi e dalla Papua Nuova Guinea, che hanno a loro volta inviato forze a sostegno della polizia locale.

Il Primo ministro ha anche accusato Taiwan di aver interferito negli affari interni del paese, supportando le proteste, ma il governo di Taipei ha prontamente smentito qualsiasi coinvolgimento. La fine delle proteste non ha significato il ritorno della calma, poiché la maggioranza della popolazione non accetta ancora la decisione di riconoscere la Cina.  

Quanto accaduto nelle Isole Salomone ha fatto scattare un profondo allarme in tutta la regione, poiché si teme che episodi del genere possano verificarsi anche in altri Stati, soprattutto in quelli nei quali, al pari delle Isole Salomone, la decisione di riconoscere la Cina a discapito di Taiwan è stata accolta con grande malcontento popolare, come le Kiribati.

L’ex Presidente delle Kiribati Anote Tong ha, infatti, dichiarato che gli eventi delle Isole Salomone potrebbero facilmente ripetersi anche nel suo paese, dove si sono già registrate manifestazioni di insofferenza nei confronti della decisione del Governo di allacciare rapporti diplomatici con Pechino.

A tale riguardo, il Presidente degli Stati Federati di Micronesia, David Panuelo, ha affermato che il suo paese è riuscito finora a bilanciare le relazioni con gli Stati Uniti e la Cina, così da non rimanerne schiacciato. Egli si è anche augurato che le due potenze riescano a competere positivamente nella regione, sottolineando l’assoluta necessità che esse agiscano come forze costruttive e non distruttive. Tale sentimento sembra essere condiviso dagli Stati della regione nel loro complesso. Si auspica che gli Stati Uniti    e la Cina riescano a competere in modo tale da apportare più benefici che instabilità. 

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