LA CRISI DEL CARBONE IN INDONESIA

Fonte Immagine: https://www.ohga.it/lindonesia-blocca-le-esportazioni-di-carbone-ma-e-un-segnale-che-la-domanda-globale-continua-a-crescere/

Il primo gennaio il principale fornitore di carbone termico, l’Indonesia, ha deciso una sospensione temporanea dell’esportazioni del combustile per far fronte a bassi livelli di stoccaggio nazionale, generando gravi preoccupazioni nei Paesi vicini.

Il principale Paese fornitore di carbone termico al mondo, l’Indonesia, ha dal primo gennaio di quest’anno deciso di sospendere le esportazioni del combustibile generando gravi preoccupazioni nei Paesi dell’area.

La situazione indonesiana legata all’industria del carbone pare attualmente risentire della crisi energetica che sta attraversando svariate regioni del globo: secondo gli esperti la domanda di carbone termico (il più inquinante fra i combustibili fossili in circolazione) ha raggiunto livelli record proprio nel 2021 e tali cifre saranno destinate a salire nel corso del 2022. Questa richiesta repentina di carburante dovuta alla ripresa dei mercati, e accompagnata all’individuazione di diversi sbalzi nel mercato energetico dovuti agli stop-and-go delle economie nazionali, ha portato a una riduzione delle scorte energetiche dei principali produttori e a un conseguente aumento dei prezzi.

Ecco perché anche lo Stato di Giacarta ha deciso di “correre ai ripari”: il governo ha stabilito all’inizio del mese di dirottare il carburante verso i propri impianti a causa di livelli di stoccaggio ritenuti estremamente modesti. In particolar modo, il Paese di Joko Widodo teme il verificarsi di frequenti blackout che già in passato si erano resi responsabili di consistenti danni all’economia del Paese.

Tuttavia, la decisione del governo presenta anche delle motivazioni più prettamente politiche: secondo la legge indonesiana le compagnie estrattrici sono costrette a vendere il 25% dell’intera produzione alla società elettrica statale Perusahaan Listrik Negara (PLN) con un prezzo inferiore al prezzo di mercato, non superiore a 70 dollari per tonnellata. Secondo alcune stime solo l’1% di tale produzione risulta ad oggi consegnato, scatenando l’ira del presidente che avrebbe quindi deciso di sospendere temporaneamente le esportazioni.

Tali sospensioni sarebbero state dovute rivedere in data cinque gennaio, ma la sollevazione di alcune di esse ha tardato ad essere implementata a causa di un prolungamento del dialogo tra il governo e le compagnie estrattrici. Mentre Jokowi minacciava infatti le aziende di ritirare i permessi di estrazione a coloro che non avessero consegnato la loro quota statale, l’associazione minatori (conosciuta dall’inglese con la sigla ICMA) lamentava la decisione troppo repentina del governo avvenuta, peraltro, senza alcuna precedente consultazione con l’associazione. 

Al momento di stesura di questo articolo, il ban alle esportazioni è stato sollevato esclusivamente per permettere a 14 bastimenti di lasciare le coste indonesiane per andare a rifornire alcuni dei principali alleati e importatori in data dieci gennaio; e la situazione rimane instabile.

È probabile tuttavia che siano state, almeno temporaneamente, d’aiuto le pressioni internazionali, specialmente le richieste ufficiali di carburante da parte di Corea del Sud, Filippine e Giappone. Quest’ultimo in particolare, durante un incontro fra i rispettivi ministri del settore industriale e energetico, ha promesso di collaborare con Giacarta al fine di raggiungere i propri obbiettivi di decarbonizzazione tramite lo studio e il successivo utilizzo di fonti alternative, quali ad esempio l’idrogeno e l’ammoniaca.

L’Indonesia dovrebbe raggiungere la decarbonizzazione totale entro il 2060, ma a oggi il 60% della produzione energetica del Paese avviene ancora tramite l’utilizzo del carbone termico. Lo Stato indonesiano rappresenta quindi un ennesimo esempio di quanto sia sempre più necessario abbandonare i datati combustibili fossili: la conversione energetica si riconferma una delle principali sfide globali del nostro secolo.

Martina Usai

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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