NUOVO CAPITOLO PER L’AVIAZIONE MILITARE ARTICA: LA NORVEGIA CHIUDE LA BASE DI BODO

Fonte Immagine: The Barents Observer

Il 6 Gennaio 2022 si è svolta l’ultima operazione degli F-16 da combattimento della  Royal Norwegian Air Force decollati dalla base di Bodo. L’aeroporto da ora in poi non sarà più utilizzato per scopi militari, ma continuerà ad assolvere alle operazioni per il Search and Rescue e servire l’aviazione civile. 

Si apre un nuovo capitolo nella storia dell’aviazione militare norvegese e, più in generale, artica. La base di Bodo, che per circa 40 anni ha ospitato la flotta di F-16 da combattimento, è stata chiusa all’aviazione militare. La base sorge a circa 80 chilometri al di sopra del Circolo Polare Artico, una posizione estremamente strategica soprattutto per la vicinanza con il confine russo e le possibili minacce provenienti dalla penisola di Kola.

Una nuova flotta di F-35 farà base nella  Ørland Air Base, nella Norvegia meridionale, cosa che renderà la Norvegia il primo Paese europeo a dipendere totalmente da una flotta di F-35 di quinta generazione. Dei totali 52 F-35 ordinati, ne sono già stati consegnati 24 ed entro il 2025 la flotta sarà al completo.

Dalle parole del tenete colonnello Tron Strand si evince l’avanzamento tecnologico offerto dagli F-35 e dall’inquadramento di questa nuova flotta nel quadro Nato: “Integrating the modern fifth-generation F-35 fighter aircraft into the 24/7 mission of safeguarding the skies at home and abroad is a quantum boost. The F-35 has an onboard information system from a completely different generation and a situational overview of the airspace that is significantly superior to that of the F-16. Norwegian F-35s have already flown missions – in Norway and in Iceland – in a NATO context. They have proven their compatibility and integration with NATO Air Command and Control”

Tutto ciò infatti va contestualizzato nel quadro Nato in cui da sempre la Norvegia è un membro di riferimento per l’Europa Settentrionale. In questa ottica, tra Marzo ed Aprile la Norvegia ospiterà la più grande esercitazione militare sul suo territorio dalla guerra fredda che vedrà la partecipazione di circa 40.000 soldati. 

Cold Response 2022, questo il nome dell’esercitazione, si svolgerà nell’area di Ofoten, a circa 600 chilometri dalla penisola di Kola e sarà un buon esercizio per testare la capacità di proteggere gli interessi Nato in artico o, come suggerisce Frank Bakke-Jensen, Ministro della difesa norvegese, una prova di “deterrence in action”.

La chiusura della base di Bodo, lungi dall’essere un allentamento della presa militare della Norvegia in primis, e della Nato in modo più ampio, va incontro alla necessità di modernizzare la flotta anche in chiave di cooperazione operativa tra i Paesi scandinavi.

Come sottolinea l’ex direttore esecutivo e pilota di F-16 della base di Bodo, anche la Finlandia muove verso la modernizzazione della flotta con gli F-35. Di pari passo la Danish Air Force pianifica l’acquisto degli F-35 che dovrebbero cominciare ad arrivare nel 2023. 

L’avanzamento tecnologico dell’aviazione militare in chiave cooperativa e di sostegno e protezione degli interessi Nato in Artico indica, come inoltre esplicitamente suggerito dal ministro della difesa norvegese, che la deterrenza rimane il principale strumento di equilibrio militare in artico, soprattutto in un periodo in cui l’escalation militare lungo i fronti russi scandisce la politica internazionale.  

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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