TERRITORI CONTESI DEL CAUCASO: REPUBBLICA DI ABKHAZIA ED IL SUO RUOLO GEOPOLITICO

Georgian side of the Enguri bridge roadblock. The river that flows under it defines the de facto border between the Abkhazian territory and Georgia. Author: Denis Cagnoli. Fonte Immagine: Jelger Groeneveld.

Ad un anno di distanza dagli scontri del Karabakh, sorge attuale quanto mai la domanda sul destino degli altri frozen conflict che caratterizzano lo scacchiere geopolitico del Caucaso. L’intricata rete di alleanze venutesi a creare negli ultimi trent’anni sulle ceneri dell’URSS evidenzia l’eccezionale importanza strategica di questa macroarea di transizione tra Europa e Medio Oriente. In questo quadro, il “dimenticato” conflitto abkhazo-georgiano rappresenta non solo un fondamentale caso di studio per comprendere le dinamiche in atto nella regione, ma anche una delle concause che hanno portato allo scoppio della seconda guerra dell’Ossezia del Sud nel 2008 e quindi alla rottura delle relazioni tra i principali attori interessati alle vicende del transcaucaso, alla quale assistiamo ancora nei nostri giorni.

Formalmente Repubblica di Abkhazia, oggi il territorio ospita circa 250.000 abitanti, concentrati principalmente nell’area costiera e dell’autoproclamata capitale Sukhumi, secondo una distribuzione demografica che vede una determinante presenza di Abkhazi ed Armeni nell’area centro-settentrionale e di Georgiani nell’area meridionale, in corrispondenza della pianura e dell’estuario dell’Enguri.

Analogamente ad altri conflitti emersi con il crollo dell’URSS, il casus belli è da individuare nelle tensioni etniche e nelle rivendicazioni di indipendenza emerse a cavallo tra anni ’80 e ‘90. Territorio dall’indiscussa importanza strategica e storico crocevia commerciale (si pensi alle intense attività mercantili intercorse tra la Repubblica Marinara di Genova e Sukhumi), sebbene de factoindipendente, gode di un limitatissimo riconoscimento e quindi si trova in una situazione di stringente isolamento internazionale. In questi termini, l’odierno partenariato abkhazo-russo è reciprocamente utile le parti per le seguenti ragioni:

Anzitutto, consente alla Repubblica di Abkhazia di accedere a fondi, capitali di investimento e moneta russa tramite la stipula di accordi commerciali e l’esportazione dei propri prodotti (quasi esclusivamente agricoli). La valuta de iure circolante nel territorio, l’apsar, è infatti ancorata secondo un regime di cambio fisso al rublo russo e non vede utilizzo reale da parte della popolazione. La possibilità di accedere facilmente a queste forme di liquidità consente alla autoproclamata repubblica di eludere, seppur parzialmente, una condizione di isolamento altrimenti molto più onerosa, in termini anzitutto economici.

In secondo luogo, a seguito dell’accordo siglato nel 2009 tra i presidenti Medvedev e Bagapsh (successivamente rinforzato nel 2014), venne istituita nel territorio una base militare fissa, assieme ad altre numerose postazioni ed avamposti, sodalizio che consentì a Mosca di cristallizzare la propria posizione strategico-militare nel territorio a fronte della possibilità di ingresso della Georgia della NATO, procedura tutt’ora in fieri, enunciata durante il summit NATO a Bucarest del 2008 e poi formalizzata a titolo di partnership a revisione annuale nel dicembre dello stesso anno.

Il piano di adesione, approvato dal Parlamento georgiano, venne sottoposto a referendum e confermato nello stesso anno. Sebbene non integrata formalmente nel programma MAP, la Georgia ha recentemente ottenuto il placet del Segretario Generale Stoltenberg e ad oggi sembra aver superato il blocco di veto inizialmente ostile al partenariato, aprendo così definitivamente la strada al suo ingresso nell’Alleanza. La caratteristica di “controllo effettivo” (condicio sine qua non per definire l’ambito di giurisdizione di un determinato Stato) da parte della Federazione Russa nei territori separatisti al termine delle ostilità è stata inoltre evidenziata in una recentissima sentenza della CEDU.

In questi termini, la “questione abkhaza” rappresenta a tutti gli effetti la chiave di volta nelle vicende georgiane: basti pensare che uno dei primi effetti del conflitto fu l’istituzione della UNOMIG, missione creata in seno alle NU nel 1993 con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza N°858, poi prorogata con soluzione di continuità fino alla sua ultima reiterazione nel 2008, in seguito al conflitto in Ossezia del Sud ed al veto russo che ne impedì la continuazione.

Fu proprio la presenza delle forze di peacekeeping con mandato internazionale (in prevalenza provenienti da Russia e CSI) nel territorio georgiano a costituire un primo nucleo di presenza militare extraterritoriale nella regione all’alba della crisi Osseta.

Per quanto concerne i rapporti tra Russia, Georgia e Repubbliche separatiste, è importante evidenziare come vi sia stato un decisivo cambio di tendenza nel corso degli anni: la durata della UNOMIG ha visto il susseguirsi dei due governi Eltsin e del primo governo Putin, mentre dal lato georgiano sulle ceneri della precedente presidenza si è insediato Saakashvili, forte oppositore della politica estera russa e sostenitore della piena unità territoriale georgiana.

Se quindi nel settembre 1992, all’alba del conflitto abkhazo, la Russia ha svolto un ruolo di cauto mediatore nel conflitto (si ricordi il tentativo di cessate il fuoco con l’accordo di Mosca del 1992) pur mantenendo attivo il proprio interesse e la propria presenza nelle regioni separatiste, complici anche le preoccupazioni nella Repubblica Cecena, nel 2008 lo status quo si presenta totalmente ribaltato, con un deciso intervento a favore della autoproclamata Repubblica Abkhaza non solo tramite il riconoscimento ed il supporto diplomatico, ma anche per mezzo del summenzionato accordo militare. La nuova “linea dura” portò alla inevitabile conseguenza della rottura dei rapporti diplomatici con la Georgia.

Sulla questione del riconoscimento internazionale dell’autoproclamata Repubblica Abkhaza è importante esprimere alcune considerazioni. Sebbene la dichiarazione di indipendenza fosse stata resa nel luglio del 1992, il formale riconoscimento da parte della Russia arriverà solo nell’agosto 2008 (in combinato con il riconoscimento per l’Ossezia del Sud).

Fattore chiave giocò la questione kosovara: l’indipendenza dichiarata nel febbraio dello stesso anno a danno dell’alleato serbo portò all’“effetto Kosovo”, ovvero al riconoscimento ex aequo delle due Repubbliche autonome, con riferimento e critica diretta ai double standards in gioco secondo Mosca.

L’utilizzo dell’Abkhazia come strumento di negoziazione diplomatica si è dimostrato tutt’altro che cessato nel tempo: nel 2018, a titolo di ricompensa per il sodalizio tra Putin ed Assad, Abkhazia ed Ossezia del Sud ricevono ufficiale riconoscimento da parte della Repubblica Araba di Siria, con la conseguente (e prevedibile) rottura dei rapporti diplomatici tra i due paesi.

Dal punto di vista strategico, nell’assetto geopolitico attuale l’Abkhazia (e per estensione, la Georgia) gioca un ruolo fondamentale per la contesa del Mar Nero ed il Mare d’Azov, secondo solo a quello dell’Ucraina. L’ingresso dei due paesi nell’Alleanza Atlantica, progetto abbozzato nel già menzionato summit del 2008 e centro dei recentissimi (ed accesissimi) dibattiti, porterebbe ad un decisivo monopolio alleato sulle acque eusine a danno della Federazione Russa.

In questi termini, il mantenimento dello status quo in Abkhazia consente a Mosca di evitare di concedere centinaia di chilometri di litorale, pericolosamente vicini al mare d’Azov ed alla città di Krasnodar, ad un paese fermamente deciso a aderire all’alleanza atlantica ed indubbiamente ostile al ruolo assunto da Mosca nella fascia transcaucasica. Il ruolo dell’Abkhazia nello scacchiere geopolitico è quindi indissolubilmente legato a doppio filo alle due distinte macroaree del Caucaso e del Mar Nero. 

Se è indubbio che al giorno d’oggi il mantenimento dello status quo favorisca la politica di Mosca, altrettanto non può essere affermato nel caso di un mutamento delle circostanze. Il definitivo ingresso della Georgia nell’orbita atlantica non solo causerebbe ulteriori tensioni tra i due paesi, ma creerebbe una peculiare situazione di convivenza de facto tra truppe NATO e truppe russe nel medesimo territorio, minacciando gli interessi strategici di Mosca nel Caucaso con gli strumenti di intervento previsti dal trattato atlantico.

Nonostante ciò, la presenza nel territorio georgiano di ben due dispute territoriali pone dei grandi interrogativi sulla concreta fattibilità di tale progetto (si ricordi lo Study on NATO Enlargement del 1995 che definisce la risoluzione delle dispute territoriali ed etniche come verbatim “fattore determinante” da considerare nel processo di allargamento dell’alleanza).

D’altra parte, la forte spinta al processo di integrazione dell’Ucraina nell’orbita atlantica alla quale assistiamo oggi fa presagire la possibilità che tale indicazione possa essere derogata in virtù di interessi strategici ritenuti più meritevoli.

Di conseguenza, nel futuro prossimo si ipotizza un apprezzamento della attenzione internazionale sulla situazione in Georgia ed Abkhazia, sia che il sodalizio tra NATO ed Ucraina si concretizzi, sia che esso fallisca. In entrambe le ipotesi, la Georgia non rappresenterebbe altro che l’ultimo frammento di unità territoriale da integrare nell’alleanza per chiudere a tenaglia il Mar Nero, obiettivo geopolitico peraltro già esplicitamente delineato a Bucarest più di dieci anni fa.  

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