LO STATO DI SALUTE SOCIALE DEGLI STATI UNITI NEL PRIMO ANNIVERSARIO DELL’ASSALTO AL CAMPIDOGLIO

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Ad un anno dall’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, l’habitat sociale americano continua ad essere polarizzato, il clima rimane teso. La persistenza del trumpismo e del cospirazionismo e la crescita dell’estremismo tra i militari. La bufera interna peggiorerà prima di migliorare

Per gli Usa l’anno appena concluso era iniziato con il drammatico assalto al Campidoglio da parte di una inferocita folla di sostenitori trumpiani intenzionati ad interrompere il processo di certificazione elettorale della vittoria di Joe Biden alle presidenziali del novembre 2020. Lo shock causato dall’inedita violazione del Congresso da parte di una folla di cittadini americani ha scatenato la reazione della istituzioni e delle élite hi-tech della superpotenza.

In occasione della cerimonia commemorativa del centenario del massacro di Tulsa (31 maggio 1921) – le rivolte, gli incendi e i saccheggi che devastarono la città, gli edifici e le vite (circa 300 morti) degli abitanti neri del quartiere Black Wall Street – Joe Biden ha definito il suprematismo bianco la “minaccia più letale per la patria oggi, non l’Isis, non al Qaeda, i suprematisti bianchi”.

Il direttore dell’Fbi Cristopher Wray ha dichiarato che il fenomeno “sta metastatizzando in tutto il paese da molto tempo ormai e non se ne andrà presto”. L’Intelligence Community ha elevato i gruppi estremisti del suprematismo bianco, dei neonazisti e delle milizie antigovernative armate materialmente ed ideologicamente dalle teorie del complotto a minaccia più urgente per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America.

La Camera dei rappresentanti ha istituito un comitato bipartisan per indagare sull’attacco del 6 gennaio e ha emesso decine di citazioni in giudizio. Più di 725 persone provenienti da 44 Stati dell’Unione e di cui almeno una sessantina membri di milizie armate come gli Oath Keepers, i Proud Boys e i Three Percenters, compresi alcuni informatoridell’Fbi, sono state accusate dal DoJ di numerosi reati connessi all’assalto al Campidoglio. 

FacebookTwitterYouTubee altre piattaforme di social media mainstream hanno agito con più forza nel rimuovere pagine e contenuti dei movimenti delle milizie e di gruppi cospirazionisti come QAnon, definito dall’Fbi minaccia terroristica interna, in conseguenza del manifestarsi di effetti violenti e criminali nella vita reale, come rapimenti e sparatorie in nome dei deliri apocalittici di Q.

Nel giugno 2021 l’amministrazione Biden ha rilasciato la prima Strategia di Sicurezza Nazionale contro il Terrorismo Interno, destinando all’uopo 100 milioni di dollari al Dipartimento di Giustizia (DoJ). Si tratta del primo documento strategico in assoluto contro il terrorismo interno, testimonianza della storica sottovalutazione di un fenomeno diffuso da oltre un secolo e mezzo, oscurato, negli ultimi vent’anni, dalla guerra al fondamentalismo jihadista – secondo l’Fbi l’80% degli agenti del Bureau impegnati nell’antiterrorismo si occupano di terrorismo internazionale e non domestico.

La ragione principale dell’allarme dell’establishment e della sua parallela sottovalutazione del fenomeno è (geo)politica. A differenza del jihadismo islamista che non ha mai avuto presa nella pancia d’America (i più eclatanti attentati compiuti negli Usa da simpatizzanti dello Stato Islamico sono stati commessi nel 2015 nella sparatoria di massa a San Bernardino in California e nel 2016 con il massacro di in un nightclub di Orlando, in Florida, che ha provocato 49 morti) l’ideologia suprematista gode di consenso in frange della popolazione americana che appartengono al canone culturale dominante della nazione, quello bianco e germanico. Si tratta inoltre di movimenti che pescano sentimenti connessi alla stessa cultura nazionale (si pensi all’atavica opposizione al Big Government) e ciò rende più difficile attività d’intelligence come il reclutamento di informatori.

Per la stessa ragione, le amministrazioni americane, di qualsiasi colore politico, sono sempre state restie a classificare come terroristici i gruppi più violenti del suprematismo bianco. Tranne quelli altrui, come dimostra la designazione, operata nel 2020 dal presunto russofilo Trump, del Movimento imperiale russo come organizzazione terroristica, il primo della galassia suprematista bianca ad essere classificato come tale.

Fonte: Acled

La persistenza della tempesta interna

Ad un anno dal terribile attacco al cuore della democrazia americana, negli States si continua a respirare un humus da guerra civile che si riflette nei risultati di alcuni sondaggi condotti nel 2021. Mentre la stragrande maggioranza (72%) degli americani considera gli eventi del 6 gennaio come una “rivolta” e il 56% come una “insurrezione”, un terzo circa li definisce come una “protesta legittima”, con una netta polarizzazione tra i democratici – che per il 68% definiscono insurrezionalisti, nazionalisti bianchi e rivoltosi i responsabili dell’assalto al Campidoglio – e repubblicani – che per l’80% ritengono il 6 gennaio una “protesta” da parte di “manifestanti” (62%) o di “patrioti” (26%).

Secondo un recente sondaggio del Prri, il 15% degli americani sondati (5.200) crede nelle teorie cospirazioniste di QAnon, un dato che, proiettato sulla popolazione americana complessiva ammonterebbe a circa 30 milioni di persone e che sale al 25% tra le comunità evangeliche bianche ed ispaniche, più esposte a teorie escatologiche perché più sensibili a certe letture escatologiche delle Sacre Scritture.

Il 46% degli americani valuta probabile o altamente probabile che il paese precipiti in un’altra guerra civile, mentre più di un terzo degli americani pensa sia giusto, in alcune circostanze, ricorrere alla violenza per salvare l’Unione. Circa un terzo degli americani e quasi tre quarti dei repubblicani credono ancora che Biden sia stato eletto in modo illegittimo. Se interrogati sul futuro dell’America, tra gli statunitensi emerge un profondo pessimismo.

Solo 4 americani su 10 sono ottimisti sul futuro del paese, mentre la maggioranza assoluta (53%) afferma che l’età dell’oro è finita, che il futuro sarà peggiore del passato. Più di 7 americani su 10 (71%) pensano che la nazione stia andando nella direzione sbagliata, con un picco del 93% tra i repubblicani ed un sorprendente 48% tra gli stessi democratici. 

Donald Trump medita vendetta in vista delle presidenziali 2024 e ha reagito alla damnatio memoriae ordita dagli apparati attraverso il suo deplatforming dai principali social media. Continua a tenere raduni politici, a diffondere le bugie sulle frodi elettorali ai suoi danni, ad attaccare le politiche dell’immigrazione di Biden. Per ergersi a guida del movimento conservatore ed egemonizzare l’agenda del Grand Old Party (Gop) sulle sue posizioni nativiste.

Il tycoon newyorkese continua a strizzare l’occhio ai seguaci di QAnon, a difendere le “persone fantastiche” che assaltarono il Campidoglio lo scorso 6 gennaio, presenti ai suoi comizi politici per denunciare il percepito scadimento demografico e sociale dei bianchi. “Se [l’America] perde il suo nucleo demografico bianco … allora questa non è più l’America”, è il refrain dei suprematisti.

Nel 2021 sono aumentate le manifestazioni armate pro-Trump e nel primo anniversario del 6 gennaio, in diverse parti d’America, funzionari del Gop hanno organizzato eventi, veglie e riunioni per commemorare i “patrioti” e minimizzare la gravità dell’assalto a Capitol Hill. 34 leggi che limitano i diritti di voto e sopprimono gli elettori politicamente avversi (gerrymandering) per favorire il proprio partito sono state emanate lo scorso anno da diverse legislature statali (in gran parte guidate da repubblicani).

Diversi gruppi conservatori come No Left Turn in Education, Parents Rights in Education e Moms for Liberty e i seguaci di QAnon, dei Proud Boys e di gruppi di milizie armate hanno spostato le loro attenzioni dal livello federale a quello locale, sponsorizzando propri candidati nei consigli scolastici, in quelli comunali e sanitari, per incidere sulla formazione dei curricula delle scuole secondarie, propagandare e diffondere dal basso le teorie no-vax e le loro tesi cospirazioniste. 

Fonte: Acled

Washington, we have a problem

Il profilo mediano degli insorti del 6 gennaio è particolarmente significativo e al contempo preoccupante per la salute geopolitica dell’egemone globale. L’età media degli insorti era di 41,8 anni. Non particolarmente bassa, eppure esemplificativa dell’attitudine violenta presente anche in una parte di popolazione più datata sul piano anagrafico.

Inoltre, solo il 7% era disoccupato e più della metà svolgeva lavori da colletto bianco o lavori autonomi. Sei rivoltosi su sette non erano affiliati ad alcuna milizia armata, anche se un terzo di loro possedeva armi. Il 15% era un veterano dell’esercito e più di 38 imputati incriminati per reati connessi al 6 gennaio avevano prestato servizio nelle forze armate.

La maggioranza dei rioters era maschio, anche se il 14% degli arrestati per gli eventi del 6 gennaio sono donne, il cui ruolo come “perpetrators, mitigators, and victims” tra le fila del suprematismo bianco e del terrorismo in generale viene spesso sottovalutato o trascurato negli Usa. La maggioranza degli insorti proveniva non da contee rurali ma principalmente da aree urbane dove la popolazione bianca è in declino, insidiata dalla crescita demografica delle minoranze. Gli Stati più rappresentati sono roccaforti del Midwest e del Sud: Florida, Pennsylvania, Texas, Ohio e North Carolina. 

Questi dati ci dicono che è stata una parte della classe media bianca, impoverita economicamente, che si considera minacciata nella propria identità dalla crescita demografica delle minoranze e che ritiene che “gli afroamericani o gli ispanici alla fine avranno più diritti dei bianchi”, ad essersi rivoltata contro Washington il 6 gennaio.

L’aspetto più preoccupante dell’assalto al Campidoglio è che ad essersi rivoltata non è stata una moltitudine di gruppuscoli estremisti ma un movimento di massa politicamente motivato, disposto a ricorrere alla violenza politica e parte della popolazione portatrice del canone culturale dominante della nazione. 

Di più. L’interconnessione tra politica, milizie armate e rappresentanti della pubblica sicurezza potrebbe alimentare una stagione di violenze civili, politicamente e razzialmente motivate, riaprendo antiche ferite – si pensi al terrorismo suprematista del Ku Klux Klan e agli assassini politici degli anni ’60, che nell’accompagnare i mutamenti demografici verso una maggiore diversificazione razziale del paese rischia di concentrare la superpotenza egemone sul proprio ombelico, con potenziali effetti destabilizzanti sul pianeta.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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