COS’È CAMBIATO TRA STATI UNITI E MEDIO ORIENTE NEL 2021

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Guardando all’anno passato è possibile affermare che il centro di gravità dell’amministrazione Biden era certamente rappresentato dalle questioni interne, con una forte attenzione alla pandemia e alla crisi economica nel Paese. Per quanto riguarda invece il fronte della politica estera, occorre invece fare riferimento alle tre C: Cina, Cambiamento climatico e COVID-19. Questi dossier, uniti agli sforzi di rafforzamento dei legami con gli alleati democratici in Europa e in Asia, hanno dominato l’agenda del presidente americano. 

Trump vs. Biden

Ciò nonostante, in un’interessante asimmetria geopolitica, è importante notare che la transizione di potere dall’amministrazione Trump all’amministrazione Biden è stato uno degli eventi più significativi dell’anno per il Medio Oriente e il Nord Africa in generale, dal momento che ha portato con sé cambiamenti che hanno avuto effetti a catena in tutta la regione. 

Tutto considerato, il nuovo Comandante in capo ha adottato un approccio più modesto rispetto al suo predecessore dando priorità alla diplomazia in termini di retorica e azioni, proponendo dunque un ritorno “alle origini” per evitare di fare promesse eccessive sul livello di impegno degli Stati Uniti nell’area del Medio Oriente e Nord Africa. Per ora, l’approccio in questione garantisce, almeno in parte, un processo decisionale più stabile e prevedibile rispetto al modello trumpiano.

L’amministrazione Trump, infatti, si era largamente concentrata sulla sconfitta militare dello Stato Islamico, sulla campagna di “massima pressione” contro l’Iran e sugli sforzi finalizzati a stringere accordi di normalizzazione tra Israele e gli stati arabi, tra cui Emirati Arabi Uniti (EAU), Bahrain, Marocco e Sudan. Contrariamente, la posizione dell’amministrazione Biden è stata quella di proteggersi dai profondi livelli di coinvolgimento che avevano sopraffatto i programmi delle ultime tre amministrazioni statunitensi. 

A tal fine, il leader della Casa Bianca ha nominato inviati in Yemen, Libia e nel Corno d’Africa, coinvolgendo nuovamente l’Iran in dei colloqui internazionali sul suo programma nucleare. Contro le migliori aspettative, tuttavia, il conflitto di maggio 2021 tra Israele e Hamas ha riportato l’amministrazione Biden nella questione israelo-palestinese più profondamente di quanto previsto. Inoltre, il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan ha innescato una crisi di fiducia tra i partner americani in Medio Oriente, portando ad un maggiore impegno con molti di loro, in particolare gli stati del Golfo, rispetto a quanto anticipato dall’amministrazione.

Le questioni interne all’area MENA

Come se non bastasse, è possibile fare riferimento ad una serie di dinamiche autonome interne alla regione mediorientale che hanno segnato il 2021. La pandemia da COVID-19 ha continuato a mietere migliaia di vittime, mettendo a dura prova le risorse della sanità pubblica, limitando la crescita economica, prosciugando le finanze pubbliche, aumentando i tassi di povertà, disoccupazione e disuguaglianza.

I tassi di vaccinazione e le modalità di risposta al COVID sono variati ampiamente da paese a paese. I migliori risultati sono stati registrati negli stati del Golfo, ricchi di risorse, mentre le condizioni già difficili nei paesi densamente popolati e poveri di risorse si sono aggravate, fino ad arrivare alla disperazione negli stati completamente o parzialmente falliti, come Yemen, Libia e Siria.

Nonostante queste sfide, ad oggi l’economia regionale risulta essere in ripresa: la crescita media del PIL nel 2021 è tornata a circa il 4% dopo una contrazione del 4% nel 2020. I prezzi del petrolio hanno continuato a salire nel 2021 dopo il crollo totale registrato all’inizio del 2020, aumentando costantemente nel corso del l’anno.

Ciò ha contribuito a migliorare la crescita delle economie produttrici di petrolio, aumentando dunque anche i flussi di investimenti verso alcuni paesi non ricchi di petrolio. Infine, anche se i prezzi dell’energia si sono rialzati, i principali produttori di energia, inclusa l’Arabia Saudita, hanno iniziato una transizione verso un mix energetico più pulito, nel tentativo di posizionarsi come leader nella produzione di gas naturale, di idrogeno verde e blu, come nella produzione di energia solare ed eolica.

Sul piano politico, le transizioni democratiche in Tunisia e Sudan – uniche eredi delle due ondate della Primavere arabe del 2011 e del 2019 – si sono fermate. Resta da vedere se tale arresto sia definitivo o solo temporaneo. Per quanto riguarda invece le guerre civili in corso nella regione, il conflitto in Libia ha mostrato i timidi segni di progresso, con negoziati in corso tra le parti, sostegno internazionale e piani per nuove elezioni.

La guerra in Yemen continua senza sosta, con gli Houthi che hanno rifiutato le offerte saudite e internazionali di negoziare e si sono concentrati invece sul tentativo di prendere la città di Marib, mentre i sauditi hanno fornito supporto aereo al governo e alle forze anti-Houthi locali per mantenere il controllo dell’area.

In Siria, il conflitto è rimasto congelato nel 2021, senza grandi operazioni militari, ma anche senza segni di progresso verso una soluzione. Nel frattempo, in Etiopia è scoppiata una nuova guerra civile tra le forze governative e i gruppi del Tigray, con potenziali effetti a catena per il Corno d’Africa e i paesi circostanti.

Una crisi di fiducia

A livello regionale, gli attori chiave hanno preso provvedimenti per allentare le tensioni e costruire, o ricostruire, i rapporti. Ma anche se i paesi della regione hanno cercato di affidarsi alla diplomazia per allentare le tensioni, il panorama della sicurezza diventa ogni giorno più complicato e frammentato, con un numero crescente di attori statali e non statali che dispiegano e utilizzano armi sempre più complesse, letali e imprevedibili.

La tendenza ad utilizzare droni armati, iniziata prima del 2021, è continuata e accelerata: il tentato omicidio del primo ministro iracheno da parte di gruppi di miliziani e gli attacchi alle basi militari statunitensi in Siria e Iraq sono stati solo due esempi di offensive condotte con droni armati nell’ultimo anno. Alla base delle complicate dinamiche che regolano la sicurezza regionale ci sono le minori barriere all’ingresso nella corsa agli armamenti, le quali non solo introducono nuove minacce ma aumentano il generale clima di incertezza.

Tutto considerato, come anticipato, l’evento geopolitico più significativo nella regione è stato il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan. Il clamoroso trionfo dei talebani gioca nettamente a favore nella narrativa jihadista, rinvigorendo le capacità di reclutamento e le ambizioni dei gruppi affini, come ISIS e al-Qaeda. Il ritiro statunitense ha scosso profondamente la fiducia dei partner americani in tutta la regione, i quali facevano affidamento sulla presenza e sul ruolo di Washington nell’elaborazione delle loro strategie di sicurezza nazionale.

Esiste un clima di angoscia diffusa, generato dall’incapacità di frenare l’Iran o i talebani. Il vuoto lasciato dalla Casa Bianca è dunque alla base del riavvicinamento tra Israele e diversi stati del Golfo – i quali condividono la comune paura dell’Iran – così come è alla base dei crescenti contatti tra gli stati del Medio Oriente e altre grandi potenze, come la Russia e la Cina. 

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