IL KAZAKISTAN PUÒ DESTABILIZZARE LA RUSSIA?

Rispetto ai disordini scoppiati da qualche giorno in Kazakistan, dovremmo interrogarci, inquadrando gli avvenimenti che stanno scuotendo l’Asia Centrale, se questi sono figli in una strategia di eventi pianificati o semplicemente eventi che si sono susseguiti senza alcuna regia esterna. Quindi, quanto sta accadendo in Kazakistan potrebbe essere imputato ad influenze terze? 

Prima di tutto non dimentichiamoci che la regione dell’Asia Centrale è caratterizzata da quei Paesi ex URSS, che dopo la disgregazione di quest’ultima, hanno esplicitamente abbracciato la fede islamica; sebbene questi non siano costituzionalmente stati confessionali de iure, di fatto vivono, seppure con sfumature differenti tra di loro, una condizione da Stati confessionali de facto.

Ciò su cui dovremmo interrogarci in primo luogo è molto semplice, è forse un caso che il focolaio dell’Asia Centrale si accende pochi mesi dopo che in Afghanistan sono tornati i talebani? In secondo luogo, è possibile il coinvolgimento di un attore esterno? Sicuramente, alla luce delle continue schermaglie che ormai di susseguono con Mosca dal 2014, chi trarrebbe il maggiore vantaggio da una simile situazione di disordine al confine con la Federazione Russa non può che essere Washington.

Questo perché sarebbe vantaggioso mettere fuori combattimento uno degli alleati della Russia nell’Asia centrale, magari concorrendo a stabilire un regime neutrale in Kazakistan; così come accaduto in in Armenia o in Moldova, si avrebbe l’avvicendamento di un potere più mite nei confronti del Cremlino. Se così accadesse, si avrebbe definitivamente la Federazione Russia chiusa in una morsa di “stati moderati”; del resto il ragionamento è molto semplice, basta prendere una cartina della Russia e analizzare i suoi stati confinanti.

Da nord a sud, le tre repubbliche baltiche sono ostili a Mosca insieme ad Ucraina e Georgia. L’unico Stato che al confine ovest rimane fedele al Cremlino è la Bielorussia (dove nel 2020 si sono avute proteste che chiedevano le dimissioni del presidente Lukashenko).  Il Kazakistan quindi rimane l’alleato più forte tra quelli della regione e perderlo costituirebbe per Mosca un enorme problema.

Facciamo un passo indietro 

Le proteste sono scoppiate i primi giorni del 2022 in Kazakistan; quando i cittadini, opponendosi al raddoppio dei prezzi del gas, hanno deciso di scendere in piazza a manifestare prima nelle città di Zhanaozen e Aktau nella regione di Mangistau (regione produttrice di petrolio nell’ovest del Paese) e poi ad Alma-Ata, la vecchia capitale.

il 4 e 5 gennaio si sono verificati scontri con le forze dell’ordine, la polizia ha utilizzato gas e granate assordanti per disperdere i manifestanti; come conseguenza della sommossa, in tutta la nazione, è stato bloccato l’accesso ad Internet e oscurati numerosi canali TV.

Così la mattina del 5 gennaio, Tokayev, presidente del Kazakistan dal 2019, ha licenziato il governo e guidato il Consiglio di sicurezza della repubblica, rimuovendo il primo capo di stato, Nursultan Nazarbayev, dal suo incarico. 

Nella notte del 6 gennaio, Tokayev ha tenuto la prima riunione del Consiglio di sicurezza sotto la sua guida, durante la quale ha definito la situazione in Kazakistan “un attentato all’integrità dello stato” e ha affermato di aver chiesto aiuto alla CSTO “in modo da  superare la minaccia terroristica“. Nella stessa notte, il Consiglio di sicurezza collettiva della CSTO ha deciso di inviare forze collettive di mantenimento della pace in Kazakistan in relazione all’appello di Tokayev. Nel frattempo però, sembrerebbe che l’ordine sia stato ristabilito e come notato dal Ministero degli affari interni, 3811 persone siano state già arrestate.

Potrebbe entrare in gioco la Russia sotto il mantello della CSTO?

La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha ricordato che le forze di mantenimento della pace dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO) sono state inviate in Kazakistan su richiesta delle autorità della repubblica e questa decisione è stata presa collettivamente.

Stiamo parlando delle forze collettive di mantenimento della pace della CSTO. La decisione è stata presa collettivamente in risposta alla richiesta delle legittime autorità del Kazakistan

Ma cosa è la CSTO?

All’indomani della disgregazione dell’URSS gli interrogativi erano molti, tra questi, che fine avrebbero fatto tutte le testate nucleari disseminate delle varie basi sovietiche situate nei vati paesi appartenentiall’URSS? Chi le avrebbe controllate? La Russia o i nuovi stati in cui le base erano costruite? E poi, chi avrebbe evitato che i neo stati non si sarebbero fatti guerra tra di loro nell’intento di perseguire politiche espansionistiche?

Nasce così l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva,  un’alleanza  creata il 15 maggio 1992 dalle nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) struttura sovranazionale con poteri più ridotti rispetto a quelli dell’URSS che in qualche modo hanno reso l’organizzazione una piccola erede,  fortemente voluta da Gorbaciov in quanto avrebbe garantito (seppure in maniera minima) ancora un legame reciproco tra alcune delle repubbliche sovietiche; infatti, in ottica CSI solo Russia aveva ottenuto lo status di “Stato successore” dell’URSS (in particolare all’interno dell’ONU).

Negli anni la CTSO però ha cambiato la sua natura divenendo di fatto un’alleanza opposta e contrapposta alla NATO, ereditando, anche in questo caso in maniera molto superficiale, i tratti di un’altra organizzazione sovietica, il Patto di Varsavia.

Tra gli aderenti alla CTSO dal 1992 vi sono: Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Hanno abbandonato la Georgia nel 1999 ma tra i Pesi candidati figura l’Iran e come membro osservatore vi è la Serbia. In questo contesto risulta facile intuire come la Russia, nonostante la presidenza dell’organizzazione sia a rotazione tra i vari membri, figuri come la nazione con maggiore peso ed influenza. 

Proprio per questo motivo la maggior parte delle forze di pace inviate dall’Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva (CSTO) sono costituite da soldati russi. “L’aviazione da trasporto militare prosegue con il dispiegamento della maggior parte del contingente russo delle forze di mantenimento della pace CSTO in Kazakistan dagli aeroporti nelle regioni di Mosca, Ivanov e Ulyanovsk. Le truppe aviotrasportate distaccate della Russia dal contingente di mantenimento della pace della CSTO sono attualmente in allerta in attesa di essere imbarcate negli aeroporti di Chkalovsk, Ivanovo-Severny e Ulyanovsk-Vostochny”, si legge in una nota del Ministero della Difesa russo.

Il ministero della Difesa russo ha anche affermato che le forze di pace della CSTO della Russia, che erano già state inviate in Kazakistan, hanno assunto le proprie funzioni prevedendo l’ulteriore dispiegamento del contingente di mantenimento della pace.

Ma perché dopo pochissimi giorni è subito intervenuta la CSTO?

Seppure le preoccupazioni di Mosca possano apparire ancora infondate (è troppo presto per parlare di azioni compiute dall’esterno), a pochi giorni dall’inizio delle proteste, si vuole evitare che si ripeta quanto accaduto in Ucraina nel 2014. Intervenire con immediatezza e repentinità, così come avvenuto con Lukashenko e la Bielorussia, al Cremlino rimane l’opzione migliore per evitare che proteste di piazza finiscano per instaurare governi filo occidentali. Rimane da interrogarsi se la strategia della repressione e del controllo rimarrà ancora una valida strategia di stabilità anche negli anni avvenire.

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