IL FUTURO DELL’ESERCITO IRACHENO TRA NUOVE E VECCHIE SFIDE

Baghdad 1990 - parata dell’esercito iracheno – Fonte Immagine: pastdaily

Il rinnovato attivismo dello smembrato Stato Islamico e le azioni dei proxy iraniani mettono oggi a dura prova le forze armate irachene che hanno celebrato il 6 gennaio il loro 101º anniversario.

L’esercito nazionale iracheno è stato istituito all’indomani della nascita dell’Iraq contemporaneo per volontà della corona britannica. Da strumento nelle mani delle élite coloniali per sedare le sommosse popolari e garantire lo status quo politico esso è diventata alla fine degli anni ‘50 il principale catalizzatore dei cambiamenti politici fino a prendere direttamente le redini del paese.

Sotto Saddam Hussein l’esercito iracheno era la forza armata più grande della regione ma, ciò nonostante, esso si caratterizzava per diverse debolezze tecnico-militari che hanno portato alla sconfitta dell’Iraq nelle due guerre del Golfo: l’aeronautica non aveva esperienza nel combattimento aria-aria e aria-terra; mancava coordinamento tra i vari reparti; la strategia del “populismo di guerra” portata avanti dal partito Baath aveva notevolmente abbassato gli standard di preparazione militare.

Le forze armate irachene sono state smantellate per volontà della Coalizione anglo-americana a seguito dell’invasione del paese avvenuta nel 2003: migliaia di iracheni sono stati privati delle loro fonti di guadagno con l’accusa di essere lealisti o nostalgici del regime di Saddam. Tale scelta ha avuto delle conseguenze devastanti in quanto quest’ultimi, licenziati ma non smilitarizzati, sono confluiti nei gruppi di insorgenza armata che tra 2003 e 2006 hanno destabilizzato la terra dei due fiumi. 

Nel 2007, alla luce dell’alto livello di violenza raggiunto nel paese, l’amministrazione americana ha ritenuto necessario adottare una nuova strategia di counter-insurgency promuovendo forme di ibridizzazione tra le forze regolari e le comunità locali al fine di colpire i gruppi armati legati ad Al-Qaeda e le milizie sciite. Nonostante i risultati positivi raggiunti in termini di de-escalation, dì lì in poi l’allora Primo Ministro Nuri al-Maliki, in carica dal 2006 al 2014, ha strumentalizzato sempre più le forze armate per preservare il potere delle élite politiche e dei clienti di Teheran.

Tra 2012 e 2014, di fronte all’avanzata dello Stato Islamico (ISIS/Daesh), Al-Maliki ha progressivamente istituzionalizzato i gruppi paramilitari che già da tempo operavano nel paese per sopperire alla debolezza delle forze armate governative. Questa situazione ha portato all’ assoggettamento del settore della sicurezza nelle mani di attori informali e non-statali ed alla nascita di centri di comando paralleli rispetto a Baghdad sotto la direzione di milizie e dei loro patron.

Tra queste, le forze più potenti in termini di capacità e risorse corrispondono alle forze filoiraniane appartenenti alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), coalizione nata nel 2014 con l’obiettivo di sconfiggere lo Stato Islamico. Tali proxy iraniani, tra cui Asa’ib Ahl al-Haq (AAH) e Kata’ib Hezbollah, i quali sono parte della strategia militare dell’Asse di Resistenza, si sono resi responsabili negli ultimi anni di attacchi alle postazioni statunitensi a Baghdad come nel resto del paese.

Dal 2003 le forze armate irachene hanno beneficiato dell’addestramento fornito dalle forze statunitensi, le quali si apprestano a ritirarsi dal paese alla fine del mese corrente. Tale disengagement, già iniziato sotto l’amministrazione Obama e proseguito sotto Trump, si è accelerato a seguito degli eventi che hanno seguitolo lo scorso anno l’uccisione di Qasim Suleimani e Abu Al-Muhandis, figure legate all’establishment politico-militare iraniano.

Ciò nonostante, nei mesi a venire alcuni elementi appartenenti alle truppe statunitensi continueranno a collaborare con le forze irachene in funzione di contrasto ai gruppi jihadisti. Di fatto, nonostante la sconfitta formale dello Stato Islamico nel 2017, negli ultimi due anni si è registrato un certo attivismo da parte di cellule legate all’ormai smembrata organizzazione.

Alla luce degli elementi messi in evidenza – la minaccia jihadista e le azioni dei proxy iraniani – è evidente che sfide complesse si interpongono tra le forze armate irachene e la stabilizzazione del paese. I fattori che spiegano tale situazione hanno le loro origini nel passato e sono destinati a strutturare il quadro interno iracheno negli anni a venire secondo le linee di fratture e di continuità della storia.

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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