SUDAN: PACIFICAZIONE IMPOSSIBILE?

Fonte Immagine: https://www.aljazeera.com/opinions/2021/12/20/why-the-burhan-hamdok-deal-will-not-stabilise-sudan

Le tensioni sociali scaturite dall’accordo tra governo civile e militari sono il segnale evidente dell’instabilità sudanese, in un contesto politico peggiorato dalle dimissioni di Hamdok. Aggiornamento del commento pubblicato in data 6 Novembre 2021 dalla stessa autrice.

Dal 19 dicembre 2021, terzo anniversario della caduta del regime di al-Bashir, la folla sudanese si riversa in piazza per protestare contro il patto siglato tra la giunta militare e il governo di transizione in seguito al colpo di stato di fine ottobre 2021. In questa occasione, l’arresto di Hamdok, il rappresentante del governo civile, per mano dei militari aveva portato a una forte reazione popolare e a una maggiore pressione internazionale sul Sudan poi culminate in un accordo, mai accettato dai sostenitori della democrazia. 

Il 2 gennaio 2022, dopo un periodo di stallo politico tra civili e militari, Hamdok si è dimesso dal suo ruolo di leader lasciando il Sudan nell’instabilità socio-politica ed economica.

Dal punto di vista politico, nel 2018 il Sudan è uscito da quasi trenta anni di dittatura militare sotto al-Bashir dopo delle grandi rivolte sociali appoggiate dai militari, un risvolto simile alle “primavere arabe” tunisina ed egiziana del 2011 in cui il ruolo dell’esercito è stato determinante.

È proprio la vulnerabilità degli organi civili nei confronti dell’apparato securitario che continua a pesare sulla storia sudanese dall’indipendenza a oggi ed è il motivo per cui i manifestanti attuali non intendono accettare nessun compromesso che possa minare la transizione verso le elezioni democratiche, previste per il 2023. Infatti, già nel 2019 è stata siglata la Dichiarazione Costituzionale tra i militari e il fronte popolare Forces for Freedom and Change (FFC), che aveva partecipato alle rivolte contro il regime di al-Bashir.

Questo accordo non solo ha rinforzato il ruolo dei militari nel governo e ne ha confermato l’immunità, ma non è riuscito a ridimensionare né l’influenza dell’esercito in politica né il suo ruolo come player negli equilibri regionali. Basta pensare all’Accordo di Pace di Juba, siglato nel 2020 tra il governo civile sudanese e le forze ribelli attive nelle zone meridionali, supervisionato da generali sudanesi appoggiati dagli Emirati Arabi Uniti. 

Da una prospettiva economica, gli effetti sulla popolazione sudanese sono evidenti nelle disuguaglianze sociali provocate dalle politiche di riduzione del welfare e peggiorate dalle sanzioni della comunità internazionale. L’incapacità del governo civile di provvedere alle riforme economiche per il benessere della popolazione è stata usata a più riprese come giustificazione dei golpe militari nella storia sudanese post-indipendenza, non facendo eccezione neanche questa volta. 

È per questo che la presenza dei militari all’interno della compagine istituzionale contribuisce a rendere più instabile l’intero sistema paese, con lo smantellamento delle organizzazioni pro-democrazia nate all’indomani della caduta del vecchio regime, lo squilibrio di potere tra forze civili ed esercito e imponenti manifestazioni popolari. Inoltre, le dimissioni del leader del governo di transizione non fanno altro che spianare la strada a un vuoto di potere che l’esercito potrebbe facilmente usare a proprio vantaggio, aggravando così anche la repressione sulla popolazione.

Sara Lolli

Nata a Teramo nel 1996, è una laureanda della magistrale in Global Politics and International Relations all’Università di Macerata. Presso la stessa università, ha conseguito la laurea triennale con massimi voti in Lingue e Culture Straniere Occidentali e Orientali, focalizzandosi su inglese, arabo, islamistica, letteratura e cultura anglo-americana e arabo-islamica. È appassionata e studiosa di sicurezza internazionale, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente e del Mediterraneo, temi approfonditi anche attraverso corsi ad hoc; da sempre molto attenta a dinamiche sociali come i fenomeni migratori, fa parte dell’organizzazione The Young Republic, che promuove la partecipazione civica attiva e l’inclusione sociale dei richiedenti asilo in Europa. Membro dello IARI da dicembre 2020, scrive per l’area “Medio Oriente” ed è entrata in redazione a settembre 2021.

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