2021: BILANCIO NERO PER LA VIOLENZA DA ARMI DA FUOCO NEGLI STATI UNITI

Gli Stati Uniti sono ormai da decenni il Paese al mondo con il più alto numero di armi da fuoco in possesso di civili. Il 45% delle armi detenute da privati cittadini sul pianeta si trovano negli Stati Uniti, ed il 2021 è stato uno degli anni peggiori di sempre per l’entità delle violenze.

Negli Stati Uniti viene stimata ad oggi la presenza complessiva di circa 400 milioni di armi da fuoco (120 ogni 100 abitanti). In particolare, nel 2021 il Texas si è attestato come lo Stato con il maggior numero di armi registrate, pari a 1.006.555 esemplari. Il Rhode Island, di contro, è stato quello che ne ha registrate meno, con 4.887 nuove armi presenti nello Stato. 

Tra il 2020 ed il 2021, le famiglie americane che detenevano almeno un’arma da fuoco in casa erano il 42% del totale, dato in crescita rispetto al 2019, in cui erano il 37%, e tra i più alti degli ultimi 50 anni (il picco fu raggiunto nel 1990, quando il 47% delle famiglie statunitensi possedeva almeno un’arma nella propria casa).

Il 60% dei detentori di armi è elettore o simpatizzante del partito repubblicano. Il dato non dipende solo dalle convinzioni politiche, che hanno ovviamente un peso determinante, ma anche dal fatto che la maggior parte dei possessori di armi vivono nel Sud e nelle zone rurali del Paese, dove acquistare armi è molto più facile che in altri Stati. 

Nel 2021, il 52% degli statunitensi riteneva che le leggi sulla vendita di armi da fuoco dovessero essere più restrittive: si tratta della percentuale più bassa mai registrata dal 2014. Sebbene la maggioranza della popolazione sia propensa all’applicazione di leggi più restrittive sull’acquisto e la detenzione di armi, non si può dire altrettanto sulla convinzione, da parte degli statunitensi, che la diminuzione delle armi comporti la diminuzione delle violenze. 

Negli ultimi anni negli Stati Uniti si è fatta strada l’idea che lavorare sulla salute mentale sia la chiave di volta per abbattere il dilagare della violenza: la maggior parte degli statunitensi crede più negli screening di sanità mentale che nella legislazione sul controllo delle armi.

Nel 2020, gli omicidi commessi con armi da fuoco sono stati 13.620. Si tratta di un notevole incremento rispetto all’anno precedente, quando nel Paese ne furono commessi 10.537. Ma è il 2021 l’anno peggiore, con 20.555 morti per colpi di arma da fuoco (di cui 308 bambini e 1.210 teenagers) e 687 sparatorie “mass shootings”, ovvero attacchi che hanno causato 4 o più morti.

Cosa ha scaturito l’aumento della violenza? Rispetto al 2020, anno che ha visto il ripetersi di numerose restrizioni e lockdown, la maggior presenza di individui in luoghi pubblici e la ripresa delle normali attività, hanno contribuito alla ripresa della violenza. Ma ciò non basta, da solo, a spiegare un tale incremento della violenza negli Stati Uniti del 2021. 

La pandemia, infatti, ha accresciuto i conflitti sociali, ha aggravato le condizioni economiche di molti ed ha, di conseguenza, anche aumentato frustrazioni e paure individuali e collettive. Gli statunitensi si sono sentiti più soli, spaventati e vulnerabili e, quasi automaticamente, hanno cercato nella difesa armata una prima risposta a quel crescente senso di percepita insicurezza. 

La maggior parte della violenza armata avviene infatti nelle città e nei quartieri residenziali ad alta urbanizzazione, dove le diseguaglianze sociali sono ben più alte che nelle piccole città o nelle aree rurali.

Inoltre, i conflitti razziali e politici verificatisi in questi due anni sono stati dalla portata eccezionale (attacco al Campidoglio del 6 gennaio, Black Lives Matter ecc..). Non è infatti un caso che la maggior parte delle vittimedi questo genere di violenze siano le persone meno abbienti, soprattutto membri di minoranze, afroamericani e latini su tutti, ovvero coloro che più hanno subito i danni economici e di salute di questa pandemia.

Dal punto di vista della regolamentazione, sono state poste all’attenzione del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives, due nuove possibili norme proposte dalla presidenza Biden. Esse riguardano la regolamentazione delle armi “fantasma”, ovvero quelle ancora incomplete e ad oggi non registrate o registrabili, e delle pistole che utilizzano supporti stabilizzanti di potenziamento. 

Nonostante questi atti, che pure toccano aspetti residuali della materia, la regolamentazione delle armi non è affatto uno dei punti in cima all’agenda politica di questa amministrazione, nonostante le dichiarazioni espresse in questo senso da Biden all’inizio della sua presidenza: siamo, e resteremo ancora per anni, molto lontani da una poderosa sterzata verso una ferrea diminuzione delle armi da fuoco negli Stati Uniti.

Nonostante tra gli statunitensi, tra il 2020 e il 2021, sia aumentata la paura di essere bersaglio di crimini violenti – rapine, furti, assassinii, attacchi armati, ecc… – è la stessa opinione pubblica a non porre tale questione al vertice delle proprie preoccupazioni e priorità, specie in questa fase storica in cui le attenzioni ricadono principalmente su salute, lavoro, economia e povertà. 

Gli americani, più che con nuove norme federali, pensano alla propria difesa acquistando a loro volta delle armi (+12% tra 2020 e 2021), o cercando di evitare, individualmente, le occasioni di potenziale rischio. Nel 2021 infatti ben l’88% degli statunitensi che possedevano armi ha dichiarato come la scelta di acquistarle sia stata dovuta al bisogno di protezione dalla criminalità.

Infine, il divieto completo alla circolazione di armi negli Stati Uniti (ad eccezion fatta che per le forze armate e di sicurezza pubblica) è un tema che negli anni ha raccolto sempre minore consenso: il minimo storico è stato raggiunto proprio nel 2021, anno in cui solo il 19% della popolazione si è dichiarato favorevole all’assoluto divieto di possedere armi per i civili.

Per tali ragioni, almeno fino alla piena ripresa post pandemia, che sembra oggi assai lontana, tale questione non solo non verrà risolta, ma scivolerà ancora più in basso rispetto alle primarie esigenze degli statunitensi.

Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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