GRATTERI VS NDRANGHETA –A UN ANNO DAL MAXI PROCESSO, LA DENUNCIA DI UN EUROPA INDIFFERENTE AI CRIMINI DELLA MAFIA

Fonte Immagine: La Repubblica - Aula Bunker di Lamezia Terme

Era il 19 dicembre 2019 quando il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, diede il via a una delle più grandi operazioni antimafia della storia. L’operazione Rinascita-Scott, questo il nome che le fu assegnato, si distinse da subito per i grandi numeri: 13.000 pagine di fascicoli di indagine, 3000 uomini delle forze dell’ordine coinvolti, 479 indagati, 334 arresti e decine di capi di imputazione, tra cui oltre l’accusa di associazione mafiosa, omicidi, estorsioni, narcotraffico e corruzione. Un processo così grande che ha richiesto la costruzione di un enorme aula bunker, di più di 3300 metri quadri, nella sede di Lamezia Terme. 

È dal 2003 che Gratteri, calabrese di nascita, rinnova il suo impegno contro la criminalità organizzata, mandante di decine di blitz e di arresti, ricordiamo tra le mosse più significative le inchieste “Solare” del 2008 e “Crimine 3” del 2011, nelle quali Gratteri affiancato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone riuscì a colpire duramente i rapporti tra la ndrangheta, la mafia e i cartelli della droga messicani e colombiani.


È proprio così infatti che la ndrangheta si è insidiata nei mercati internazionali ed europei. A differenza degli altri tipi di organizzazione mafiosa, la ndrangheta è silenziosa, difficilmente nella storia ha fatto stragi, fatto esplodere bombe, o si è sentita nella vita quotidiana dei cittadini, proprio per questo la mafia calabrese viene considerata la più forte e anche la più ricca. Gratteri stesso in un’intervista la definisce una “Mafia che spara sempre meno, ma che è sempre più potente”. Quali sono le origini di questa potenza della ndrangheta, e perché la Calabria conduce una lotta solitaria contro questo nemico, e l’Europa seppur coinvolta non interviene duramente per fermarne i soprusi? 

Andiamo per gradi 


La ndrangheta, a differenza della mafia siciliana, ha un’organizzazione interna di tipo orizzontale, basata su legami parentali: ogni ‘ndrina, o cosca, ovvero la famiglia del “capo bastone”, forma il nucleo locale, e dal nucleo locale partono le varie affiliazioni. Inizialmente la ndrangheta aveva un interesse legato al suo territorio, in particolare alle terre e al commercio. Con il passare degli anni la ndrangheta si è evoluta, a suo modo, a pari passo con la società, ampliando i suoi orizzonti e globalizzandosi a sua volta.

Non più le terre, non più il pizzo (che ancora esiste, ma solo come simbolo di potere), non più la Calabria, che ora è solo una base: gli ndranghetisti guardarono molto lontano, sino al Sudamerica, dal quale proviene oggi il 60% dei loro proventi. Un cliente unico e privilegiato, la ndrangheta è per i cartelli della droga sudamericani una certezza e la Calabria la roccaforte da cui gli ndranghetisti muovono i fili di un enorme rete commerciale senza precedenti. Dalle raffinerie di cocaina della Colombia, del Perù, della Bolivia, dove gli affiliati e i latitanti calabresi vivono in ville di extralusso dalle quali controllano la funzionalità dei lavori, ai porti di Rotterdam e Gioia Tauro dove arrivano di continuo navi commerciali di vario genere contenenti tonnellate di cocaina e altre droghe sintetiche, fino alle più grandi piazze di spaccio europee da cui provengono i più grandi profitti, culminando così nelle tasche dei boss della ndrangheta.

Giovanni Falcone insegnava “Follow the money”, ovvero inseguite i flussi di denaro, ed infatti, ad oggi il fatturato della ndrangheta ammonta a 55 miliardi l’anno, una somma che sarebbe capace di risollevare l’intero Paese.  Ma come ha potuto la ndrangheta da sola raggiungere una tale potenza e ricchezza? Ha potuto certamente, perché non era da sola, ma ha potuto contare sull’aiuto degli uomini più potenti e influenti della Nazione.  La prima denuncia di Gratteri fu proprio quella della fuga di notizie dalla Procura, decine e decine di ufficiali di polizia anche di alto grado furono trasferiti nell’immediato accusati di essere portavoce delle cosche. 


Tra gli imputati del maxi processo Rinascita Scott non abbiamo soltanto i boss delle ndrine vibonesi, bensì avvocati, banchieri, imprenditori, forze dell’ordine, funzionari pubblici e politici, ma soprattutto membri dalla massoneria che si è rivelata il punto di congiunzione tra politici e criminali. Una salda ragnatela estesa in tutto il Paese che rende i segreti della ndrangheta quasi impenetrabili e che il procuratore capo Nicola Gratteri sta cercando di sciogliere passo dopo passo. 


Dagli ultimi aggiornamenti del novembre 2021 emergono le prime sentenze in rito abbreviato: 70 condanne, 20 assoluzioni e una sola prescrizione. Alla sbarra i presunti affiliati al clan Mancuso di Limbadi e Nicotera, alle ‘ndrine Lo Bianco, Barba, Pardea, Macrì, Camillò, Pugliese di Vibo Valentia, Cracolici di Maierato e Filogaso; e poi Bonavota di Sant’Onofrio, Mazzotta di Pizzo Calabro, Accorinti di Zungri, Barbieri di Cessaniti, Fiarè-Gasparro di San Gregorio d’Ippona. Tra le condanne più emblematiche abbiamo il braccio destro di Luigi Mancuso, Pasquale Gallone, condannato a 20 anni di reclusione; 16 anni per Gregorio Gasparro della cosca di S. Gregorio e 13 anni per Gregorio Giofrè, incaricato di gestire le attività estorsive. Vent’anni di condanna anche per Domenico Macrì e Francesco Antonio Pardea, capi del sodalizio vibonese. 


Questo è solo il primo tassello di questo maxiprocesso che rappresenta un momento storico per la lotta alla mafia che dopo il maxiprocesso di Palermo non aveva mai subito un affronto così grande. 
Ma può un uomo da solo, o anche l’Italia da sola, che promette di investire tre miliardi nei prossimi anni nelle operazioni antimafia, sconfiggere un nemico così grande e così radicato all’interno del tessuto societario?  L’Europa non può più restare indifferente ad un’organizzazione criminale che ha potere decisionale nella società e sui movimenti economici internazionali, movimenti che coinvolgono le stesse banche europee nel riciclaggio del denaro sporco, come dichiarò il professor Nicaso, definendo i crimini dei “colletti bianchi” l’altra faccia della medaglia del lavoro mafioso.

La nascita dell’Unione Europea che ha portato all’eliminazione delle dogane e alla libera circolazione è stato un grande progresso per il vecchio continente ma allo stesso tempo ha comportato una maggiore libertà e facilità di spostamento di persone e merci anche della criminalità organizzata, in particolare della ndrangheta, unica presente in tutto il Globo. È per questo che il Parlamento europeo non può e non deve essere indifferente ai mafiosi che circolano indisturbati da uno Stato all’altro, cercando un approccio comune e coerente all’interno del sistema giudiziario europeo che miri ad ostacolare il più possibile l’operato di questa organizzazione criminale. 


Il coraggio di Nicola Gratteri e dei suoi uomini dovrebbe essere la dimostrazione che la lotta alla mafia è possibile ed è necessaria, ciò che ci aspettiamo è un Europa non più sorda agli appelli della giustizia italiana e che si unisca con tutte le sue forze alla guerra contro la ndrangheta e i suoi alleati.

Per approfondimenti: Rainews – https://www.youtube.com/watch?v=WYBCBjCqZ9s&t=439s

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