NAGORNO-KARABAKH: UN CONFLITTO IRRISOLVIBILE?

In rosso il settore del Nagorno-Karabakh occupato dalla repubblica armena dell’Artsakh. In azzurro chiaro il settore rioccupato dall’Azerbaijan dopo il conflitto del 2020. Sul confine occidentale armeno, l’exclave azera del Naxcivan. Fonte immagine: https://internationalaffairsnetwork.org/2020/10/07/conflict-in-the-caucasus-the-geopolitics-of-the-nagorno-karabakh-clashes/

Ad un anno dalla fine del conflitto che ha sconvolto il Caucaso dal settembre al novembre del 2020, la regione del Nagorno-Karabakh resta oggetto di tensioni diplomatiche e scontri armati tra Armenia e Azerbaijan. Ragioni di carattere strategico, politico e identitario rischiano, nel lungo periodo, di continuare ad alimentare un conflitto irrisolvibile.

Il 10 novembre 2020, un accordo di cessate il fuoco mediato dai russi ha segnato la fine del sanguinoso conflitto che aveva impegnato l’Armenia e l’Azerbaijan per sei settimane per il controllo della regione storicamente contesa del Nagorno-Karabakh. La vittoria de facto degli azeri aveva permesso al governo di Baku di riappropriarsi dei distretti di Kelbajar, Lanchin e Agdam conquistati dagli armeni durante la guerra del 1992-1994, e di espandersi territorialmente nel Nagorno-Karabakh a danno della Repubblica autonoma armena dell’Artsakh[1]. Tuttavia, a discapito dell’accordo, le armi non sono mai state definitivamente deposte dalle due fazioni, perpetuando la situazione di instabilità e di tensione che persiste tra le due nazioni caucasiche da più di trent’anni.

A partire dal maggio del 2021, si sono verificati numerosi episodi di sconfinamento da parte delle truppe terrestri azere, sia nel territorio della repubblica dell’Artsakh che nel territorio nazionale armeno, con il probabile intento di mantenere alta la pressione sul governo di Erevan e mantenersi in una posizione di forza nell’ottica di ulteriori rivendicazioni territoriali.

Questi sconfinamenti hanno generato, a partire da metà luglio, una serie di scontri armati lungo il confine, regolarmente interrotti da cessate il fuoco mediati dalla Russia e puntualmente violati da entrambe le parti. Si tratta di confronti armati a bassa intensità, a cui hanno preso parte sia unità regolari che gruppi paramilitari e che hanno visto un impiego, anche se limitato, di artiglieria e di mezzi corazzati. Si hanno tuttavia notizie di decine di vittime, tra cui anche civili armeni. Il più violento degli scontri, documentato a metà novembre, ha provocato sette vittime tra le forze di sicurezza azere e sei fra gli armeni.

La grande novità di questa nuova escalation del conflitto è data soprattutto dalla sua dimensione geografica. È stato interessato, infatti, non soltanto il settore orientale del confine armeno, che affaccia sui territori storicamente contesi tra i due stati, ma anche il settore occidentale, che divide l’Armenia dall’exclave azera del Naxçıvan. Questo fa supporre che Baku punti a proiettare lo scontro su un livello che va ben oltre le dispute territoriali nella regione del Nagorno-Karabakh.

Cosa alimenta il conflitto?

Ci sono alcune condizioni che alimentano le tensioni militari e diplomatiche nella regione, rendendo vani gli accordi ed i tentativi di mediazione da parte di Mosca. Per facilitare la lettura degli eventi, possiamo riconoscere tre ragioni fondamentali che renderebbero quello del Nagorno-Karabakh un conflitto difficilmente risolvibile nel breve periodo. 

La prima ragione è costituita dalla situazione di estrema instabilità e fragilità in cui versano territori interessati dal confitto del 2020. La guerra ha danneggiato profondamente il tessuto urbano e infrastrutturale del Nagorno-Karabakh: in diverse aree abitate da etnici armeni è ancora difficile approvvigionarsi di acqua ed elettricità. Complice, secondo alcune fonti, anche l’interferenza delle forze azere, che ostacolano la riparazione delle infrastrutture idriche.

Inoltre, la guerra ha lasciato ampie porzioni del territorio, aree urbane comprese, costellate di mine antiuomo e ordigni a grappoloinesplosi, che mietono regolarmente vittime tra i civili di entrambe le parti. Tutte queste condizioni rendono vulnerabile la popolazione civile e più difficile il controllo del territorio, facilitando il movimento di gruppi armati al suo interno e aumentando il rischio di incidenti militari.

La seconda ragione è di carattere prettamente strategico: l’Azerbaijan sta perseguendo l’obiettivo di consolidare il suo territorio estremamente frazionato. Questo significa continuare ad espandersi nel Nagorno-Karabakh, ridimensionando ulteriormente lo spazio occupato dalla Repubblica dell’Artsakh, che forma un’enclave armena all’interno del territorio nazionale azero.

Inoltre, Baku ritiene essenziale ristabilire un corridoio fisico, attraverso il territorio armeno, che faciliti i collegamenti con l’exclave del Naxçıvan. La disputa sul corridoio del Naxçıvan era stata risolta, sulla carta, dagli accordi del 2020, in cui l’Armenia aveva garantito che ne avrebbe permesso l’apertura. Tuttavia, questo punto dell’accordo non è mai stato rispettato da Erevan. Anche in questo caso, i motivi sono puramente strategici: l’Armenia teme infatti, aprendo i collegamenti tra l’Azerbaijan e l’Anatolia, di ritrovarsi in una morsa nei suoi confini orientali e occidentali tra azeri e i turchi, che già durante il conflitto del 2020 avevano supportato militarmente l’Azerbaijan.

Questo quadro non facilita in alcun modo un processo di pacificazione nell’area: gli azeri hanno ancora tutto l’interesse ad avanzare le proprie rivendicazioni, mantenendo alta la pressione sui confini. In questo modo, si alimenta il senso di insicurezza percepito dagli armeni e si rendono sempre più probabili scontri armati nei territori interessati.

La terza e ultima ragione è invece di carattere identitario, probabilmente la più profonda e la più difficile da risolvere. Le violenze interetniche tra azeri e armeni risalgono a ben prima del crollo dell’URSS. Ottenuta l’indipendenza nel 1991, le neonate nazioni sono immediatamente scese in guerra, in quello che ricordiamo come il primo conflitto del Nagorno-Karabakh. È possibile affermare che l’odio etnico nei confronti del vicino sia radicato alle fondamenta delle identità collettive delle due nazioni.

Il conflitto più recente non ha fatto altro che rinnovare e aggravare questi sentimenti. La vittoria ha infatti infervorito il nazionalismo azero, su cui il presidente Aliyev sta costruendo il suo consenso politico. La retorica del governo di Baku alimenta l’odio antiarmeno e cavalca aspirazioni irredentiste presenti nell’opinione pubblica nazionale: in un discorso pubblico nell’aprile del 2021, Aliyev ha definito la provincia armena di Syunik come “territorio storico nazionale dell’Azerbaijan”, minacciandone una futura occupazione.

Sul fronte opposto, la sconfitta ha instaurato negli armeni un profondo sentimento revanscista, che ha generato una forte pressione dell’opinione pubblica sulla classe politica per persuaderla a proseguire il conflitto contro lo storico avversario. Per questo motivo, sono assolutamente improbabili ulteriori passi indietro da parte armena di fronte alle rivendicazioni di Baku, ed è invece sempre più alta la possibilità di reazioni violente alle intimidazioni azere.

Una diplomazia sterile e un futuro opaco

Obiettivi strategici contrastanti; odio interetnico radicato nelle coscienze nazionali e alimentato dalla retorica politica; una regione contesa vulnerabile, insicura e difficile da controllare. Tutti questi fattori costituiscono il combustibile che mantiene acceso il confitto azero-armeno a un anno dagli accordi di pace del novembre 2020. I numerosi tentativi falliti di mediazione diplomatica sono il sintomo di una sostanziale assenza di volontà, da entrambe le parti, di scendere a compromessi.

Il 27 novembre, Putin ha ospitato a Sochi un incontro tra il presidente azero Aliyev e la sua controparte armena, il primo ministro Nikol Pashinyan.  Durante confronto fra i due leader, si è discusso in particolare della necessità di trovare un accordo per una demarcazione definitiva dei confini fra i due paesi, come condizione fondamentale per garantire un futuro di stabilità e pace nella regione. Ma quanto la retorica e le formule convenzionali della diplomazia si allontanano dai comportamenti reali dei due avversari?

I colloqui fra i due leader a Sochi avrebbero dovuto proseguire con un incontro bilaterale il 2 dicembre a Stoccolma, che è stato, tuttavia, disertato da entrambe le parti. Il 9 dicembre, solamente due settimane dopo l’incontro, sono ricominciati gli scontri di confine, con una vittima fra le forze di sicurezza azere. La netta discrepanza tra una retorica della pacificazione portata avanti dai all’interno dei forum internazionali e il reale comportamento ostile e belligerante sul campo è, di fatto, una costante dei rapporti diplomatici tra Armenia e Azerbaijan.

Queste condizioni non sembrano costituire dei presupposti promettenti, anche a seguito dell’ultimo incontro tra i due leader, tenutosi a Bruxelles il 14 dicembre. È infatti molto concreto il rischio che, nel lungo periodo, gli strumenti della diplomazia continuino ad essere impotenti, perché incapaci di eradicare le radici profonde di un conflitto che pare, al momento, irrisolvibile. 


[1] L’entità politica che governa la regione del Nagorno-Karabakh a seguito della vittoria armena nel conflitto del 1992-1994. È abitata da etnici armeni e legata politicamente, economicamente e militarmente all’Armenia.

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