IL BLUFF RUSSO CONTRO LO SCACCO MATTO AMERICANO IN UCRAINA

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Fonte Immagini: aljazeera.com

La mossa del cavallo di Putin ai confini con l’Ucraina allarma Washington in modo più intenso rispetto all’ultima “crisi” registrata la scorsa primavera, per alcune differenze tra le due manovre militari. 

Il nuovo accumulo militare russo, con l’impiego di circa 94.000 unità della quarta divisione corazzata (dotata di artiglieria, carri armati T-80U, sistemi a lancio multiplo di razzi BM-21, missili terra-aria, obici semoventi e sistemi missilistici balistici a corto raggio 9K720 Iskander) non arriva dopo una esercitazione militare occidentale, ha visto le truppe russe compiere operazioni di ricognizione notturna ed è avvenuta in prospettiva dell’inverno. Storico grande alleato del popolo russo, in uno scenario cinetico, il freddo consentirebbe alle forze corazzate moscovite di manovrare più agevolmente, indurendo i fangosi terreni ucraini. Inoltre, nella stagione invernale, il Cremlino potrebbe massimizzare la leva energetica nei confronti delle cancellerie europee, derivante dal controllo delle forniture di gas dirette nel Vecchio Continente. Per indurle a non intervenire a sostegno degli ucraini.

Secondo il capo dei servizi segreti militari ucraini, generale Kyrylo Budanov, la Russia starebbe preparando un attacco concentrico multiplo contro l’Ucraina entro la fine di gennaio 2022, con i gruppi tattici avanzerebbero da più direzioni. Da sud attraverso la Crimea con strike aerei, corazzati e di artiglieria ed assalti anfibi a Odessa e Mariupol; da est dal Donbass e dal confine russo; da nord tramite la Bielorussia. L’allarme lanciato da Kiev è stato supportato dalle valutazioni dell’intelligence statunitense, condivise con i partner europei (per compattarli nella risposta diplomatica così da aumentare la deterrenza verso Mosca), secondo cui la Russia starebbe pianificando un’offensiva militare contro l’Ucraina all’inizio del 2022 con “un ampio movimento di 100 gruppi tattici di battaglione con un personale stimato di 175.000, insieme a armature, artiglieria ed equipaggiamento”.

Fonte: geopoliticalfutures.com 

Tuttavia, una tale manovra di accerchiamento da più direzioni sarebbe complicata da eseguire sul piano operativo e logistico. Necessiterebbe infatti di un elevato livello di coordinamento e rifornimento tra e per le varie divisioni corazzate. Le linee di comunicazione russe affronterebbero la guerriglia ucraina con il possibile impiego di mine, ordigni esplosivi improvvisati, droni, nonché dei missili anti-carro Javelin e delle motovedette armate Mark VI forniti dagli Usa. Con il sostegno americano alle proprie capacità difensive, le forze ucraine potrebbero non riuscire a fermare un’avanzata russa ma potrebbero infliggere notevoli perdite. Inoltre, Mosca non può escludere un intervento “offensivo” di Washington, che potrebbe attuare una strategia di deterrenza mediante negazione, tagliando le linee di comunicazione nemiche con attacchi aerei e missilistici a lungo raggio, per contrastare i quali i russi dovrebbero colpire le installazioni missilistiche Usa in giro per il mondo, ampliando su scala globale un conflitto regionale. Scenario che aumenterebbe a dismisura il prezzo politico che i russi potrebbero pagare. 

Al Cremlino pensano correttamente che un Occidente distratto da problemi socio-economici interni e una Washington concentrata sulla sfida cinese nell’Indo-Pacifico non sarebbero disposti a morire per Kiev. Questo è uno dei dilemmi che nei prossimi anni condizionerà gli Usa. Come mantenere la deterrenza verso Mosca e scongiurare una escalation mentre si progetta il ribilanciamento dell’asse strategico-militare nell’Indo-Pacifico, visto dal Cremlino come opportunità che indebolirebbe l’ombrello di deterrenza americano in Europa, quantomeno sul piano delle percezioni psicologiche? 

Perciò Washington si mantiene ambigua sulla disponibilità ad intervenire in un conflitto in Ucraina, a difesa della credibilità dei propri impegni di protezione. Con il pensiero rivolto a Taiwan. Promette di inviare rinforzi terrestri ed aerei al fianco orientale della Nato in caso di invasione russa e al tempo stesso esclude un proprio intervento militare diretto. In ogni caso i russi non possono non mettere in conto tale eventualità. Per la Russia e non per Washington l’Ucraina è semplicemente vitale, ma l’opzione convenzionale avrebbe costi politici troppo alti.

Per queste ragioni, secondo altre fonti ucraine, l’accumulo militare russo potrebbe preludere, più che ad una grande invasione, ad un blitz per l’occupazione di una parte ristretta del territorio ucraino. Per guadare il fiume Dnepr che biseziona l’Ucraina, occupare un corridoio terrestre con la Crimea ed ottenere il completo controllo del Mar d’Azov. Anche il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha lanciato l’allarme sul pericolo di un blitz russo in Ucraina sulla falsariga di quello crimeano del 2014. 

In questo scenario “minore” gli Usa potrebbero decidere di non intervenire militarmente per negare la presa di piccole fette di territorio ai russi, limitandosi a perseguire una strategia mediante punizioni economiche “ad alto impatto”, che paralizzerebbero l’economia russa (esclusione di Mosca dal sistema di pagamenti bancari Swift e divieto di acquisto di debito sovrano russo) e ritorsioni politiche (interruzione di Nord Stream 2, la cui certificazione è stata prontamente stoppata dalle autorità di regolamentazione tedesche, come avevamo pronosticato; rafforzamento della presenza militare Usa e Nato in Polonia, Romania, Lituania, Lettonia ed Estonia). 

Tuttavia anche questo scenario pare improbabile. In passato le sanzioni americane ed europee non sono riuscite a cambiare i calcoli politici di Putin, ma la grammatica militare suggerisce di sfruttare l’elemento sorpresa per la rapida conquista di un territorio travolgendo le difese nemiche.

Inoltre, per i russi mantenere il controllo di una popolazione refrattaria (nella parte occidentale del paese) alla propria presenza renderebbe più complessa l’operazione rispetto al caso Crimea (dove 6 cittadini su 10 sono russi etnici). Rispetto a sette anni fa la presenza americana in Germania e Polonia è aumentata, così come la prontezza della Nato, che dispone di 4 gruppi tattici multinazionali nei territori polacchi e dei tre paesi baltici. 

In ogni caso, la conquista di una ulteriore fetta di territorio non cambierebbe l’equilibrio strategico a favore di Mosca. Solo il controllo dell’intera Ucraina sarebbe un game changer. Possibilità persa nel 2014 nella più grave débâcle geopolitica dai tempi della dissoluzione dell’Urss, per la quale Putin è consapevole che rischia di passare come l’artefice di “uno degli errori più dannosi della storia moderna russa”. In un lungo saggio, lo scorso luglio, Putin ha sostenuto che “la vera sovranità dell’Ucraina è possibile solo in collaborazione con la Russia” ​​e che i due paesi si trovano “essenzialmente sullo stesso spazio storico e spirituale”, quello del mondo russo (russkij mir).

L’Ucraina, infatti, è la partita geopolitica più importante per la Russia. Non è una ossessione ideologica o storica di Putin. Ѐ imperativo strategico per mantenersi grande potenza, per un popolo che dall’estensione territoriale ricava parte della propria identità. Qualsiasi leader russo, di qualsiasi colore politico, non potrebbe permettere a Kiev di scivolare in una sfera d’influenza ed in un’alleanza militare ostile

Fallita l’opzione diplomatica, fallita nel 2014 l’opzione “bielorussa” di controllare l’Ucraina attraverso un governo “lealista”, in carenza di altre carte nel mazzo, Putin alza la tensione utilizzando una manovra militare ed un’operazione di guerra psicologica con plurimi obiettivi. 

Anzitutto, sondare la credibilità dell’impegno americano a favore dell’integrità territoriale ucraina e palesare le divergenze all’interno della Nato tra euro-orientali ed euro-occidentali nel rapporto con la Russia – la Casa Bianca ha risposto riunendo i leader di Francia, Germania, Italia e Regno Unito e il G7 per mostrare una compattezza tutt’altro che reale nel fronte occidentale. Polonia, Romania e Paesi Baltici la considerano una minaccia vitale. D’altra parte, Berlino è legata a doppio filo con Mosca, soprattutto sul piano energetico.

Parigi la ritiene parte dell’equazione di potenza europea per equilibrare il peso semi-egemonico tedesco sul continente. E la distanza geografica che separa Roma e Mosca ha storicamente contribuito a sviluppare negli italiani una recondita passione per la Russia, ampiamente ricambiata. 

In secondo luogo, rispondere alla crescente pressione della Nato nel proprio “estero vicino” – con i voli sempre più frequenti di bombardieri supersonici B1-B e di bombardieri strategici B-52 in Ucraina e le incursioni di cacciatorpediniere statunitensi nel Mar Nero. 

Infine, acquisire un maggior peso nelle trattative con la superpotenza egemone sulla sistemazione geopolitica non solo del cuscinetto ucraino (accordi di Minsk) ma altresì del più ampio sistema di sicurezza europeo, nella speranza di ottenere con una tattica negoziale coercitiva garanzie giuridiche, sotto forma di un trattato sull’impegno americano a non ammettere l’Ucraina nella Nato e a non dispiegarvi truppe e sistemi missilistici dual-use, che renderebbero il paese una piattaforma di lancio verso lo heartland geopolitico della Federazione Russa.

La linea rossa tracciata da Putin e respinta da Biden (“Non accetto le linee rosse di nessuno”) si è spostata dall’impedire l’ingresso formale di Kiev nella Nato (per contrastare il quale la Russia utilizza come leva la sua influenza in Donbass) allo scongiurare il crescente sostegno militare di Usa[1], Regno Unito[2], Turchia[3] e Nato[4], finalizzato a rafforzare le capacità di autodifesa asimmetrica di Kiev per aumentare i costi di una eventuale offensiva russa e foriero di produrre un risultato geopolitico analogo a quello del suo ingresso nell’Alleanza: la perdita definitiva dell’Ucraina ai danni della Russia, a 30 anni dal crollo dell’impero sovietico.

In definitiva, il bluff russo mira a scongiurare uno scacco matto americano, anche involontario. Gli Usa, infatti, sostengono l’attuale stato, a loro favorevole, di un’Ucraina cuscinetto geopolitico tra la propria sfera d’influenza europea (Nato) e ciò che resta dell’impero russo. Mirano a stabilire canali di comunicazione con il Cremlino come valvola di sfogo delle tensioni ed incomprensioni bilaterali che rischiano di generare errori di calcolo sulle rispettive intenzioni. Da qui l’incontro virtuale Biden-Putin. 

La superpotenza ha la testa nell’Indo-Pacifico. Inutile al momento forzare lo status quo concedendo l’ingresso dell’Ucraina nella Nato come disperatamente e pubblicamente richiesto dalle autorità di Kiev. Ma questo status quo, frutto del contenimento statunitense lungo l’Intermarium tra Baltico e Mar Nero, volto ad indebolire Mosca per mantenere il controllo sull’Europa, costituisce di per sé una minaccia vitale per la Russia. Perché tutt’altro che statico. Dinamica che rischia di provocarne il collasso.

Esemplificata dalla Global Posture Review del Pentagono, ordinata da Biden, laddove prevede di rafforzare la deterrenza “contro l’aggressione russa”, consentire “alle forze Nato di operare in modo più efficace”, aumentare le truppe stanziate in Germania e continuare a fornire assistenza militare letale agli ucraini per contrastare “un’incursione dell’Unione Sovietica in Ucraina”, nella gaffe del segretario alla Difesa Lloyd Austin. Rivelatrice della mentalità da guerra fredda ancora diffusa al Pentagono e nell’opinione pubblica americana


[1] L’ultima tranche da 60 mln$ di aiuti militari (80 tonnellate di munizioni) risale allo scorso settembre

[2] Con l’aiuto degli inglesi, Kiev sta costruendo due nuove basi militari, una a Ochakiv (sul Mar d’Azov) e l’altra a Berdyansk (sul Mar Nero)

[3] Ankara ha dotato ha dotato l’Esercito e la Marina ucraina dei micidiali droni Bayraktar TB2utilizzati lo scorso ottobre dalle forze armate di Kiev per colpire l’artiglieria dei ribelli filo-russi del Donbass

[4] Consiglieri militari americani, inglesi e canadesi addestrano le forze armate ucraine in 3 centri di addestramento nell’Ucraina occidentale a Yavoriv, a Kamianets e a Khmelnitskyi.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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