LA LIBERTÀ DI STAMPA ONLINE E IL DIRITTO ALLA PRIVACY DEGLI USERS: IL CASO CEDU

Fonte Immagine: https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/strumenti-la-privacy-lanonimato-online/

La pronunica della Corte europea dei diritti dell’uomo (d’ora innanzi Corte EDU) costituisce un’importante occasione per definire i principi sottesi alla questione dell’ ”anonimato” online e, di contro, l’opposta necessità di rivelare i dati dei cd. “users” dei servizi internet nel rispetto dei principi della Convenzione dei diritti dell’uomo.

L’atto di manifestare il proprio pensiero in anonimato così come garantito dal diritto di libertà d’espressione, offre la possibiltà di non temere quelle ripercussioni che si avrebbero, altrimenti, nel caso in cui la propria identità fosse rivelata. Ad esempio, essere perseguitati dalle autorità, subire minacce di liti o dover affrontare controversie legali se non addirittura violenze.

Un’altra conseguenza della perdita dell’anonimato, potrebbe avvenire a livello sociale, ossia il poter subire, ad esempio, un’emarginazione da famiglia, amici o anche a livello lavorativo, come l’eventuale perdita del lavoro in ragione delle idee espresse in merito a determinati argomenti.

Per cui, quali sono le norme vengono in rilievo nell’ambito del diritto internazionale o regionale al fine di tutelare l’anonimato?

Intanto vi è l’art. 10 della Convenzione europea dei diritto dell’uomo che protegge l’anonimato nei dibattiti online. Inoltre, essa stabilisce che l’eventuale rivelazione dei dati degli users debba avvenire solo a seguito di una pronuncia della Corte EDU e solo a determinate condizioni. Ad esempio, queste sono: dover dimostrare che l’user, a seguito dei propri commenti, possa essere suscettibile di azione legale; che sia nelle condizioni di potersi difendere e contestare la richiesta di rivelare i propri dati e che, questo diritto, non contrasti con l’opposta esigenza di prevenire disordini, crimini o proteggere i diritti e le libertà altrui ( così come già si legge nella sentenza Delfi vs. Estonia pronunziata dalla Gran Camera della Corte Europea dei diritti dell’uomo. 

Si noti che diverse disposizioni internazionali prevedono il diritto all’anonimato nella misura in cui il contrario (id est la rivelazione dei dati) possa “eccessivamente” comprimere tale diritto, oppure possa esporli ad “unwarranted on-line surveillance”, sorveglianze online indesiderate, da parte di entità pubbliche o private (cfr. Dichiarazione sulla libertà di comunicazione su internet del Consiglio d’Europa nel 2003).

Anche nella  Risoluzione 68/167 dell’ Assemble Generale delle Nazioni Unite viene riconosciuto “the crucial benefit”, il cruciale beneficio, dell’anonimato su internet per esercitare il diritto d’espressione pienamente, in relazione ad un più diffuso uso di internet quale mezzo di accesso a informazioni e quale mezzo per prender parte a pubblici dibattiti con pseudonimi che impediscono quindi di rivelare la vera identità dei soggetti convolti. 

Per cui, l’interferenza con la libertà d’espressione può avvenire solo dietro prescrizione di legge e dietro ordine di un giudice: essa, quindi, non può, basarsi su generici ed indeterminati riferimenti normativi del diritto interno (ad esempio, la sicurezza nazionale), poiché è necessario che vi sia invece una certa protezione da “arbitrary interferences by public authorities”, ossia arbitrarie interferenze da parte di pubbliche autorità, in virtù dei diritti garantiti dalla Convenzione. La Corte ha quindi l’obbligo di accertarsi che si raggiungano determinati standard di “necessità e proporzionalità” relative ad ingiuste violazioni (“wrongful act”) contro gli offesi o i diritti violati in questione.

Il caso in Corte EDU

Una società a responsabilità limitata con sede in Vienna la Standard Verlagsgesellschaft mbH, gestisce un giornale, il der Standard, ed un portale online in cui vengono pubblicati articoli e commenti di discussione. La società si occupa di moderare gli interventi, i vari commenti, sia cancellandoli o comunque revisionandoli al fine di non violare alcun diritto. Ogni utente (gli users) al momento della regitrazione forniscono il proprio nominativo, il proprio indirizzo mail e qualche volta anche l’indirizzo postale. Il sito, di contro, garantisce l’anonimato degli users rendendo chiaro il fatto che i dati verranno rivelati solo per motivi legali. 

Nel caso di specie, i commenti pubblicati da alcuni utenti sul forum di discussione della suddetta compagnia, riguardavano la manifestazione del loro punto di vista sotto un post del leader di un partito politico austiaco, di cui, tra gli altri, uno che li accusava di corruzione e un altro affiliazione nazista.

La compagnia Standard, quindi, procedeva per l’eliminazione dei commenti, ma non mostrava alcuna intenzione di rivelare i nominativi e i dati dei commentatori agli esponenti dei partiti politici per portarli in giudizio.

Pertanto, i partiti politici intentavano un separato processo presso le autorità giurisdizionali austriche contro la suddetta società al fine di ottenere giudizialmente i dati,per poterli individuare e poter finalmente procedere contro di essi. 

La Suprema Corte austriaca, quindi, si pronunciò a favore di quest’ultimi, ordinando la rivelazione dei dati poiché, a suo avviso, non vi era alcuna connessione con l’attività giornalistica della compagnia da dover tutelare in quanto esso rappresentava un mero forum di discussione online, né vi era alcuna interferenza illegale con la libertà di stampa della società Standard.

Per queste ragioni, quest’ultima ricorreva in Corte Edu. La stessa sosteneva che il proprio diritto a proteggere e a mantenere segreti i dati degli utenti nel proprio portale online fosse stato violato. Infatti, era suo compito garantire la riservatezza editoriale e proteggere quelle che venivano definite come fonti giornalistiche dal quale si esercitava il proprio diritto/dovere di libertà di stampa. Inoltre, lamentava che la Suprema Corte austriaca non avesse tenuto in conto le particolari circostanze in cui i commenti erano stati fatti, né tanto meno avesse effettuato un bilanciamento degli interessi contrapposti in gioco e della prevalenza dei diritti concorrenti. 

La Corte EDU ha quindi rilevato che, i commentatori non potevano considerarsi fonti (“sources”) giornalistiche in senso proprio, ma tuttavia vi era un collegamento tra la pubblicazione di articoli da parte della società Standard e l’hosting dei commenti sugli stessi.  Per cui, secondo la Corte,  la funzione della società ricorrente era quella di aprire dibattiti e diffusione di idee su temi di pubblico interesse, coperti e tutelati dalla libertà di stampa.

La Corte, ha inoltre valutato l’effetto devastante sul contributo al dibattito che avrebbe l’obbligo di rivelare le informazioni dell’utente. Infatti, sebbene la Convenzione non prevedesse un diritto assoluto all’anonimato online, esso è stato a  lungo il mezzo ideale per evitare rappresaglie o attenzioni indesiderate. Esso, perciò, era in grado di favorire il libero flusso di opinioni, idee, informazioni comprese, in particolare, su internet.

L’anonimato, come osserva ancora la Corte, non sarebbe pertanto efficace se la Società Standard, o chiunque nelle medesime condizioni della stessa compagnia, non potesse difenderlo con i propri mezzi. L’ordine di rivelare i dati dei propri utenti metterebbe perciò a repentaglio o “interferirebbe” con il diritto della società ricorrente alla libertà di stampa. La Corte ha riconosciuto, quindi, che l’ingerenza aveva avuto lo scopo legittimo di proteggere la reputazione altrui ed era stata lecita. 

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