LA GUERRA FRA TRUMP E LO STATO PROFONDO PROSEGUE. IN ATTESA DEL SECONDO TEMPO

Fonte Immagine: wsj.com

L’arresto del principale analista che lavorò al “dossier Steele”, Igor Danchenko, e l’ incriminazione dell’avvocato democratico Michael Sussman, per aver mentito ai federali in merito ai suoi occulti rapporti con il team elettorale Clinton, dopo aver riferito di presunte comunicazioni segrete tra la squadra di Trump e la Russia, conferma la natura (geo)politica del c.d. Russia Probe e l’uso strumentale delle indagini sui presunti contatti tra Donald Trump e i russi da parte degli apparati federali della superpotenza per impedire qualsiasi apertura della Casa Bianca a Mosca.

Cos’è il “Russia Probe”?

Il c.d. “Russia Probe”, conosciuto in Italia come “Russiagate”, si riferisce alle inchieste e controinchieste giudiziarie sulle sospette interferenze russe del 2016, finalizzate a danneggiare Hillary Clinton attraverso la pubblicazione su Wikileaks di migliaia di e-mail interne del Comitato elettorale democratico (Dnc), e le presunte collusioni di esponenti della squadra elettorale di Donald Trump – tra i quali Michael Flynn, George Papadopoulos, Carter Page e Paul Manafort – con funzionari moscoviti, durante la campagna per le presidenziali vinte dall’outsider newyorkese.

Le indagini dell’Fbi, denominate “Crossfire Hurricane”, culminarono nell’ormai famoso rapporto del procuratore speciale Robert Mueller, ex zar del Bureau dal 2001 al 2013. L’inchiesta scaturiva dai 17 documenti del c.d. “dossierSteele”. Pubblicato da BuzzFeed News il 10 gennaio 2017, dieci giorni prima del giuramento di Trump come 45° presidente degli Usa, esso fu commissionato e finanziato (tramite Fusion GPS, una società di ricerca aziendale con sede a Washington) dal comitato elettorale della Clinton e redatto nell’ottobre 2016 da Christopher Steele, ex agente dell’Mi6

Il dossier Steele

Il rapporto si basava in gran parte su fonti indirette e notizie de relato, come le soffiate di Alexander Downer, allora Alto Commissario australiano a Londra, rivolte all’incaricata d’affari statunitense nella capitale inglese, Elizabeth Dibble, sulle rivelazioni ricevute da George Papadopoulos sull’esistenza di migliaia di e-mail dei dem in mano ai russi che avrebbero potuto danneggiare politicamente la candidata Clinton. Informazione che Papadopoulos avrebbe ricevuto dal maltese Joseph Mifsud, misterioso professore della Link University di Roma, sospettato di aver agito per conto degli 007 italiani ed americani per incastrare Trump.

Nel dossier, quasi interamente bocciato dal rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia che ha giudicato le fonti e le accuse ivi contenute come “inaccurate o incoerenti con le informazioni raccolte dalla squadra di Crossfire Hurricane”, Trump veniva descritto come agente d’influenza del Cremlino, da questi “coltivato e sostenuto” per ben cinque anni nell’ambito di una operazione di influenza orchestrata dall’intelligence russa su diretta disposizione di Vladimir Putin. Nel dossier venivano analizzati anche i presunti incontri avvenuti a Praga tra l’avvocato personale di Trump, Michael Cohen, e faccendieri e funzionari governativi russi. Veniva denunciata, infine, la possibile esistenza di materiali compromettenti e ricattatori su Trump, posseduti dai servizi segreti moscoviti (c.d. “affaire kompromat”).

L’offensiva dello “Stato profondo”

Queste accuse costarono a Trump la prima richiesta di impeachment, successivamente respinta dal Senato guidato dai repubblicani. Soprattutto, gli spunti dell’indagine Crossfire Hurricane vennero utilizzati dall’Fbi per giustificare l’emissione di un mandato di sorveglianza FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act)[1] sull’ex consigliere della campagna elettorale di Trump, Carter Page, accusato nel dossier Steele di aver tenuto incontri con personaggi russi nel 2016. Parallelamente, l’Fbi aprì un’indagine su Micheal Flynn, ex generale a tre stelle, ex direttore della Defense Intelligence Agency (Dia) e futuro primo Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, ritenuto corrivo con il governo russo.

Di più. Prima dell’Inauguration Day del 20 gennaio 2017, la National Security Agency (Nsa) intercettò, ai sensi del Logan Act[2] (che vieta ai privati cittadini americani di negoziare con governi stranieri senza una preventiva autorizzazione governativa), i telefoni di Flynn. Fort Meade captò le sue conversazioni con l’ex ambasciatore russo a Washington, Sergej Kislyak, tra la fine di dicembre 2016 e le prime settimane del gennaio 2017. Flynn chiedeva all’interlocutore di intercedere con il Cremlino affinché Putin non attuasse ritorsioni contro le misure punitive (espulsione di diplomatici e sanzioni ad entità legate all’intelligence russa) applicate a fine 2016 dall’uscente Barack Obama, in risposta alla denunciata interferenza russa nelle presidenziali di novembre. Lo scopo di Flynn era quello di creare le premesse per una possibile distensione tra Washington e Mosca.

Le trascrizioni delle intercettazioni giunsero al Washington Post, facendo imbufalire Trump che paragonò l’intelligence del suo paese ai nazisti per aver fatto trapelare ai media i brogliacci – accuse ovviamente respinte con fermezza dagli 007 d’oltreoceano. Le rivelazioni del Post costrinsero Flynn a lasciare la guida del National Security Council (Nsc), nel febbraio 2017, a soli 25 giorni dalla sua nomina, per aver mentito al vice-presidente Mike Pence e all’Fbi in ordine ai suoi colloqui segreti con funzionari russi[3]

La controffensiva trumpiana

Travolto dall’inchiesta guidata dagli apparati federali, volta a manipolarne le principali azioni tattiche di politica estera, considerate incompatibili con la natura imperiale di Washington, l’entourage del tycoon non rimase a guardare. Scatenò una vera e propria controffensiva su due fronti, quello giudiziario e quello politico. 

Sul primo versante, l’Attorney General di Trump, William “Buffalo” Barr, assegnò al procuratore del Connecticut John Durham il ruolo di consulente speciale con il mandato di “indagare se un funzionario o un dipendente federale o qualsiasi persona o entità abbia violato la legge in relazione alle attività di intelligence, controspionaggio o law enforcement”. In altre parole, la missione di Durham era quella di appurare se gli investigatori dell’Fbi che la condussero e gli agenti della Cia e della Nsa che la cavalcarono, avessero commesso reati per incastrare il presidente. 

Prima di lasciare lo Studio Ovale, Trump varò inoltre numerosi provvedimenti di grazia preventiva  per “perdonare” e proteggere da una possibile accelerazione delle indagini federali sotto la futura amministrazione democratica, sé medesimo, i suoi figli Eric, Donald Jr. e Ivanka, il genero Jared Kushner, collaboratori di fiducia come il suo avvocato privato, ed ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani e gli ex consiglieri coinvolti nel “Russia Probe” e nel KievgateMichael FlynnGeorge Papadopoulos, l’italo-americano Paul Manafort[4] e Roger Stone[5].

Sul piano politico interno, Trump provò ad aggirare l’articolato processo inter-agenzia ed in particolare il ruolo di raccordo svolto dal Nsc, nel tentativo di creare una verticale di potere in salsa putiniana ed indirizzare le filiere decisionali burocratiche ai propri desiderata, sostituendo i vertici di ministeri ed agenzie governative con propri fedelissimi.

All’esterno, il presidente incaricò l’ambasciatore Usa presso l’Ue Gordon Sondland e Rudy Giuliani di agire come canale diplomatico parallelo con il governo di Volodymir Zelensky per esercitare pressioni sul governo ucraino affinchè avviasse indagini penali su Hunter Biden e danneggiare il padre Joe alle presidenziali 2020, dietro la minaccia di sospendere la consegna dei vitali aiuti militari destinati all’Ucraina, strumentalizzando la dipendenza strategica di Kiev da Washington per fini personali. 

Operazione scandalistica che verrà bloccata dal Nsc – allora guidato dal neocon John Bolton – e che costerà la seconda richiesta di impeachment presidenziale per abuso di potere e ostruzione al Congresso, anch’essa respinta dal Senato repubblicano. La controffensiva trumpiana si indirizzò dunque all’estero, attraverso la “richiesta” ai governi di Canberra, Londra e Roma di collaborare alle indagini sulle origini del Russia Probe e di punire le “barbe finte” dei rispettivi paesi. Accusate di aver collaborato con Langley nel trasformare in strategica l’indagine giudiziaria dell’Fbi.

Lo scopo strategico del Russia Probe

La vicenda del Russia Probe ha testimoniato il duro scontro di potere tra la visione nazionalista trumpiana (“America First”) e quella imperiale conservata dalle burocrazie federali. Lo scopo di queste, con il contributo tattico degli apparati d’intelligence delle province imperiali, legati a doppio filo a quelli dell’egemone, era delegittimare l’elezione di Trump al fine di indebolirlo politicamente, tenerlo sotto scacco per limitarne i progetti più eversivi che avrebbero destrutturato la posizione egemonica dell’impero americano: il ritiro di truppe dall’Europa e dal Medio Oriente; la viscerale opposizione all’immigrazionegli attacchi destabilizzanti al farraginoso sistema elettorale-istituzionale americano, al “cattivo” Deep State e all’alleanza transatlanticala vicinanza ai gruppi e alle milizie del suprematismo bianco; l’(impossibile) trasformazione mercantilista del deficit commerciale in surplus; l’apertura personale al Cremlino per consentire il ritiro dal Vecchio Continente e giocare Mosca contro Pechino.

Obiettivi largamente raggiunti. Contenimento potenziato dal deplatforming del tycoon dai social media di massa. In attesa del secondo tempo dello scontro tra trumpiani e washingtoniani, in vista della corsa per il 2024. 


[1] Il FISA del 1978 detta criteri e limiti alla sorveglianza governativa di comunicazioni e attività di cittadini statunitensi, subordinando il loro svolgimento all’autorizzazione di un apposito tribunale speciale che emette un mandato in presenza di “probabili motivi” per ritenere che il target da sorvegliare sia, direttamente o indirettamente, un agente al servizio di una potenza straniera

[2] L’intestazione della legge deriva dal nome di un quacchero di Filadelfia che nel 1798 si recò a Parigi, senza alcuna autorizzazione governativa, per avviare una trattativa segreta con il governo francese al fine di evitare una guerra tra Francia e Stati Uniti. L’episodio allarmò il Congresso che nel 1799 approvò “Un atto per prevenire l’usurpazione delle funzioni esecutive” da parte di privati cittadini.

[3] Flynn patteggiò la pena dichiarandosi colpevole di aver mentito al Bureau su tali contatti e sul suo ruolo di lobbista non dichiarato per il governo turco

[4] Arrestato grazie al decisivo supporto delle autorità di Kiev e condannato a 7 anni e mezzo di carcere da un giudice federale per false dichiarazioni sui redditi, mancata segnalazione di conti bancari esteri e frodi bancarie.

[5] Condannato per ostacolo alla giustizia, manomissione di testimoni e per aver mentito al Congresso nell’ambito delle indagini Mueller sui suoi sforzi per ottenere informazioni privilegiate sul rilascio da parte di WikiLeaks delle e-mail del Dnc

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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