LA CORTE EDU INTERVIENE SUI CASI DI DISCRIMINAZIONI DI COPPIE OMOSESSUALI

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La Gran Camera della Corte europea dei diritti dell’Uomo ha accettato il rinvio del caso di tre coppie omosessuali di nazionalità russa che vivono tra la Federazione Russa, Lusssemburgo e Germania, che in diverse occasioni avevano mostrato l’intenzione di sposarsi e registrare la notizia di matrimonio presso i loro uffici locali in Russia. 

I casi

La prima coppia di donne, Ms Fedotova e Ms Shipitko, lamentavano presso una Corte di Mosca che il rifiuto di accettare la loro richiesta di matrimonio violasse la Costituzione e diverse Convenzioni internazionali. Il ricorso venne rigettato poiché la Corte riteneva che, in virtù del diritto familiare vigente nel proprio ordinamento, all’art. 1 n.3 del codice sulla famiglia il matrimonio si dovesse basare sul “consenso volontario di un uomo e di una donna” e che la coppia non includesse- evidentemente- un uomo.

Inoltre, il modulo su cui inserire i dati prevedeva l’inserimento dei due sposandi con i riferimenti “lui” e “lei” e che pertanto fosse precluso ad una donna di compilare con i propri dati  la sezione dedicata al “lui” della coppia convenzionale. Infine, che tale diritto non fosse previsto né dalla Costituzione né da alcuna disposizione normativa internazionale vincolante in merito al fatto di dover garantire un matrimonio tra due persone dello stesso sesso.

Tuttavia, le ricorrenti avevano opposto che, invece, all’art 14 del medesimo codice sulla famiglia, rubricato come “circostanze ostative al matrimonio”, non vi era alcun divieto di contrarre matrimonio tra persone dello stesso sesso in quanto non espressamente previsto nell’elenco. Nel 2010, infatti, la Corte d’appello accoglieva il ricorso proprio grazie a quest’ultimo punto.  

Ad un’altra coppia di uomini, Mr Chunusov e Mr Yevtushenko, invece, nella regione Lipetsk della Russia, alla stessa stregua non veniva riconosciuto alcun diritto ad un matrimonio omosessuale. I ricorrenti, in tali circostanze, lamentavano di aver subito una discriminazione per via del proprio orientamento sessuale e che il diritto ad una famiglia fosse riconosciuto da numerose Convenzioni internazionali, tra cui anche la Convenzione europea sui diritti dell’uomo.

Inoltre, lamentavano un illegale rifiuto da parte dell’anagrafe di esaminare la richiesta di matrimonio della coppia nel merito. La Corte, nel rigettare la richiesta, citava la decisione della Corte Costituzionale sul caso di Mr. Murzin, in cui esplicitava il senso del matrimonio in quanto “ biologica unione tra uomo e donna”, rifiutando ogni forma di unione omosessuale in vista di una quanto più completa ed efficace protezione della maternità e dell’infanzia.

I ricorrenti obbiettarono che non vi era alcuna disposizione normativa che definisse il matrimonio come “unione tra sessi diversi” e che il codice sulla famiglia non avesse alcun divieto in merito, come già detto prima. Pertanto, essi avevano il diritto di dare alla propria unione un riconoscimento legale attraverso l’unico mezzo conosciuto, ossia il matrimonio.

La Corte d’appello, però, rigettava le motivazioni dei ricorrenti perché esse non avevano alcuna base legale e, anzi, sosteneva che le proprie lamentele fossero basate su nient’altro che su proprie convinzioni personali dovute ad una mala interpretazione del diritto familiare interno e delle ormai fortemente consolidate tradizioni della propria Nazione.  Ed ancora, le due donne Ms Shaykhraznova e Ms Yakovleva, ottenevano quasi la stessa sorte delle precedenti. 

Il rimedio della Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Le application delle tre coppie gay furono rigettate dagli uffici amministrativi del loro Paese e a seguito dei diversi tentativi frustrati dal diritto interno, i ricorrenti decidono pertanto di appellarsi alla Corte Edu. 

Come noto, quest’ultima può essere adita una volta esperiti i rimedi interni previsti dal diritto nazionale, in omaggio ai principi di sovranità dello Stato, di dominio riservato e di sussidiarietà, per via dei quali uno Stato prima di essere chiamato a rispondere di un illecito internazionale, ha il diritto di poter prima porre fine alla violazione al proprio interno, con gli strumenti ed i rimedi previsti dal proprio ordinamento giuridico.  

Nello specifico, i ricorrenti richiamando le tutele previste ai sensi dell’art 8 (il rispetto ad una vita privata e familiare) e all’ art.14 (divieto di discriminazione) previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sostenevano di essere stati discriminati per il proprio orientamento sessuale e accusavano, inoltre, il proprio sistema di non garantirgli alcuna tutela legale per il pieno godimento del loro legame relazionale in ragione del fatto che, essi, mai avrebbero potuto contrarre matrimonio o unirsi sotto altre forme di unione civile. 

Questo ricorso ha, infine, ricevuto pieno e unanime avallo dai giudici della Gran Camera della Corte Edu, nella cui sentenza essi hanno riconosciuto la violazione dell’art 8 della Convenzione EDU. Inoltre, la Corte ha specificato che il ricorso delle parti non è manifestamente infondato o inammissibile e che i ricorrenti hanno pieno diritto di adire la Corte in virtù dell’art 35 della Convenzione che espressamente prevede che “la Corte non può essere adita se non dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne, come inteso secondo i principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti…” e che un ricorso è irricevibile, tra gli altri, solo quando “… il ricorrente non ha subito alcun pregiudizio importante, salvo che il rispetto dei diritti dell’uomo garantiti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli esiga un esame del ricorso nel merito…”. Pertanto, i vari ricorsi devono necessariamente dichiarati ammissibili.

Alla luce dei risvolti giurisprudenziali esplicitati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, si può concludere sostenendo che, in alcuni casi, il rigido rispetto delle disposizioni normative interne di un determinato ordinamento, supportato da quel velato anelito conservatorista del rispetto delle tradizioni  familiari (e/o religiose) di un determinato popolo, spesso sortisce solo l’effetto di risultare anacronistico e inattuale.

Inoltre, ci interroga e ci fa riflettere sul fatto che determinati principi, quali ad esempio quello in questione sulla discrimazione dovuta al proprio orientamento sessuale, devono o dovrebbero proporsi quali effettivi mezzi di protezione per ogni cittadino in serio rischio di subire violazioni dei propri diritti o che ne sia, addirittura, già vittima. 

E’ forse, questa decisione, una grande occasione per dare una effettiva virata alla tendenza di molti Stati contraenti di buttare sotto il tappeto quella polvere che ormai sta diventando troppa da nascondervi sotto?

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