SUMMIT SPECIALE ASEAN-CINA: TRA PROMESSE E TENSIONI

Fonte Immagine: https://asean.org/joint-statement-of-the-asean-china-special-summit-to-commemorate-the-30th-anniversary-of-asean-china-dialogue-relations-comprehensive-strategic-partnership-for-peace-security-prosperity-and-sustain/

Lunedì ventidue novembre si è tenuto un incontro decisivo fra i Paesi ASEAN e la Cina, con un occhio di riguardo verso la spinosa questione del Mar Cinese Meridionale; si cerca di analizzare i risvolti dell’incontro alla luce delle controversie in atto. 

Lunedì ventidue novembre si è tenuto un incontro virtuale tra le autorità della Repubblica Popolare Cinese (RPC) e le rispettive controparti dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) in occasione del trentesimo anniversario dello stabilimento dei rapporti di dialogo tra Cina e ASEAN.

Tale summit speciale si inserisce in un contesto particolarmente complesso fra le due realtà asiatiche. La questione del Mar Cinese Meridionale ha visto di recente un’escalation di tensioni che coinvolgono non solo il mondo del sud-est asiatico e la Cina ma diverse potenze internazionali (compresi gli Stati Uniti), impegnate in una “lotta” per il controllo delle acque e di diversi atolli presenti nell’Indopacifico.

È probabilmente proprio per questo motivo che il presidente cinese Xi Jinping ha deciso durante l’incontro speciale di ribadire con forza la volontà della Repubblica popolare di non voler presentarsi di fronte a quelli che considera i suoi collaboratori e alleati come una potenza egemone e coloniale, pronta in ogni momento a imporsi con prepotenza sui Paesi più piccoli.

Tali affermazioni sono state coronate dalla stipula fra le due potenze di un importante “partenariato strategico globale”. L’annuncio circa la creazione di tale accordo era avvenuto già il 29 ottobre, a seguito dell’incontro tenutosi come prassi a margine del ventiquattresimo summit virtuale ASEAN tra il primo ministro cinese Li Keqiang e i rappresentanti sud asiatici. A fornire tale annuncio è stato il sultano del Brunei (Paese che quest’anno detiene la presidenza dell’associazione), Hassanal Bolkiah, che si è dimostrato positivo nei confronti di una maggiore collaborazione con la Cina per garantire sicurezza e prosperità nell’area. 

Il presidente Xi ha poi, all’effettiva stipula dell’accordo, voluto sottolineare come il partenariato assuma un’importanza globale: una pietra miliare nei rapporti fra le potenze dell’intera regione. L’accordo oltre a garantire la creazione di un libero mercato fra le due entità, prevedrebbe una lunga serie di tutele e collaborazioni in diversi ambiti. In primo luogo, si prospetta la creazione di un meccanismo atto a risolvere in maniera più efficace le eventuali controversie tra l’RPC e i diversi membri ASEAN, così da “superare” i tradizionali incontri bilaterali che, a detta di Xi, ben si prestano all’intromissione da parte di potenze estere. In secondo luogo, la Cina si offre anche di presentarsi negli affari internazionali in qualità di una sorta di garante per la regione assicurando la nascita di un’alleanza mutualmente beneficiaria per le due realtà, con l’obbiettivo di costruire insieme una “casa” sicura, prospera, bella e amichevole. 

Infine, la Repubblica di Xi ha già programmato in virtù di questo clima di rinnovata fiducia di sostenere anche economicamente le nazioni sud-asiatiche. Sono già pronte 150 milioni di dosi di vaccino da spedire alle regioni ancora in difficoltà nel contesto della lotta al virus Covid-19, mentre sempre la Cina invierà una cifra pari a 5 milioni di dollari all’” ASEAN Response Fund” impegnato anch’esso al contrasto alla pandemia. Nei prossimi tre anni, la potenza di Xi si impegnerà anche a fornire un adeguato sostentamento economico alle più deboli nazioni alleate per un’efficiente ripresa economica post-pandemica. In aggiunta a ciò, il Dragone si impegnerà nei prossimi cinque anni a importare prodotti di qualità provenienti dai Paesi ASEAN, tra i quali sono già stati presi in considerazione prodotti agricoli dal valore totale di 150 miliardi di dollari americani.

Secondo svariati esperti del settore, tali impegni e promesse farebbero parte di una tattica collaudata dell’RPC che da un lato tende a tenere stretti a sé potenziali avversari strategici tramite aiuti economici, dall’altro li tiene per così dire “sotto scacco” con azioni militari più o meno aggressive e intimidatorie.

Non è un caso che tali promesse siano state veementemente avanzate a pochi giorni di distanza da un incidente diplomatico che ha visto coinvolte la marina cinese e le autorità filippine. La settimana precedente al summit speciale, il presidente filippino Rodrigo Duterte aveva infatti condannato pubblicamente il raid di tre navi da guerra cinesi, ree di aver trattenuto e poi colpito con cannoni ad acqua due barche filippine che stavano consegnando rifornimenti alle truppe militari di stanza alla secca conosciuta internazionalmente come “Second Thomas Shoal”, occupata dal governo di Duterte e da tempo oggetto di contese fra diversi Paesi, tra cui anche l’RPC.

Le Filippine avevano chiesto formalmente alla Repubblica popolare di rispettare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (anche nota come UNCLOS) e la sentenza internazionale del Tribunale dell’Aia del 2016, emessa a seguito di una causa intentata proprio dalle Filippine nel 2013, la quale afferma come non esistano basi legali di diritto internazionale per le rivendicazioni cinesi sul Mar Cinese Meridionale. Il Dragone, a seguito dell’ultimo incidente, aveva rifiutato di riconoscere la sentenza e rilasciare le barche filippine, creando una pericolosa situazione di stallo.

Il 21 novembre, proprio il giorno prima del summit con l’ASEAN, il segretario della difesa filippino Delfin Lorenzana ha annunciato che la Cina aveva deciso di restituire le imbarcazioni sequestrate e di non interferire con le operazioni dello Stato delle Filippine nella secca, senza tuttavia rinunciare formalmente alle rivendicazioni sugli atolli in discussione, appartenenti alle isole Spratly.

Le Spratly come le isole Paracelso fanno parte di una serie di atolli e arcipelaghi ricchi di risorse naturali, tra cui petrolio e gas naturali, da tempo oggetto di contesa fra diversi Stati sud-asiatici e il gigante cinese. Queste ultime, la Paracelso, sono da anni all’origine di diverse dispute fra l’RPC e la Repubblica Socialista del Vietnam e hanno di fatto posto un ostacolo a una totale collaborazione fra i due Paesi nel contesto internazionale.

L’ultimo episodio risale ad Aprile 2020 quando una nave della guardia costiera cinese aveva affondato un peschereccio vietnamita al largo dell’isola conosciuta come “Woody”, appartenente alle Paracelso. Da allora, però, parrebbe che non vi siano stati più contrasti di tale portata, nonostante diversi accordi bilaterali relativi alle isole in questione fra le due repubbliche vengano costantemente ignorati o volutamente violati. 

Tale comportamento da parte del Vietnam sembrerebbe di fatto riproporsi in diverse forme anche in altri Paesi membri dell’ASEAN per quanto riguarda i rapporti con la Cina: da un lato si tende a “temerla” da un punto di vista prettamente territoriale, dall’altro non si disdegnano i preziosi rapporti economici e commerciali che lo Stato di Pechino offre.

Suddetti comportamenti sono da diverso tempo oggetto di preoccupazione per gli Stati Uniti, i quali da decenni inviano supporto bellico nel Mar Cinese Meridionale alle nazioni minacciate dall’espansionismo cinese.

Nel caso sopracitato delle Filippine, ad esempio, l’amministrazione Biden aveva minacciato la Cina di essere pronta ad intervenire militarmente in caso di un attacco diretto allo Stato di Manila, in base a obblighi di difesa stipulati precedentemente fra le due nazioni. La questione, come abbiamo visto, si è però risolta bilateralmente tra i singoli stati asiatici.

Per quanto concerne il Vietnam, la situazione appare ancora più complessa: come indicato da Carlyle Thayer, professore emerito alla “University of New South Wales”, la possibilità di collaborazione militare tra Washington e Hanoi si fa sempre più limitata. Il “Libro Bianco” vietnamita relativo alla difesa tende a precisare come in situazioni specifiche Hanoi possa stipulare alleanze militari con diversi Paesi di sua scelta, inclusa quindi l’RPC. Inoltre, un altro problema è dato dal fatto che l’85% dei rifornimenti militari vietnamiti sono di provenienza russa: secondo un atto del Congresso, relativo al 2017, gli Stati Uniti potrebbero di fatto “punire” tutti quei Paesi che operano transazioni militari significative con Mosca. 

Tale quadro è inoltre esacerbato dai recenti lavori operati tra Cina e ASEAN relativi a un codice di condotta nel Mar Cinese Meridionale che potrebbe limitare le esercitazioni militari e lo sfruttamento delle risorse petrolifere ai soli Paesi regionali. 

Nel caso filippino, anche l’Unione Europea aveva chiesto alle potenze in gioco di rispettare la libertà di navigazione e di sorvolamento della zona contesa ma, se possibile, con risultati ancora più scarsi di quelli statunitensi. La Repubblica di Xi Jinping, tramite una missione inviata all’Unione, si era limitata a sostenere che i rappresentanti dei Paesi in disputa si trovavano già in comunicazione e chiedeva in aggiunta all’Europa di non interferire nelle questioni regionali in quanto tale intromissione avrebbe messo a rischio la stessa pace e stabilità della regione.

Ancora a oggi non possiamo affermare con certezza che l’ASEAN stia sbilanciando le alleanze nell’Indopacifico a favore della Repubblica di Pechino: numerose sono ancora le difficoltà oggettive che tale alleanza dovrebbe affrontare per essere considerata piena e definitiva e numerose le questioni e le tensioni irrisolte, senza considerare che a livello politico la stessa Associazione fatichi ancora a presentarsi come una solida unità. Una cosa tuttavia è certa: il Mar Cinese Meridionale si afferma sempre di più quale zona strategicamente calda nello scacchiere internazionale, e l’ASEAN giocherà un ruolo fondamentale nelle prossime partite con cui le nuove potenze egemoni, o aspiranti tali, dovranno fare i conti.

Martina Usai

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from ASIA E OCEANIA