INDIA & BANGLADESH: DUE STATI CON DUE RELIGIONI AL “LIMITE”

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In un mondo sempre più globalizzato non si può pensare che ciò che accade in un Paese rimanga circoscritto in quel Paese e non generi effetti – siano essi positivi o negativi – su altri. 

Stiamo parlando dell’India e del Bangladesh, due Paesi confinanti, simili, ma allo stesso modo diversi. In Bangladesh come in India vi è una molteplicità di religioni caratterizzate da credenze e pratiche culturali differenti che hanno costituito da sempre motivo di scontro fra i due Paesi.

Stando alla cronaca più attuale, possiamo evincere quanto questo attrito sia ancora presente all’interno delle due società contemporanee. Tuttavia, per poter analizzare al meglio la questione, risulta necessario fare un passo indietro introducendo dapprima in maniera quantitativa le formazioni religiose presenti rispettivamente in India e Bangladesh.

Successivamente, ci focalizzeremo sul percorso storico degli eventi così da arrivare a delineare lo scenario completo anche alla luce degli avvenimenti più recenti che vedono come protagonista in negativo la premier bengalese Sheikh Hasina Wajed e la sua discutibile politica di islamizzazione del Bangladesh.

I numeri 


In India, stando a quanto riportato da censusindia.gov.in, la maggior parte della popolazione indiana è induista (80,5%). Al secondo posto, ma con un cospicuo distacco, l’islam con una popolazione di credenti che si attesta al 13,4%. Infine, fra le altre minoranze religiose più rappresentative, troviamo il cristianesimopraticato dal 2,3% degli indiani. 

In Bangladesh, invece, come riportato da state.gov, l’islam risulta essere la formazione religiosa più presente (89,3%). Al secondo posto, l’induismo viene rappresentato dal 9,6% della popolazione bengalese. Le restanti religioni quali buddismo e cristianesimo hanno invece una rilevanza minore proprio come in India.

Il contrasto religioso tra India e Bangladesh

La situazione di contrasto tra India e Bangladesh nasce proprio dai difficili rapporti tra islamisti estremisti e induisti, maturati attraverso il decorso degli eventi. L’attrito ha origini ben lontane risalenti alle guerre indo-pakistane e al processo di liberazione bengalese

Nel 1947, l’India Britannica fu divisa in due parti: una a predominanza religiosa musulmana (attuali Pakistan e Bangladesh) ed una a predominanza religiosa induista (attuale India). La suddivisione del territorio diede origine a forti esodi di rifugiati per motivi religiosi in entrambe le direzioni. Molti induisti si spostarono dal Pakistan verso l’India. Al contrario, molti musulmani si iniziarono a muovere dall’Indiaverso il Pakistan. Questi eventi fecero scoppiare le guerre indo-pakistane.

Da questi conflitti deriva il processo di liberazione bengalese. Tutto nacque poiché i pakistani orientali (bengalesi), sentendosi emarginati dal governo centrale rappresentato dai pakistani occidentali, iniziarono a pretendere maggiore autonomia. Ad esempio, richiesero il riconoscimento ufficiale della lingua bengalese come lingua nazionale al pari di quella dell’urdu parlata dai pakistani occidentali.

Tali rivendicazioni provocarono diverse reazioni cruente da parte dei pakistani occidentali come la nota Operation Searchlight, consistente in un vero e proprio genocidio della popolazione bengalese presente nel territorio del Bengala. Questi eventi determinarono nel 1971 la separazione del Pakistan orientale e la costituzione del Bangladesh come Paese indipendente.

Questi sviluppi hanno inasprito i rapporti fra IndiaPakistan e Bangladesh ed hanno portato a scontri sempre più violenti. Dunque, secondo quanto analizzato precedentemente, possiamo evincere che i tre Paesi hanno una storia e una popolazione comune.

Di conseguenza, ogni evento che si concretizza all’interno della giurisdizione di ognuno di essi, può generare degli effetti negli altri Stati confinanti. Questo è il caso specifico del rapporto di interdipendenza che sussiste tra India e Bangladesh e che vede come tema principale ancora una volta la religione con l’induismo e l’islamismo a fare da protagoniste. 

Dal 1949, l’India è divenuto un Paese laico ed egalitario. Tuttavia, nel 2019 il governo nazionalista indù del premier Narendra Modi ha introdotto delle regole discriminatorie sulla nazionalità
Come riportato da internazionale.it, la legge concede la nazionalità indiana a tutte le persone che fuggono dai Paesi vicini a causa di persecuzioni religiose ad eccezione dei musulmani.

Come possiamo immaginare, queste decisioni hanno provocato delle reazioni da parte della comunità islamica sia locale che confinante l’India. A tal proposito, la premier bengalese del partito al potere Awami League (la lega popolare bengalese), Sheikh Hasina Wajed, ha dichiarato quanto sia proprio il trattamento dei musulmani da parte delle autorità indiane a causare scontri e violenze nei confronti delle comunità induiste presenti in Bangladesh. In effetti, in passato numerosi sono stati gli eventi che, generatisi in India, sfociavano in ulteriori violenze in Bangladesh

Nel 1992, ad esempio, alcuni induisti estremisti avevano distrutto una moschea in territorio indiano e quest’atto aveva provocato l’insurrezione di gruppi islamisti estremisti presenti in Bangladesh proprio a danno delle comunità induiste locali. 

L’ottobre scorso, invece, durante la tradizionale festa induista della Durga Puja in Bangladesh, si sono manifestate nuove violenze dopo l’attacco mosso da rappresentanti musulmani a case e templi induisti. Tutto nasce da una notizia diffusa sui social network in cui si accusava un gruppo di induisti di Comilla di aver profanato una copia del sacro Corano posizionandolo sotto i piedi di una statua indù. Da lì la reazione dei musulmani estremisti che hanno attaccato templi e statue di culto induista fin tanto ad arrivare allo scontro fisico fra le due fazioni che ha visto la morte di diversi civili e l’arresto di circa 600 persone.

Ain o Salish Kendra, un’organizzazione per i diritti umani del Bangladesh che documenta gli attacchi alle minoranze, stima che 3.679 attacchi contro gli indù hanno avuto luogo nel Paese dal 2013 a oggi. Durante queste aggressioni, 11 indù sono stati uccisi e 862 sono rimasti feriti.

Tuttavia, come affermato dal segretario generale del Comitato per la celebrazione della Durga Puja di Comilla, Nirmol Pal, si pensa sia stato un “atto provocatorio per interferire con le nostre celebrazioni. I musulmani hanno messo una copia del Corano nel nostro luogo sacro e ci hanno accusato di averla profanata”. 

La posizione della premier bengalese Sheikh Hasina Wajed

Nel 2006, Sheikh Hasina Wajed è diventata Primo ministro del Bangladesh succedendo a Fakhruddin Ahmed. Hasina è la figlia del primo presidente nonché padre fondatore del Bangladesh Sheikh Mujibur Rahman

Fin dalla propaganda pre-elezioni, Hasina ha giurato di difendere la libertà religiosa e si è schierata contro la violenza sulle donne e gli abusi sessuali. Tuttavia, da quando è salita al potere la premier ha creato un programma di governo che prevedesse la costruzione di 560 luoghi di culto islamici di cui 50 moschee in occasione dell’anno del Mujib.

Questa direzione politica ha fatto da subito insorgere le comunità religiose minori bengalesi che hanno richiesto l’instaurazione di luoghi di culto che le rappresentassero allo stesso modo. 

Al contrario, Sheikh Hasina ha attuato tutte le misure per rafforzare la posizione islamista all’interno della realtà bengalese. Ha scoraggiato l’istruzione, ha equiparato le lauree madrasa (convitto musulmano ove si impartiscono insegnamenti di religione e diritto islamici) alle lauree universitarie e addirittura ha rimosso opere di scrittori non musulmani dai libri scolastici per includere solo quelli di scrittori musulmani.

Ogni volta che gli indù vengono perseguitati dai fondamentalisti musulmani, Sheikh Hasina promette di arrestare e punire i colpevoli. Tuttavia, la realtà è diversa. Come sostenuto da The International Arbitration Centre, un’organizzazione per i diritti umani, negli ultimi nove anni nessun criminale musulmano è stato mai arrestato.

Conclusioni

Pare ineccepibile come la premier bengalese sia stata capace di soggiogare un’intera popolazione promettendole uguaglianza e pari opportunità avviando, nello stesso momento, un vero e proprio processo di islamizzazione del Bangladesh, un Paese che, stando alle promesse del partito in carica Awami League, dovrebbe ritornare laico reintroducendo la costituzione del 1972 che era stata accantonata dai due emendamenti del regime militare che tra il 1978 e il 1990 avevano istituito l’islam come religione di Stato.

In quanto tale, non è possibile permettere la realizzazione di un processo simile. Il Bangladesh deve poter mantenere la sua natura di società laica all’interno della quale possano convivere più realtà religiose e culturali. Non può esser negato il libero pensiero e minata la sicurezza delle minoranze. Allo stesso modo, vicende di violenza realizzate all’interno di un altro Paese come ad esempio l’India, non devono travalicare il confine e generare ulteriori violenze in altri territori. 

Proprio perché ci troviamo in un mondo sempre più globalizzato, internazionalizzata deve essere la responsabilità riguardo il tema sopra discusso. Bisogna intervenire tramite l’utilizzo di strumenti quali la partecipazione internazionale e la diplomazia, le due chiavi di risoluzione più efficaci. 

Gli Stati Uniti si sono mossi in tal senso facendo forza sulla loro politica globale per la promozione dei diritti umani e hanno sottoscritto la loro linea di pensiero nel Report on International Religious Freedom. Attraverso i vari incontri istituzionali e le molteplici dichiarazioni pubbliche, gli Stati Uniti hanno incoraggiato il governo bengalese a proteggere concretamente i diritti delle minoranze invitandolo, inoltre, a garantire il giusto processo per tutti i cittadini. 


Anche l’Italia ha colto l’opportunità per dare il suo contributo e fare luce su tale questione. Lo ha fatto tramite un’ordinanza del Tribunale di Salerno del 16 agosto 2018. Il giudice ha riconosciuto la protezione sussidiaria ad un cittadino bengalese di fede induista poiché “si tratta evidentemente di una situazione alla quale lo Stato non è in grado di far fronte adeguatamente […] il clima di violenza e persecuzione dura immutabilmente da molti anni e non accenna a placarsi, vedendo tra i suoi protagonisti anche alcuni appartenenti alle forze dell’ordine, in un clima di diffusa tolleranza di tali violenze da parte dell’opinione pubblica e della classe politica […] nella specie, quindi, a fronteggiare il rischio che incombe sul ricorrente, appare adeguato il ricorso allo strumento della protezione sussidiaria ai sensi dell’art.14 lett. a) e b) del d.lgs cit.”.

In conclusione, risulta necessario sottolineare ancora una volta quanto il suddetto problema debba essere affrontato quindi risolto tramite il lavoro di collaborazione istituzionale e giuridica su scala internazionale, che sia in grado di collimare considerazioni talvolta in conflitto. Ad esempio, come chiaramente sostenuto dallo Statuto delle Nazioni Unite, l’interesse nazionale dei Paesi per il mantenimento della loro sovranità inerente la giurisdizione interna non può travalicare il rispetto dei diritti fondamentali dell’essere umano. 

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