LA “DOTTRINA BIDEN”: PERCHÉ PER WASHINGTON LA SFIDA CON PECHINO SI GIOCHERÀ ANCHE SUL PIANO IDEOLOGICO

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I primi dodici mesi di presidenza statunitense hanno portato alla luce la cosiddetta “dottrina Biden” che confermando sulla scena internazionale il contrasto tra Washington e Pechino evidenzia, al tempo stesso, una nuova strategia di politica estera, che diviene ora funzione della “middle class” americana.

1.I primi passi di Biden nel grande duello con la Cina

Nel corso del suo primo anno di presidenza Joe Biden ha proposto una svolta etica e culturale, prima ancora che politica, anche sul versante della politica estera, in risposta a quella che lui stesso ha definito la “sfida del secolo”, non soltanto nel contrasto alla Cina ma cercando di dimostrare come “le democrazie siano in grado di governare meglio delle autocrazie”.

Il documento “Interim National Security Strategic Guidance” inaugura di fatto un “ nuovo corso”, attraverso il quale l’amministrazione statunitense rilancia le alleanze e le partnership con gli alleati storici. Durante il suo discorso al Dipartimento di Stato del febbraio scorso, Biden, riaffermando il suo celeberrimo motto “America is back”, definì la Cina il “concorrente più serio” ma chiarì che ogni azione di politica estera avrebbe dovuto tenere “conto delle famiglie lavoratici americane”.

Il ricambio generazionale imposto da Biden ha portato alla guida del National Security Council il poco più che quarantenne Jake Sullivan fautore di una politica estera “nell’interesse dei lavoratori americani”. L’agenda trova il suo fondamento nel “Making U.S Foreign Policy Work Better for the Middle Class”, di cui è coautore lo stesso Sullivan. Uno dei pilastri dell’agenda dichiara la necessità di “bandire” obiettivi di politica estera “alti o arroganti” che risultino essere slegati da esigenze di politica interna.

2.Perché la crisi afghana ha portato alla luce la dottrina Biden

Si può ritenere che la crisi afghana abbia fatto emergere la cosiddetta “dottrina Biden”. Il ritiro da Kabul sembra aver delineato una visione più pragmatica e ristretta dell’interesse nazionale statunitense, rilegando l’uso della forza militare soltanto nei casi in cui la sicurezza degli Stati Uniti risulti essere messa in pericolo.

Portato a compimento il ritiro da Kabul, il Capo della Casa Bianca ha preannunciato l’inizio di una nuova fase della politica estera americana che segna la fine delle “grandi operazioni militari”, indirizzando le future missioni verso obiettivi precisi e concentrandosi esclusivamente nell’interesse fondamentale della sicurezza del Paese.

I sostenitori ritengono che questo approccio darà la possibilità di mettere nel mirino i rivali strategici, in primis Russia e Cina, concentrandosi sulle sfide globali, come la crisi climatica, senza correre il rischio di sperperare risorse ed energie in conflitti ritenuti inutili, in particolar modo nello scenario mediorientale.

Altri, invece, paventano il rischio che Biden stia inaugurando una fase di pericoloso ridimensionamento della potenza americana che potrebbe finire, paradossalmente, per favorire proprio Pechino e Mosca. Tendenza confermata anche dallo stesso Biden che ha chiarito come d’ora in avanti le forze armate dovranno essere in grado di operare in maniera “chirurgica”, specie nel contrasto al terrorismo.

3.In che modo Biden vuole sconfiggere Pechino (anche sul piano ideologico)

Durante l’incontro virtuale del mese di novembre tra il leader cinese Xi Jimping e Biden, i due leader hanno intrattenutoun confronto “rispettoso e diretto”.

I funzionari della Casa Bianca auspicavano che la cerimonia di firma di South Lawn per un nuovo massiccio pacchetto di lavori pubblici, avvenuta poche ore prima del vertice, avrebbe giovato il Capo della Casa Bianca, anche in politica estera, cercando di dimostrare, come più volte rimarcato da Biden, che le democrazie possano risultare più efficienti delle autocrazie. Il disegno di Biden viene ulteriormente rafforzato dal fatto la legge sia stata approvata anche con il sostegno di alcuni repubblicani.

Il Capo della Casa Bianca è infatti fermamente convinto che gli investimenti e gli aiuti al popolo americano, i miglioramenti tecnologici delle imprese e la protezione delle proprietà intellettuali risulteranno essere decisivi nella sfida con Pechino.

4.Perché per la Casa Bianca tutte le strade portano a Pechino

A poco più di un anno dall’elezione del presidente Biden è possibile iniziare a scorgere i lineamenti della sua condotta di politica estera: l’inquilino della Casa Bianca ha contrastato la Cina, lavorando a stretto contatto con il “Quad”, il forum di cooperazione formato da India, Australia, Giappone e Stati Uniti; ha promosso l’accordo “Aukus” di concerto, ancora una volta con Tokyo, con India e Australia; ha impegnato nuovamente, dopo la parentesi Trump, gli Stati Uniti nell’Organizzazione Mondiale della Sanità e nell’Accordo di Parigi con l’obiettivo di limitare il cambiamento climatico; ha ritirato le truppe americane dalla “guerra senza fine” in Afghanistan.

Una buona fetta dei problemi sui quali l’amministrazione Biden sta concentrando la propria attenzione, sia a livello nazionale che sullo scenario internazionale, possiede un nesso con la Cina. I problemi della catena di approvvigionamento che stanno provocando, tra le altre cose, anche l’incremento del tasso di inflazione, possono essere ricondotti a carenze negli stabilimenti cinesi; la lotta ai cambiamenti climatici richiede anche il consenso di Xi, che ha mostrato una certa volontà di collaborare con Biden.

La strategia di Biden sarà probabilmente quella di mettere le persone al primo posto, misurando le azioni statali in termini di impatto sulla popolazione. Questo approccio è noto come “globalismo ed è incentrato prevalentemente sull’idea che i funzionari di governo possano divenire, a tutti gli effetti, attori della politica globale.

Biden sembra muoversi proprio in questa direzione: il discorso dello scorso settembre all’Assemblea generale delle Nazione Unite ha infatti tracciato una lunga lista di problemi globali, che spaziano dalla salute, dai cambiamenti climatici, alla disuguaglianza e alla corruzione.

Non è un caso come, ad oggi, il più grande successo della sua presidenza sia stato, grazie anche all’intermediazione di John Kerry, inviato per il clima, il raggiungimento di un accordo tra Stati Uniti e Cina che coopereranno sui tagli alle emissioni di anidride carbonica e metano. Il richiamo alla competizione con la superpotenza cinese è comunque troppo forte tanto per Biden, quanto per la squadra di politica estera del presidente: il Segretario di Stato Antony Blinken e il consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan sono veterani del “Pivot to Asia”, concetto sviluppato durante l’amministrazione Obama attraverso il quale gli Stati Uniti rifornirono di nuova linfa il proprio ruolo nello scenario internazionale, fornendo priorità strategica al teatro Asia-Pacifico.

5.Conclusioni. In che modo, paradossalmente, Washington e Pechino collaboreranno tra di loro.

Durante la seconda parte della sua presidenza appare plausibile ritenere che Biden articolerà le relazioni con la Cina seguendo due piani distinti, apparentemente contraddittori tra di loro: da un lato su alcuni aspetti, come quello climatico e sanitario, Washington cercherà la cooperazione con la Cina. Su diverse altre questioni, come il primato militare, la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il commercio equo, i diritti di proprietà intellettuale, il rispetto dei diritti umani, la relazione tra i due Paesi richiederà concorrenza e coercizione.

Biden crede fermamente nel valore intrinseco e nella superiorità della democrazia rispetto alle altre forme di governo, ritenendola in grado di offrire benessere e prosperità al maggior numero di persone. Ma la convinzione della Casa Bianca dovrà ora superare la prova empirica, dimostrando come la democrazia a stelle e strisce possa fornire risultati concreti per il popolo americano.

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