SFIDE, OPPORTUNITÀ E CRITICITÀ DEL COMMERCIO MONDIALE

Fonte immagine: finacialounge.com

L’auspicato contesto attuale di ripresa economica è caratterizzato da una forte propensione al consumo e da ordinativi in continua crescita. Tuttavia, l’infrastruttura commerciale globale deve far fronte a elementi di disturbo quali l’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia.  La sfida per i maggiori player internazionali è oggi quella di rilanciare il multilateralismo, garantendosi al contempo uno spazio di autonomia all’interno delle filiere produttive divenute strategiche.

Il complesso scenario attuale

L’emergenza pandemica da Covid-19, dal punto di vista economico, ha causato uno shock esogeno combinato di offerta e di domanda aggregata, che ha influito negativamente sulla funzionalità e dinamicità dell’interscambio commerciale. Il graduale percorso di ripresa è stato caratterizzato da politiche monetarie espansive senza precedenti messe in atto dalle banche centrali quali FED e BCE, si pensi al PEPP — Pandemic Emergency Purchase Programme, il piano di acquisto dei titoli di Stato dei Paesi Ue da 1.850 miliardi di euro lanciato a marzo del 2020 — oltreché di bilancio, le quali intendono agire sul lato della domanda, sollevando tuttavia nuove incognite per gli operatori finanziari e i policy makers.


Il concetto economico di scarsità, equivalente alla condizione per cui una determinata risorsa è presente in quantità insufficiente rispetto ai possibili impieghi per cui viene richiesta, comporta che in condizioni di domanda eccedente l’offerta si verifichi un aumento dei prezzi; il riferimento è dunque al processo inflazionistico in corso. Le continue rassicurazioni pervenute dalle banche centrali, FED e BCE in testa, sulla temporaneità dei rincari, trovano sempre meno conferma, suscitando il timore che la spirale inflazionistica possa essere strutturale, o che la sua temporaneità sia più lunga del previsto, come del resto ammesso dalla stessa Lagarde e in riferimento al quale la grande immissione di liquidità è solo una delle concause.


Le problematiche della catena di approvvigionamento


E’ opinione diffusa che il fenomeno di scarsità in atto sia causato dalla crisi della ‘supply chain’, ovvero quel meccanismo complesso e sempre più interconnesso che unisce produzione, logistica e trasporto dei beni. La globalizzazione, per definizione, comporta un aumento dei commerci ed è resa possibile dalla frammentazione dei luoghi di produzione e consumo, dalla celerità della movimentazione delle merci e dall’abbattimento dei costi di trasporto delle idee, elementi cardine della teorizzazione del concetto del secondo unbundling di Baldwin

Ebbene, il forte rimbalzo degli ordinativi post-pandemici ha causato un cortocircuito nella supply chain: la produzione  mantiene a fatica il passo della domanda, i container sono merce rara e altamente costosa, fenomeni speculativi si sono verificati su materie prime quali il petrolio – bene anelastico in quanto tutt’ora scarsamente sostituibile, come riportato dal CRB Index, indice dei prezzi dei futures su materie prime, il costo dell’energia è in deciso e costante aumento – basti qui citare il rally del gas naturale, l’incremento dei noli – ora in fase di ritracciamento, come constatabile dal Baltic dry Index, unitamente ai rallentamenti operativi nei grandi hub mondiali causati da focolai, controlli sanitari, mancanza di manodopera. 

Pertanto, al fine di soddisfare la crescente domanda, numerose fabbriche hanno tentato di aumentare la produzione; tuttavia, economicamente, nel brevissimo periodo difficilmente le imprese riusciranno ad aumentare l’offerta se non in virtù di eventuali scorte, nel breve si può tentare di aumentare gli input quali le materie prime, con tutte le difficoltà del caso, e sarà dunque solo nel lungo periodo che aumenterà la disponibilità di macchinari e di materie prime, incrementando cosi l’offerta. 

Il caso dei microchip


Ne è un esempio la vicenda legata ai microchip, componenti indispensabili per l’industria automobilistica e dei deviceselettronici. Si pensi che Apple, in occasione dell’ultima trimestrale, ha annunciato il taglio della produzione  a causa dello shortage di microchip. L’assemblaggio di questi strumenti si verifica prevalentemente in due paesi: Corea del Sud e Taiwan.

La collocazione geografica è un elemento essenziale, perché ci permette di valutarne l’importanza strategica dal punto di vista geopolitico, consentendoci di meglio comprendere l’interesse del mondo occidentale, USA in testa, a rafforzare la loro vicinanza diplomatica, militare e finanziaria nel sud est asiatico, ammonendo la Cina sulle possibili conseguenze dell’escalation su Taiwan ed alimentando una disputa commerciale che è tutt’altro che conclusa.  

Già agli inizi del 2020 il governo americano aveva incrementato le pressioni sulla Taiwan Semiconductor Manifacturing Company, al fine di bloccare le forniture di chip per le imprese cinesi e virare sulla produzione ad uso militare negli USA in modo da sottrarsi alle interferenze di Pechino.

La manifattura dei microchip richiede un processo tecnologicamente complesso, che necessita di rilevanti investimenti in infrastrutture e manodopera qualificata; ecco perché rafforzare l’indipendenza è un obiettivo strategico, ed ecco spiegato perché la Commissione europea è pronta a dare il via libera ad aiuti pubblici al comparto dei microprocessori, sulla scia di quanto realizzato in America dall’Innovation and Competition act.

Il fattore ‘rarità’

Ulteriore querelle geopolitica, le cosiddette terre rare. Per la produzione di beni hi-tech, armamenti, ma anche indispensabili per il settore della green economy, occorrono numerosi metalli di difficile reperimento tra cui rileva un gruppo di 17 elementi noti appunto come ‘terre rare’.

Sebbene la loro rarità non sia quantitativa ma piuttosto dovuta alla complessità, al costo e all’impatto ambientale del reperimento, garantirsi un adeguato approvvigionamento costituisce un obiettivo strategico primario. Il mercato è attualmente dominato dalla Cina che ne produce circa il 60% e ne raffina l’80%, ergendosi dunque a player imprescindibile per il rifornimento delle supply chain globali.

Chiaramente, ciò comporta la necessità per l’occidente di affrancarsi da tale eccessiva dipendenza e leva geopolitica nella conduzione delle relazioni internazionali, ricercando nuovi poli produttivi oggi potenzialmente individuati nel continente africano, all’interno del quale tuttavia la partita geopolitica è tutta da giocare, presentandosi problematiche quali la corruzione dei governi locali, l’instabilità sociale e politica, la garanzia del rispetto dei diritti umani e la contestuale presenza di molteplici realtà nazionali in sfida tra loro.

L’outlook 

Alla luce delle considerazioni svolte, quali dunque i possibili risvolti e conseguenze sul futuro del commercio globale? Nel corso del G7 in Cornovaglia e nonostante le prove di dialogo USA – Cina degli ultimi giorni, il dragone è stato individuato quale principale avversario in numerosi settori chiave, contestato per l’eccessiva aggressività delle iniziative commerciali intraprese. 


Appare necessario, per il futuro del commercio, lasciarsi alle spalle il ricorso al protezionismo e all’imposizione di dazi, rilanciando viceversa la riforma del WTO, riducendo la portata degli accordi commerciali regionali e puntando al multilateralismo  – come la stessa Cina dichiara di voler fare.

Inoltre, all’interno dell’organizzazione mondiale del commercio, emerge la necessità di prevedere un nuovo e più efficace meccanismo di risoluzione delle controversie oltre alla opportunità di estendere il diretto coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo; circostanza essenziale se l’obiettivo è di stimolare una crescita equa e sostenibile, da coordinare con gli ambiziosi ma improrogabili obiettivi climatici di recente ribaditi nel corso della Cop-26.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from Geopolitica Economica