IN SERBIA ANCORA PROTESTE CONTRO LA MINIERA DI LITIO DI RIO TINTO

Fonte Immagine: Mašina.rs

Il 24 Novembre, a Belgrado, una nuova manifestazione legata all’apertura della miniera di litio da parte della società Rio Tinto. Il progetto è da tempo contestato dalla popolazione; dietro la buona intenzione di estrarre litio per la produzione di batterie per le macchine elettriche e altri componenti legati alla transizione ecologica, si cela infatti un enorme impatto ambientale.

Il 24 Novembre si è tenuta a Belgrado una nuova protesta legata all’apertura della miniera di litio a Loznica. La protesta di mercoledì, che si opponeva ad alcune leggi del governo che sarebbero in cantiere, secondo la popolazione, con il solo scopo di favorire la costruzione della miniera, è solo l’ultima di una lunga serie.

È infatti da tempo ormai che le ONG ambientali e i cittadini denunciano ed esprimono preoccupazione per il possibile disastro ambientale che seguirebbe alla costruzione, da parte della società anglo-australiana Rio Tinto, della miniera estrattiva.  

Facciamo un passo indietro: nel 2004, nella località di Loznica, al confine tra Serbia e Bosnia ed Erzegovina, viene scoperto uno dei più grandi giacimenti di jadarite, un minerale composto in gran parte da litio. 

L’opportunità per il paese è ghiotta, e anche (almeno apparentemente) in linea con il processo di transizione ecologica che sta investendo ad oggi gran parte del mondo). 

Il litio viene infatti utilizzato per la produzione di molti componenti fondamentali per i nuovi strumenti utili a ridurre le emissioni, come le batterie di auto elettriche e i pannelli solari. Così, nel 2017 viene firmato il memorandum di intesa tra Rio Tinto e il governo serbo, con la previsione di avviare la miniera nel 2022. 

La miniera, che potrebbe portare con sé grandi benefici, sia in termini economici che occupazionali, presenta però problemi ambientali non indifferenti. L’estrazione della materia prima richiede infatti l’utilizzo di un’ingente quantità di acquacirca 1,3 litri di acqua per ogni chilo di prodotto che verrebbe presa dai fiumi Drina e Jadar, provocando enormi problemi alle località limitrofe. Altro problema sarebbe poi la produzione di rifiuti rocciosi ed industriali, difficili da smaltire. 

Tra i principali acquirenti del litio prodotto nella miniera di Loznica ci sarebbe l’Unione Europea, che ad oggi acquista il litio da Australia, America Latina e Cina e che vedrebbe, con questa nuova opportunità abbattere nettamente i costi di importazione, diventando indipendente a livello regionale nella produzione del litio.

È tuttavia ironico che l’UE, che si sta battendo per una transizione ecologica e per l’abbattimento delle emissioni preveda di acquistare litio da una miniera al funzionamento della quale è associato un prezzo altissimo proprio in termini ambientali. Si rischia di puntare su una politica “green” più apparente che sostanziale, mettendo in pericolo la biodiversità locale (con più di 145 specie protette che verrebbero messe a rischio) e portando enormi danni ai cittadini della zona. 

D’altra parte già in precedenza l’Unione Europea aveva dimostrato di nutrire maggiore interesse nelle politiche green interne che in quelle esterne: proprio in Serbia negli ultimi anni sono infatti state finanziate dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, alcune miniere di carbone che hanno provocato ingenti danni per l’ambiente e per la salute dei cittadini.

E mentre Vucić si culla sugli allori di un possibile arricchimento e l’Europa fantastica su un rifornimento di litio interno alla regione, la Serbia è tra i paesi più inquinati d’Europa e, secondo le stime di  Cee Bankwatch quasi la metà della popolazione è sottoposta a livelli di inquinamento dannosi per la salute

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