IL NUCLEARE COME RISORSA INTERNAZIONALE E CLIMATICA

Qual’è  il modo più efficiente per combattere il cambiamento climatico? Riducendo le emissioni e producendo, al contempo, energia che soddisfi il fabbisogno energetico della popolazione mondiale? La risposta più immediata e plausibile risulta il nucleare. Come ogni cosa possiede lati negativi e positivi, ma la nostra concentrazione ricadrà sul suo impatto positivo sia a livello climatico, ma soprattutto quale impatto questa possa produrre a livello internazionale e cosa ciò rappresenterebbe per gli Stati in se. 

La problematica che salta di più all’occhio in questi ultimi anni è quella del cambiamento climatico, se ne parla molto forse troppo, senza giungere a nessuna conclusione di fatto. 
Una soluzione praticabile c’è ma in pochi sono disposti ad accoglierla… parliamo dell’energia nucleare. 
Essa rappresenta, una delle tecnologie che vanta, le minori emissioni climalteranti nel suo intero ciclo di vita. 

Ma cos’è l’energia nucleare e perché ne abbiamo cosi paura? 
L’energia nucleare, deriva dall’energia atomica, ed è adoperata nella produzione dell’energia elettrica. Due sono le tecnologie che utilizzano l’energia atomica, la fissione nucleare e la fusione nucleare.
La fissione nucleare è un processo di disintegrazione nel quale i nuclei pesanti, dati dall’uranio o dal torio, una volta che vengono bombardati da neutroni si dividono in due frammenti, che si respingono allontanandosi con un’elevata energia cinetica.

Con la fissione si liberano anche neutroni che possono a loro volta indurre altre fissioni innescando la cosiddetta reazione a catena che, in un reattore nucleare, permette di mantenerlo in funzione producendo energia in modo continuo e costante. La fusione nucleare, invece, è una reazione che produce una grande quantità di energia: due nuclei di elementi leggeri, a temperature e pressioni elevate, fondono formando nuclei di elementi più pesanti come l’elio con emissione di grandi quantità di energia. I due nuclei possono fondersi solo a distanze molto brevi, affinché questo accada è necessario che la velocità con cui si urtano sia molto alta.


La prima è quella adoperata nelle centrali nucleari, mentre la seconda, è ancora in fase sperimentale.
L’energia non è l’unico fattore ad essere prodotto, a questa seguono anche le radiazioni, che tuttavia se ben controllate non si distinguono da tante altre prodotte dalle industrie nella loro attività quotidiana. Il vero e più imminente problema, che si può riscontrare è tuttavia lo smaltimento delle scorie prodotte, a cui va aggiunta la necessità di una corretta manutenzione e tenuta della centrale in se.

Al momento non vi è la possibilità di distruggere le scorie radioattive, ma queste devono essere trattate e stoccate in sicurezza dentro a depositi adibiti a tal scopo che siano di superficie o sotterranei, dove resteranno isolate per lunghi periodi di tempo finché non ne decadrà la radioattività. E’ l’unico modo che abbiamo fino ad ora per limitarne la dispersione ed il pericolo per la vita umana. Quest’energia tuttavia, è stata sempre più messa da parte negli ultimi decenni, a causa delle calamità che ha prodotto e a causa della negligenza umana. I più eclatanti e di più facile ricordo, sono principalmente due, Chernobyl e Fukushima. 


Il primo, avvenuto nel 1986 in Ucraina allora Unione Sovietica, è in assoluto il più grave di cui si abbia notizia. Furono messe in atto manovre azzardate, durante un’esercitazione notturna agli impianti di sicurezza della centrale nucleare, provocando la fusione del nocciolo che sfociò nell’esplosione del “reattore 4” ed il conseguente collasso dell’intera struttura che lo proteggeva. In aria si levò una nube pari a 12.000.000 TBq di materiale radioattivo. I venti sparsero le particelle nell’atmosfera e presto vennero contaminate intere regioni di Ucraina, Bielorussia e Russia, per raggiungere poi anche l’Europa occidentale. 


Fukushima, è il disastro che si verificò nel 2011 in Giappone, il quale fu provocato da due calamità naturali dapprima il terremoto e successivamente dal maremoto. Con il terremoto l’energia elettrica saltò al sistema che garantiva il raffreddamento dei reattori, entrò in funzione il generatore di corrente della centrale, ma il raffreddamento richiedeva tempo e con l’arrivo dell’onda dello tsunami il generatore si spense. Tra il 12 e il 15 marzo si verificarono quattro esplosioni con fuoriuscita di enormi quantità di idrogeno radioattivo.


Nonostante ciò sono 442 le centrali attualmente attive nel mondo e 53 in costruzione. Dei 53 in costruzione 9 sono in Cina, 7 in India, 6 in Russia (che rappresenta l’attore di punta nel gioco nucleare, tra i paesi con il maggior numero di reattori fin dagli albori), ma anche Emirati Arabi Uniti, Bangladesh, Pakistan, vengono citati tra i paesi che pian piano stanno allargando il proprio sistema nucleare, giusto per citarne alcuni.


Per perfezionare sempre più questo tipo di energia si sono prese in considerazioni tecnologie varie che permettano d’implementare la sicurezza delle centrali ed il passaggio, dall’utilizzo dell’uranio a quello del torio. Il reattore TMSR (Thorium Molten Salt Reactor), porta la sicurezza della infrastruttura a un livello più alto e può, in quanto opera a pressione atmosferica, esser reso economico e piccolo.


Grazie al raffreddamento flessibile, può esser utilizzato in qualsiasi area del mondo, elemento che fa gola sia alla Cina che all’Iran, in quanto questi non dispongono di acque dolci in abbondanza nelle grandi aree isolate divenendo così l’unico modo effettivo che tali nazioni hanno per garantirsi l’indipendenza energetica. 

Perché il nucleare è importante, e cosa ne consegue, a livello internazionale? 


Il nucleare non solo ha una valenza all’interno della risoluzione nei cambiamenti climatici, producendo un’energia in grado di soddisfare il fabbisogno mondiale ed in modo più pulito possibile, ma anche all’interno dei rapporti interstatali anche quando adoperato per scopi pacifici. Una nazione che acquista capacità nucleare, riduce la sua dipendenza dall’importazione dell’elettricità da stati terzi che la esporrebbero a vulnerabilità internazionale, imbrigliandola nella sua libertà di manovra politica sia a livello nazionale che internazionale.

La Russia infatti dopo la salita al potere di Putin nel 1999, aumentando il suo potere nucleare, ha elevato anche il suo potere geopolitico, nelle nazioni dove riusciva a penetrare mediante questo. Come nella Bielorussia di Lukashenko, dove la dipendenza dal nucleare russo sostituirà quella dal metano. Un contratto nucleare, infatti, altro non è che un’alleanza strategica di lungo termine, tra le parti, sbilanciata a favore del venditore.


In quanto il ’’Nuclear power is intrinsically tied to National Security’’, anche gli Stati Uniti sono ritornati sui loro passi tornando ad investire nella ricerca e sviluppo della nuova generazione dei cosiddetti ‘’advanced nuclear reactors’’ di minore potenza ma di maggior sicurezza.

 E l’Unione Europea?


L’Unione Europea la cui domanda nel 2012 è stata di circa 1.640 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) si colloca al terzo posto dei consumatori internazionali, di cui al primo posto abbiamo la Cina (2.890 Mtep) immediatamente seguita dagli Stati Uniti (2.140 Mtep).


Nella classifica dei maggiori produttori l’UE non ha la stessa resa, nel 2012 ha prodotto infatti poco meno di 800 Mtep, ricorrendo così alle importazioni dall’estero.  Negli ultimi anni abbiamo avuto una ‘’europeizzazione’’ della politica energetica, a partire dai primi anni Novanta le istituzioni europee si sono maggiormente concentrate sul settore energetico riuscendo ad acrescervi il proprio potere decisionale che di base spettava ai singoli stati.

Questa si è posta l’obiettivo di fornire sia ai cittadini che alle imprese un’energia che fosse economicamente competitiva, sostenibile dal punto di vista ambientale e sicura sia nella sua continuità di fornitura che nell’adeguatezza.

La legittimità di tale atto è stata accordata dal Trattato di Lisbona nell’art. 194, nel quale si afferma che la politica dell’Unione, attuata in uno spirito di solidarietà tra gli Stati membri e tenendo conto dell’instaurazione del mercato interno e delle esigenze di preservazione dell’ambiente, mira a garantire il funzionamento del mercato dell’energia e la sicurezza dell’approvvigionamento energetico dell’Unione, a incentivare il risparmio energetico, l’efficienza energetica e lo sviluppo di energie nuove e rinnovabili e, infine, a promuovere l’interconnessione delle reti energetiche. In linea con quanto detto, la politica energetica attuale si concretizza in tre macro-iniziative: il completamento del mercato interno, il rafforzamento delle interconnessioni tra le reti nazionali e il pacchetto clima-energia 2020.

Guardando all’aspetto geopolitico vediamo che in seguito alla crisi russo-ucraine l’UE ha cercato di emanciparsi dalla dipendenza energetica, normativando l’approvvigionamento anche del gas naturale, prevedendo con il Regolamento 994/2010 che a partire dal dicembre 2014 il sistema di approvvigionamento di ogni Stato membro debba essere in grado di coprire la domanda interna, in giorni di freddo intenso anche nel caso in cui la principale infrastruttura di adduzione del gas sia temporaneamente indisponibile.[1]

Vediamo cosi che il nucleare non è solo possibile ma necessario. Da un punto di vista ambientale, notiamo che le fonti rinnovabili non sono in grado di soddisfare a pieno la domanda di energia di cui la popolazione mondiale necessita, a ciò va aggiunto il fatto che a seconda della fonte adoperata vi sono determinate necessita territoriale per poterle dislocare.

Le fonti rinnovabili soddisfano circa il 17% del fabbisogno energetico, poco molto poco se comparato con la capacità del nucleare che può soddisfarne fino al 70%, e la quale inoltre non necessita di particolari prerequisiti per la creazione delle proprie centrali. Il nucleare è però importante anche a livello geopolitico, che permetterebbe di accrescere la posizione della nazione in questione all’interno del sistema internazionale.

Tale potere permette di divenire molto più liberi nelle proprie scelte di politica nazionale ed internazionale, evitando situazioni di stallo che i singoli paesi europei hanno riscontrato durante la crisi russo-ucraina, in cui questi non sono stati in grado di applicare in modo coeso le sanzioni imposte dall’Europa a causa della loro dipendenza energetica. Si profila così un futuro, in cui il nucleare tornerà sicuramente alla ribalta, grazie agli stanziamenti sempre più cospicui nella ricerca in tal campo. 


[1] Matteo Verda, ‘’Energia e geopolitica: Gli attori e le tendenze del prossimo decennio’’, ISPI, 2014, pp. 32

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