AUMENTO COSTANTE DEL PREZZO DEL PETROLIO: UN NUOVO ASSE ANTI-OPEC?

Fonte Immagine: https://mercati.ilsole24ore.com/materie-prime/commodities/petrolio/BRNST.IPE

Il crollo del prezzo del greggio nel 2020, toccando addirittura valori negativi durante i mesi di pandemia, aveva fornito l’immagine plastica di un mondo che si era fermato. Un anno e mezzo dopo, però, il costo di un barile sfiora gli 80 dollari, come non avveniva dal 2014.

Complici le campagne di vaccinazione e la fine dell’emergenza, i Paesi dell’OPEC sono tornati a livelli di produzione pre-pandemia, seppur con una offerta che non soddisfa la domanda attuale e con il timore di un rialzo costante dei prezzi. 

“Il rischio di un picco a 100$ è chiaramente reale”, afferma Russell Hardy, amministatore delegato di Vitol, la più grande compagnia di commercio petrolifero al mondo.

PANORAMICA

Secondo quanto stabilito lo scorso agosto durante un vertice dell’OPEC, la produzione di petrolio sarebbe dovuta aumentare gradualmente di 400.000 barili al giorno (bpd) ogni mese. 

Eppure i numeri dicono altrola produzione dell’OPEC+ è stata inferiore di 700.000 barili al giorno rispetto al previsto sia a settembre che a ottobre, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), il che aumenterebbe la prospettiva di un mercato ristretto e di alti prezzi del petrolio nel lungo periodo, mentre il segretario generale dell’OPEC+, Mohammad Barkindo, ha dichiarato di aspettarsi un surplus di offerta globale entro dicembre, prevedendo dunque instabilità nell’incremento di domanda.

Tuttavia, le incapacità strutturali della maggior parte dei Paesi produttori, dovuti agli scarsi investimenti in infrastrutture degli ultimi anni, nonché il crollo degli investimenti nella produzione e la pressione ambientale, eliminirebbe a priori un aumento di produzione di petrolio, anche in virtù del fatto che questo potrebbe causare la riduzione della capacità di produzione di riserva, allarmando gli investitori e portando ad un vertiginoso aumento dei prezzi qualora venisse meno la capacità extra sufficiente per far fronte a uno shock.

“La capacità inutilizzata del settore, attualmente di 3-4 milioni di barili al giorno, sta fornendo un po’ di conforto al mercato, tuttavia, la mia preoccupazione è che questo possa diminuire”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, al Nikkei Global Management Forum.

Ad oggi, gli unici membri OPEC ad aver la capacità di aumentare le forniture in tempi relativamente brevi sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq. La prima, ad esempio, sta producendo attualmente 10 milioni di barili al giorno, ma non ne ha mai prodotto più di 11 milioni giornalieri per un periodo prolungato.

USA, CINA, GIAPPONE e OPEC: TRA INTERESSI STRATEGICI E NECESSITÀ

Mentre durante la presidenza Trump, nel 2020, i maggiori esportatori al mondo di petrolio avevano risposto positivamente alla richiesta di una riduzione della produzione di circa 10 milioni di barili al giorno (10% dell’offerta globale), il repentino incremento della domanda ha preoccupato il Presidente Biden, che ha espresso timore perchè “i prezzi elevati del greggio potrebbero soffocare la ripresa economica globale”, nonché la stessa tenuta politica di fronte alle elezioni di mid-term. Infatti, secondo un sondaggio realizzato da Reuters, la maggior preoccupazione per il 67% degli americani è il rischio di inflazione, con prezzi del greggio vicini ai massimi degli ultimi tre anni. 

Gli Stati Uniti, pur essendo il primo produttore al mondo sia di petrolio che di gas e pur essendo divenuti sempre meno dipendenti dalle importazioni dagli altri Paesi, hanno assunto una posizione dura nei confronti dell’OPEC, rimanendo fedeli alla linea su cui da sempre si muove la politica energetica statunitense: la difesa dei consumatori, superato un certo livello dei prezzi, contro gli interessi delle grandi compagnie petrolifere, che passano in secondo piano.

Tuttavia, Washington non è l’unica a reclamare un’offerta adeguata alla domanda, pronta ad utilizzare qualsiasi mezzo per contrastare il progressivo aumento del costo del greggio, accompagnata da Cina e India. Per questa ragione e per la prima volta, infatti, gli Stati Uniti si sono rivolti a Cina, India, Giappone e Corea del Sud per un rilascio coordinato di scorte petrolifere.

Ciò nonostante, pur non esaminando le leggi nazionali di alcuni Paesi, come il Giappone, che impedirebbero un’azione di questo tipo per un aggiustamento del prezzo di mercato, tale strategia sarebbe resa complicata dal mandato dell’International Energy Agency, rappresentante delle nazioni industrializzate, con sede a Parigi, che prevede un rilascio di scorte soltanto per far fronte a shock, come guerre o uragani, e non per correggere i prezzi.

“Un rilascio (di azioni) fornirebbe solo una soluzione a breve termine a un deficit strutturale e creerebbe chiari rischi al rialzo per le nostre previsioni sui prezzi del 2022”, ha scritto Goldman Sachs.

L’SPR è stato istituito negli anni ’70, dopo l’embargo petrolifero arabo, per garantire agli Stati Uniti un approvvigionamento adeguato per superare un’emergenza ed è già stato utilizzato in precedenza, come nel 2011 quando le forniture furono colpite da una guerra in Libia, membro dell’OPEC. Tuttavia, la proposta attuale cambierebbe il calibro della sfida per l’Organizzazione dato che coinvolgerebbe anche la Cina, maggior importatore di petrolio al mondo.

NUOVA ONDATA DI CONTAGI E TIMORI PER UNA RIPRESA ECONOMICA 

I prezzi del petrolio sono diminuiti drasticamente dopo che l’Austria ha annunciato che avrebbe imposto il lockdown a causa dell’aumento dei casi COVID, con la Germania che probabilmente farà la stessa scelta.

In questo quadro, i membri dell’OPEC e gli alleati hanno affermato che la ripresa economica mondiale è fragile e il segretario generale, Mohammad Barkindo, ha dichiarato che l’OPEC si aspetta un surplus di offerta di petrolio già il mese prossimo.

Il greggio Brent di riferimento internazionale è sceso del 3,3% venerdì 19 novembre a 78,62 dollari al barile, il minimo dall’inizio di ottobre. 

Un segnale che il mercato si andrà ad indebolire per le previsioni degli investitori di aumento delle forniture globali?

Rimane in ogni caso la preoccupazione per i rischi di inflazione, considerando i rincari di petrolio e gas naturale e le ripercussioni di questi ultimi su tutta la catena.

Mariagrazia Sulfaro

Classe 1999, ha conseguito una laurea triennale con lode in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Messina, dove ha presentato una tesi in diritto internazionale relativa alla Successione degli Stati nei Trattati, con un’analisi specifica dello smembramento della Cecoslovacchia.
Dopo un periodo di mobilità internazionale per studio e ricerca tesi alla Česká Zemědělská Univerzita V Praze, in Repubblica Ceca, ha svolto un tirocinio in International Relations a Madrid, attraverso il quale si è approcciata al settore delle relazioni commerciali internazionali.
Sta attualmente svolgendo un Master in Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy, mentre prosegue gli studi del corso magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Ateneo messinese.
Membro della redazione diritto IARI, scrive di fatti e dinamiche governati dal diritto internazionale.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from LAW & RIGHTS