LE MINACCE DEL DOPO PANDEMIA: VECCHI E NUOVI PERICOLI PER L’UE ALL’OMBRA DEL COVID-19

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COVID-19 ha modificato l’ambiente in cui si muovono gli attori internazionali. Nel caso dell’UE, la pandemia ha eliminato la minaccia interna del populismo, che ne indeboliva la legittimità istituzionale, e ne ha accresciuto l’autorevolezza. Tuttavia, ha creato altre minacce, come lo strapotere della comunicazione sui social media e la potenziale risalita dell’inflazione.

Gigante economico, nano politico, verme militare. Così appariva l’Ue negli anni Novanta a Mark Eyskens, Ministro belga degli Affari Esteri. Vent’anni dopo, Bruxelles è un attore politico autorevole ma privo di autorità. La sua aderenza a valori fondamentali distingue l’Ue da altri attori internazionali, e la pone in una posizione di alterità rispetto agli stati, concepiti e costruiti sul perseguimento dell’interesse nazionale. La manifestazione di questa differenza, tuttavia, rischia di diventare un piedistallo dal quale Bruxelles cadeappena viene chiamata a mostrare gli effetti concreti dell’essere differente dai suoi Stati membri.

Il nano politico visto da Eyskens ha cambiato tutto perché nulla cambiasse. È vero che l’Ue si è dotata di una politica estera e di sicurezza comune, ma la sua adozione non ha comportato la creazione di un braccio strategico e militare in grado di renderla efficace. Questa mancanza ha comportato la perpetuazione della dipendenza rispetto agli Stati Uniti e la soggiacenza all’orientamento strategico del Presidente di turno.

L’esplosione della crisi sanitaria prima, e il dramma afghano poi, hanno dimostrato la necessità per l’Ue di spingere per la propria evoluzione da verme militare a entità con credibilità strategica. Le capacità di identificare e contenere una crisi, infatti, non richiedono la costruzione di un esercito quanto piuttosto la gestione efficace e parzialmente centralizzata di risorse da attivare e dislocare al momento opportuno.Senza la creazione di questi strumenti, l’Ue rischia non solo di essere vulnerabile,ma anche irrilevante di fronte all’emersione di minacce ibride che trascendono la pura aggressione militare.

A livello interno, l’Ue è più forte a livello politico che negli passati. Dopo il diluvio della pandemia, la propaganda populista ha perso energia: di fronte all’emergenza, la competenza dei tecnici offre più rassicurazioni della rabbia dei padri del popolo. Secondo un sondaggio condotto dal quotidiano britannico The Guardian e dall’agenzia YouGov, la sacralità del volere della massa non infiamma più le anime degli elettori europei, così come non lo fa più la contrapposizione un’élite corrotta e un popolo puro.

Una delle cause è il successo dell’Ue nel trasformarsi in un attore chiave nel settore della salute globale. Tramite l’acquisto comunitario di vaccini, farmaci anti-virali e materiale medico-chirurgico, ma anche con l’approvazione del Green Deal, Bruxelles ha acquisito delle competenze in materia di welfare, diventando un polo di riferimento per le politiche sanitarie e sociali.

All’orizzonte, tuttavia, si stagliano nubi di tempesta. Non è l’ennesima ondata della pandemia, bensì l’innalzarsi dell’inflazione. A ottobre 2021, l’inflazione della zona euro ha registrato un picco del +4.1 % , il doppio dell’obiettivo della BCE. Francoforte ha finora evitato di prendere misure anti-inflazionistiche per timore di raffreddare la timida crescita di un’Europa sempre più vaccinata e volenterosa di riprendere a produrre, e nella speranza di vedere l’inflazione rallentare a primavera del 2022. 

Se le previsioni si rivelassero errate, sarebbe un duro colpo per la credibilità di Bruxelles che sulla sua magnitudine economica ha sempre trovato la scusa per essere minima dal punto di vista militare e sempre in evoluzione dal punto di vista politico.

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