DRONI TURCHI SUI CIELI UCRAINI: COME IL BAYRAKTAR TB-2 PUÒ IMPATTARE SUL CONFLITTO IN DONBASS

Dopo gli innumerevoli successi degli ultimi anni, l’UCAV Bayraktar TB-2 sembra destinato ad aggiungere il conflitto ucraino al suo medagliere. Ma la sua importanza si estende ben oltre il campo di battaglia, facendosi strada fino ai palazzi del potere del Vecchi Contintente e non solo.

Nelle ultime settimane, uno degli eventi che più ha stimolato il dibattito all’interno della comunità strategica internazionale è stato l’utilizzo di UCAV (Unmanned Combat Aerial Vehicle) da parte dell’esercito ucraino nelle operazioni di contenimento dei separatisti filo-russi del Donbass, al fine di eliminare un pezzo d’artiglieria che stava aprendo il fuoco sul villaggio di Granitne, nell’Oblast di Zhytomyr.

Il modello di drone protagonista dell’azione menzionata è il Bayraktar TB-2, prodotto dall’azienda turca Baykar Tecnhologies, acquistato da Kiev nel tardo 2018 ma impiegato con successo sul campo di battaglia soltanto alla fine dello scorso Ottobre. Tuttavia, già prima del battesimo del fuoco, il governo Ucraino aveva annunciato l’intenzione di acquisire altri 24 esemplari da aggiungere ai 6 già presenti nei suoi arsenali, oltre che di stabilire un centro congiunto per l’addestramento e la manutenzione destinato a trasformarsi in un secondo momento in un vero e proprio centro di produzione.

Ma l’Ucraina non è il solo paese ad aver acquistato i droni Bayraktar: al momento, nella lista dei clienti della partecipata di Ankara si trovano anche Qatar, Polonia, Albania, MaroccoTurkmenistan e Kyrgyzistan, mentre Lettonia, Serbia, Angola, Etiopia e Arabia Saudita hanno pubblicamente affermato di essere propensi all’acquisto di questo UCAV.

Lo strepitoso successo del Bayraktar sul mercato internazionale è riconducibile tanto alla sua convenienza economica (il costo medio di un Bayraktar è di circa 5 milioni di dollaripiù della metà rispetto alla sua controparte americana, il MQ-9 Reaper) che li rende più appetibili anche a quei paesi carenti di abbondanti risorse economiche da spendere nella difesa, quanto alla sua più volte provata efficacia: il drone turco è infatti stato impiegato in alcuni dei principali campi di battaglia degli ultimi anni, sempre con risultati più che positivi.

Anche se già dispiegato in precedenza durante le ‘operazioni di contro-guerriglia’ contro il PKK, il primo utilizzo confermato del Bayraktar in un campo di battaglia convenzionale risale al Febbraio 2020, quando le forze di Ankara lanciarono l’Operazione Spring Shield. Durante gli scontri, il drone è stato impiegato sia per funzioni di target acquisition che di striking; in particolare, ha destato scalpore la capacità del Bayraktar di eliminare i sistemi di difesa russi Pantsir S-1, progettati per garantire alle forze alleate copertura anti-aerea a breve raggio proprio contro forme di minaccia come quella rappresentata dagli UAS.


Pochi mesi dopo, con l’approdo della Turchia all’interno dell’arena libica a sostegno del Governo di Tripoli, i Bayraktar hanno avuto modo di confermare quanto già dimostrato nei cieli della Siria: grazie al massiccio impiego di questi droni, e malgrado un numero alquanto elevato di perdite, le forze del Governo di Accordo Nazionale riuscirono a bloccare l’avanzata del generale Khalifa Haftar sulla capitale, segnando un punto di svolta all’interno del conflitto.

Nell’Autunno del 2020 anche il riaccendersi del conflitto tra Armenia e Azerbaijan per il controllo del Nagorno-Karabakh ha visto il Bayraktar imporsi come protagonista: grazie al suo utilizzo, le forze azere sono riuscite a rompere le dinamiche tattiche basate sulla superiorità di mezzi corazzati che avevano fino ad allora dominato lo scenario del conflitto nella regione, trasformando in un punto debole quello che fino a poco tempo prima rappresentava il nucleo delle capacità militari armene. Stando a quanto riportato dal presidente azero Aliyev, i droni turchi avrebbero distrutto equipaggiamenti militari armeni per un valore superiore al miliardo di dollari.

Alla luce dei risultati raggiunti, è comprensibile come un gran numero di paesi, tendenzialmente accomunati da una scarsità di capacità militari nella dimensione aerea, si sia interessato all’acquisto di questi mezzi. Paesi tra cui compare l’Ucraina, le cui forze aeree non sono certamente definibili di primissimo livello. Ma perché l’acquisizione e l’impiego dei Bayraktar da parte di Kiev ha attirato così tanto l’attenzione della comunità strategica rispetto agli altri accordi siglati da Ankara?

Sono due i motivi principali che si nascondono dietro al grande interesse dimostrato dagli analisti internazionali verso questo fenomeno. Il primo è di carattere prettamente tecnico: nel particolare contesto del conflitto in corso Ucraina, caratterizzato da un low-intensity warfare, il ricorso a strumentazioni tanto leggere ed economiche quanto efficaci come gli UAS permetterebbe alle forze armate di Kiev di godere di un vantaggio sostanziale rispetto ai ribelli, considerando come i Bayraktar si sono comportati in campi di battaglia più o meno simili a quello del Donbass. Inoltre, come già visto in precedenza, questi apparecchi potrebbero godere di un vantaggio relativo contro sistemi d’arma di manifattura russa che Mosca potrebbe aver fornito ai separatisti. 


Il secondo è di carattere geopolitico: la cooperazione militare in atto tra Ucraina e Turchia potrebbe rappresentare soltanto il primo passo all’interno di un eventuale percorso di riavvicinamento trai due paesi, il quale ricalibrerebbe gli equilibri esistenti nel teatro del Mar Nero a svantaggio della Federazione Russa. Considerando la particolare situazione in cui sia Ankara che Kiev si trovano nei confronti di Mosca, un rafforzamento dei legami tra Ucraina e Turchia potrebbe esasperare il ‘senso di insicurezza’ che costituisce una delle fondamenta della politica estera Russa, al punto da convincere il Cremlino a mettere in atto una reazione che potrebbe manifestarsi in modi tutt’altro che pacifici.

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