IL FUTURO DELL’ECOLOGIA NEI BALCANI DOPO LA COP26

Fonte Immagine: Photo by Kristina Laskova on Unsplash – North Macedonia

Con il Patto per il Clima di Glasgow, 197 Stati firmatari hanno ribadito l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale a 1.5°C. Quali sono le promesse dei Balcani occidentali per la sostenibilità ambientale? 

Dal 31 ottobre al 12 novembre, a Glasgow si è svolta la XXVI Conferenza delle Parti (COP26delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Una serie di appuntamenti che ha portato alla firma di un accordo, il Patto per il Clima, da parte di 197 Paesi che hanno preso parte alla conferenza. Un risultato da molti considerato poco audace, in rapporto alla cosiddetta “rivoluzione ecologica” – ripresa sempre più spesso da movimenti, scienziati e divulgatori.

In massima sintesi, l’accordo ci dice che: le emissioni di CO2 vanno ridotte e l’aumento della temperatura globale va mitigato, sarà sempre più necessario elaborare strategie di adattamento, bisognerà farlo in collaborazione e per mezzo di fondi strutturati. Si poteva fare meglio? Si poteva fare di più? Domande che si trovano legittimamente da giorni nel cuore di vari dibattiti. Da un punto di vista geopolitico, è però interessante comprendere il “peso” degli Stati coinvolti, rappresentati da delegati provenienti da tutto il mondo. Ci chiediamo, allora: si potrà fare meglio? Sipotrà fare di più?

Zoom out: i Balcani occidentali e l’ambiente

Restringendo il raggio d’analisi, cerchiamo di capire come la COP26 abbia influito sull’attenzione che gli Stati balcanici ripongono sulle questioni legate alla sostenibilità. È passato troppo poco tempo per proporre solide proiezioni, ma vediamo come le problematiche ambientali e climatiche siano da anni un tema preoccupante nella regione.

I leader dell’area «devono mettere in pratica i loro impegni politici e dedicarsi ad una “Green Agenda” per i Balcani occidentali. Gli effetti distruttivi del cambiamento climatico, insieme al persistente inquinamento atmosferico, sono stati percepiti nella regione direttamente dai singoli individui, che si trovano a dover fare i conti con le inefficaci e lente azioni dei governi» – si legge dal comento di CAN Europe (Climate Action Network). 

Un appello che si appoggia al dramma riportato dai dati: l’area balcanica è una delle più inquinate di tutta Europa, con elevati valori di particelle tossiche presenti nell’aria. Secondo il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2016 circa 13.500 persone sono morte proprio a causa dell’esposizione ad un ambiente insalubre. Elemento rimarcato dal Centro Comune di Ricerca della Commissione europea, che evidenzia una riduzione generale delle aspettative di vita a causa dell’inquinamento.

Tuttavia, quando durante la Conferenza più di quaranta Paesi hanno firmato l’intento di eliminare gradualmente l’utilizzo del carbone, dei sei Stati dell’area vediamo in lista solo la presenza della Macedonia del Nord. Eppure, l’obiettivo è chiaro e indispensabile – riprendendo ancora una volta la nota di CAN Europe: «Eventi climatici estremi stanno impattando la vita delle persone. Recenti piogge torrenziali hanno causato inondazioni devastanti nell’area di Sarajevo, in Bosnia ed Erzegovina, lasciando interi quartieri paralizzati e senza corrente elettrica per ore».

Sebbene il mondo dell’associazionismo e della ricerca si stia muovendo attraverso appelli e collaborazioni, pare ancora poco consistente il piano di azione condiviso. L’urgenza è quella di lavorare insieme, portando avanti un apparato di investimenti trasparente e mirato. L’impegno per l’ecologia ha l’obiettivo di generare benefici sociali e ambientali, ma anche economici. Siamo consapevoli del fatto che i punti deboli della regione balcanica sono rintracciabili nelle maglie dell’informalità e della debole capacità di dialogo: sfruttare le risorse rinnovabili della sostenibilità ambientale diventa in questo senso anche un chiaro mezzo di diplomazia.

Non è un caso che il Consiglio dell’Unione Europea utilizzi oggi il termine climate diplomacy per indicare gli strumenti diplomatici utilizzati in promozione degli obiettivi di pace, stabilità e prosperità, ma anche per rafforzare il multilateralismo e gli investimenti. Una strategia di dialogo che nell’immediato futuro sarà sempre più centrale nel lavoro degli esperti in relazioni internazionali.

Riflessioni stimolanti che per i più scettici devono fare i conti con interessi maggiori, influenze geopolitiche e problemi strutturali nell’apparato statale dei Paesi dell’area balcanica. Sono elementi che vanno riconosciuti e presi in considerazione – anche all’interno di progetti apparentemente virtuosi possono essere svelate dinamiche dannose che, al contrario, allontanano i cittadini dalla transizione ecologica. Ne è un esempio il recente movimento dei cittadini in Montenegro contro le piccole centrali idroelettriche, costruite da privati senza attenzione alla tutela dei fiumi e rivendendo a caro prezzo l’esigua energia prodotta allo Stato. 

Chiedersi se si potrà fare meglio, se si potrà fare di più – ma essere incoraggiati a rispondere che cosa si può fare concretamente in questo momento presente. Sono Paesi che non possono permettersi ritardi e che devono mettere in circolo risorse, energie e credibilità istituzionale. L’esperienza della COP26 inquadra perciò gli obiettivi da portare avanti, affinché ogni Stato sappia riconoscere il peso delle proprie responsabilità per la tutela dell’ambiente.

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